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il mezzogiorno fuori gara



da lastampa.it  
 Martedi' 29 Marzo
  
 Il mezzogiorno fuori gara
di Tito Boeri
 
In un'economia che galleggia, il Mezzogiorno è sommerso. Sono 16 milioni le persone, tra i 15 e i 64 anni che in Italia non lavorano. La metà di queste risiede al Sud e, nella maggioranza dei casi (6 su 7), non cerca un impiego.
Questa immensa riserva di lavoro è impermeabile a ciò che avviene a poche centinaia di chilometri di distanza. Il Mezzogiorno non ha contribuito, se non per il 10%, ai 2 milioni di posti di lavoro creati in Italia dal 1997 ad oggi. Negli ultimi due anni, addirittura, al Sud l'occupazione è diminuita mentre altrove continuava a crescere. Ma questa volta è diminuita anche la disoccupazione. Dunque dal 2002 non solo meno lavori, ma anche meno persone in cerca di lavoro nel nostro Sud.

Non si tratta di scansafatiche: il divario col Nord è forte (tra 10 e 20 persone in meno che lavorano ogni 100) anche tra i maschi in età centrali, quando si deve lavorare per sopravvivere. È un sommerso che ha mille volti, tra l'irregolarità (il non pagamento di tasse e contributi sociali) e l'illecito (la produzione e commercializzazione di beni illegali nel racket della droga o delle discariche). Paradossale che mentre si chiedono a gran voce tutele per i lavoratori cinesi, non si pensi a chi ci è così vicino, a quei lavoratori che, quando subiscono un infortunio sul lavoro, vengono messi per strada, fingendo un incidente di macchina per coprire il mancato rispetto di norme elementari di sicurezza. Il fatto è che si teme la competizione dei cinesi, il loro dumping sociale, mentre il nostro Mezzogiorno proprio non compete. È fuori gara.
Il Sud si è anche trovato a non essere più decisivo nello scontro elettorale, nonostante il suo serbatoio di voti. Il fronte è altrove, come in queste elezioni regionali. Si lotta all'ultimo voto tra Torino, Genova o Roma. Solo Bari, in parte, partecipa. E chi non è decisivo non riesce ad attrarre risorse aggiuntive. Sparisce il bonus Sud e, a pochi giorni dal voto, si vara la devolution che, a parole, cancella molti trasferimenti al Sud. Questo governo aveva inaugurato il suo operato, nel programma dei 100 giorni, con gli interventi sul sommerso. È stato un fallimento, ma la priorità era giusta. Gli errori servono per imparare.

Ma nessuno ne parla più. Per far riemergere il Sud ci vogliono tante cose al tempo stesso. Primo salari più bassi e riduzioni permanenti dei contributi, per permettere la sopravvivenza nel rispetto della legge ad attività a basso valore aggiunto. Secondo repressione senza quartiere dell'illecito. Anche perché questo fa concorrenza sleale al lecito: troppo attraenti i «salari» della camorra rispetto a quelli di chi offre lavoro per produzioni oneste. Terzo, ci vuole più Stato come bene pubblico. E' una questione anche culturale: lo Stato deve essere visto come colui che fornisce ciò che nessun privato, a partire dalla camorra, potrà mai fornire. Nella lunga campagna elettorale che ci attende auguriamoci che non si aprano nuovi cantieri al Sud, destinati a rimanere aperti per decenni e che non si creino nuove burocrazie nella gestione di aiuti comunitari destinati a sparire.

Ci vogliono, invece, investimenti in istruzione. Ogni euro in più speso per l'istruzione in Italia è a favore del Mezzogiorno. Perché ci sono più studenti al Sud e perché la qualità dell'istruzione nel Mezzogiorno è bassa. I risultati dei test di Pisa e Ials sono allarmanti: i diplomati nelle scuole del Sud hanno punteggi del 20-30% più bassi che nel resto d'Europa. Certo, serve poco investire nei cervelli se poi questi emigrano e non tornano più a casa. Ma se sono tanti i cervelli, qualcuno rimarrà, facendo emergere un'economia che oggi sopravvive solo stando sott'acqua. E' una questione di massa critica.