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un paese in retromarcia



da unità martedi 1 marzo 2008

Un paese in retromarcia
di Ferdinando Targetti

 Si è molto parlato di eurosclerosi e di Europa azzoppata dall'Euro. Io
credo che entrambe le cose non abbiano un grande fondamento. Si è anche
detto che l'economia italiana è sostanzialmente in linea con il resto
dell'Europa e che non fa peggio dell'economia più forte del continente: la
Germania. Anche in questo caso credo che queste considerazioni siano
sbagliate. L'Italia è una ricca signora in declino perché le famiglie sono
ricche e le imprese non investono. Un po' quello che succedeva alle famiglie
nobili meridionali con il passaggio al capitalismo e all'unificazione con il
Nord. Cercherò di dimostrare queste tre proposizioni in modo molto
sintetico.
Primo: non c'è eurosclerosi, né azzoppamento provocato dall'euro. L'Europa è
il più grande mercato mondiale, il più grande esportatore e il più grande
investitore all'estero. Alcuni suoi stati, come Finlandia, Svezia o Irlanda,
sono tra le economie più competitive del mondo. I suoi nuovi stati membri
del Centro Europa sono tra le economie a più elevata crescita e
probabilmente stanno entrando in un processo di catching up con le economie
europee dal maggior reddito pro-capite. Se si prende il tasso di crescita
della produttività oraria europea nell'ultimo decennio è maggiore di quello
americano. Gli Stati Uniti crescono di più in complesso perché hanno un
tasso demografico più elevato e perché lavorano un maggior numero di ore e
non perché hanno una forza lavoro più produttiva. Che cosa se ne deduce? Gli
americani sono più propensi a guadagnare, gli europei ad avere tempo libero.
Gli americani preferiscono pagarsi privatamente sanità, educazione e
pensioni gli europei preferiscono ottenerle dallo stato pagando più tasse:
gli americani preferiscono più libertà nella spesa privata, gli europei più
tutela pubblica ed equità distributiva. Sono modelli diversi di preferenze
sociali e non è affatto detto che il modello americano sia
macroeconomicamente preferibile se si tiene conto che l'Europa è in avanzo
commerciale e ha una moneta forte mentre gli Stati Uniti a motivo della loro
irrisoria propensione al risparmio hanno una bilancia commerciale altamente
deficitaria e una moneta su cui si addensano le nuvole della speculazione.
Non si può neppure dire che il modello di preferenze sociali americano
generi un'economia più dinamica di quella europea, nemmeno dopo
l'introduzione dell'euro. Infatti se si prende il tasso di crescita annuo
pro-capite dal 1999, anno di nascita dell'euro, della UE, senza Italia e
Germania, otteniamo il 2% che è uguale al tasso di crescita del reddito
pro-capite americano. E veniamo all'economia tedesca.
Secondo: l'economia tedesca è più equilibrata di quella americana.
L'economia tedesca cresce meno di quella americana solo perché le famiglie
tedesche hanno paura di spendere e quelle americane spendono in modo
dissennato. Dal punto di vista dei fondamentali la Germania sta meglio degli
Stati Uniti. La Germania è un'economia industrialmente più competitiva. Dal
1995 il tasso di crescita della produttività dei due paesi è stato lo
stesso, mentre i salari sono cresciuti di meno in Germania, quindi il costo
del lavoro per unità di prodotto è cresciuto meno in Germania che negli
Stati Uniti. Questo ha fatto sì che malgrado il rialzo dell'euro rispetto al
dollaro il tasso di cambio reale tedesco ponderato con i prezzi delle merci
commerciate si è rivalutato solo del 4%. La competitività verso l'estero
della Germania è dimostrata dal fatto che le esportazioni tedesche sono
cresciute ad un tasso triplo di quelle americane, che la Germania è il
maggior esportatore mondiale e che la sua quota sul commercio mondiale è
cresciuta (unica tra i G7) malgrado l'inserimento della Cina negli scambi
mondiali. I profitti delle corporation tedesche stanno meglio di quelli
americani ed è anche migliore l'andamento della borsa tedesca nei due ultimi
anni. Il disavanzo pubblico tedesco è poco più del 3%, quello americano
quasi al 5%. La propensione al risparmio delle famiglie tedesche è all'11%,
all'1% quella americana. La situazione quindi vede due economie una (la
tedesca) più equilibrata in termini di finanza pubblica e più forte
industrialmente con imprese che investono il risparmio nazionale, ma che
presenta, incerta della sua forza, delle famiglie spaventate che risparmiano
anche se vengono diminuite le imposte. L'altra (l'americana) che danza su un
bastimento con delle grosse falle rappresentate da crescente indebitamento
delle famiglie, dello stato e del Paese verso il resto del mondo (l'eccesso
di investimenti sul risparmio nazionale è finanziato dal disavanzo
commerciale verso l'esterno) e che viene descritta come l'economia di
maggior successo e di maggior dinamismo perché presenta un tasso maggiore di
sperequazione tra le famiglie. Se le famiglie tedesche ricominciassero a
consumare e più in generale se il progetto Europa fosse visto con maggior
entusiasmo dagli europei stessi, se il processo di unificazione dei mercati
e delle istituzioni facesse un salto in avanti l'Europa crescerebbe ad un
ritmo maggiore dell'economia americana e con maggior equilibrio.
Terzo. Quello che si è detto dell'economia tedesca non vale purtroppo per
l'economia italiana. Per l'economia italiana i problemi riguardano la
dinamica della produttività e la finanza pubblica. Il Pil italiano viaggia
l'anno scorso e si prevede quest'anno sul 1,1/1,2% (il quarto trimestre
dell'anno scorso si è chiuso con un segno negativo). Non è una temporanea
caduta della domanda, ma è il saggio di crescita del Pil potenziale che si
attesta su questi valori così bassi, è cioè la capacità produttiva che non
cresce (analisi Banca d'Italia). Una bassa accumulazione porta con sé anche
un indebolimento del saggio di crescita della produttività. La Commissione
UE ha pubblicato recentemente un'analisi sui quattro principali paesi
dell'Unione (ripresa dall'Economist del 19 febbraio) dalla quale appare che
fatto 100 il costo del lavoro per unità di prodotto nel 1999 per Italia,
Spagna, Francia e Germania, oggi esso è salito a 110 per Italia e Spagna, è
rimasto poco sotto i 100 per la Francia ed è sceso a circa 90 per la
Germania: questo significa che oggi il costo del lavoro tedesco è minore di
quello italiano e non perché qui i salari monetari siano cresciuti più che
in Germania, ma perché in Germania la produttività è cresciuta stabilmente
più che in Italia. Negli ultimi due anni la produttività del lavoro
nell'industria dei quattro paesi in media è cresciuta dalle due alle tre
volte di più che in Italia (che è stata l'unica a registrare un valore
negativo nel 2003). Uno potrebbe pensare che non è un gran male se la bassa
produttività significa crescita dell'occupazione più del prodotto, ma non è
così perché la diminuzione del tasso di disoccupazione italiano si è
accompagnato ad una riduzione del tasso di occupazione (il fenomeno si
spiega in termini di lavoratore scoraggiato ad iscriversi nelle liste di
collocamento). Il basso tasso di crescita della produttività ha significato
una riduzione della competitività sui mercati internazionali. Fatto 100 il
volume dell'export in beni e servizi nel 1999, nel 2004 l'Italia è a 110 (e
questo ha significato aver perso quote di commercio mondiale),la Spagna un
po' sotto e la Francia un po' sopra 120, la Germania 140 (e quessto ha
significato aver guadagnato quote nel commercio mondiale). La ragione è da
ricercarsi nel fatto che avendo tutti la stessa moneta la competitività
prezzo è data dalle variazioni del saggio di cambio reale (che diminuisce
quando aumenta la produttività) che nel periodo considerato è rimasto
costante per la Francia è diminuito del 10% per la Germania e cresciuto del
10% per l'Italia. Quindi sul fronte della competitività e della crescita non
è vero ciò che sostiene il governo che l'Italia sia messa come gli altri
paesi europei e che subisca della generale eurosclerosi e della politica
restrittiva di Bruxelles.
La tesi del governo che l'Italia sia perfino messa meglio degli altri grandi
paesi europei sul fronte della finanza pubblica perché l'Italia non aveva
raggiunto il 3% del disavanzo/Pil è stata smentita dai dati che oggi l'Istat
ha pubblicato. Io non sono tra coloro che attribuiscono un valore sacrale al
3%, anche se essendo un obiettivo imposto da un Trattato internazionale non
può essere preso sotto gamba. Ebbene nel 2004 il governo si vantava di
essere rimasto sotto a questa soglia e i dati di ieri ci dicono che invece
il 3% è stato raggiunto e se si scontano alcuni "massaggi" statistici
pre-elettorali è oltremodo possibile che in corso d'anno si raggiunga il
3,5% come ripetutamente sostenuto dal Nens di Visco e Bersani. Ma
tralasciamo pure il totem del 3% e guardiamo un po' più addentro le cifre
per vedere se ci sono buone notizie sul fronte più importante, che è quello
del rapporto debito/Pil, che vede il nostro paese con valori superiori di
una volta e mezzo a quelli degli altri grandi paesi europei. La diminuzione
dal 106,3% del 2003 al 105,8% del 2004 comunicataci dall'Istat non è una
buona notizia, se si tiene conto che è un risultato conseguito attraverso la
dismissione del patrimonio abitativo dello stato (il quale dovrà pagare in
futuro gli affitti, cosa che peggiorerà la spesa corrente) mentre
contemporaneamente l'avanzo primario, che è il vero motore della diminuzione
del debito/Pil, è diminuito dal 2,9% del 2003 al 2% del 2004 (all'epoca del
governo dell'Ulivo superava il 5%). Infatti le uscite correnti al netto
degli interessi sono cresciute del 3,5% un pochino di più del tasso di
crescita del Pil nominale (1,1% di crescita reale più 2,2% di inflazione),
quindi la quota della spesa pubblica sul Pil, che il governo diceva di voler
ridurre, è leggermente cresciuta. Se poi si va a vedere all'interno di
questa spesa quella per investimenti fissi vediamo che essa è cresciuta solo
del 2,2%, quindi il governo ha ridotto la quota di investimenti sulla spesa
pubblica: altro che lotta agli sprechi! I dati dell'Istat sono impietosi
anche per quel che riguarda la conclamata politica del governo di "riduzione
delle tasse": nel 2004 sono cresciute quelle dirette del 3,4% un po' di più
del reddito nazionale, ancora di più sono cresciute quelle indirette, 3,7%,
che sono più regressive e i contributi sociali che sono più inflazionistici,
3,7%. Se a livello complessivo la pressione fiscale (la somma di tutte le
entrate diviso il reddito nazionale) è diminuita dal 42,8% al 41,8% la
ragione risiede nella diminuzione della posta dei condoni.