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intelligenza scientifica e democrazia partecipativa



da LE MONDE diplomatique - Febbraio 2005

Un'esperienza promettente: le Conferenze di cittadini
L'intelligenza scientifica e la democrazia partecipativa

Alcune scelte cruciali (genetica, tecnologie, energia, ecc.) sono spesso
effettuate sulla base del consiglio di esperti «obiettivi», senza una
preventiva consultazione popolare, compresi i diretti interessati. E così
cresce lo scarto tra le aspirazioni popolari e le opinioni dei governanti,
influenzate dalle lobby economiche. D'altra parte, alcune esperienze di
partecipazione democratica, mostrano che un «sapere dei cittadini» è
possibile.

Jacques Testart

Tra le dieci personalità preferite dai francesi, si annoverano due
sportivi, due cantanti di varietà e due attori di cinema (1). Ma non
compare nessun uomo politico, nessun sindacalista, nessuno scrittore o
ricercatore, nessun «intellettuale» o innovatore. Tutti sono a conoscenza
di questo scandalo, ribadito da mille sondaggi, ma nessuno osa prenderlo in
considerazione per valutare cos'è la democrazia.
Si fa finta di credere che «il peggiore dei sistemi, esclusi tutti gli
altri» debba essere proprio questo, che legittima l'alienazione o i
fantasmi della maggioranza. Si pretende che il sentire spontaneo della
maggioranza abbia un valore inestimabile, perché - come già affermava
Aristotele - «la volontà dei più ha forza di legge».
Eppure, i governanti si guardano bene dal sottoporre al vaglio
maggioritario le scelte importanti, quando i sondaggi lasciano presagire
risultati inaccettabili per la morale (pena capitale) o per le lobbies
economiche (organismi geneticamente modificati). In altre parole, il potere
fa appello ad un sistema politico da cui trae legittimità, ma di cui limita
l'uso al solo gioco politico.
In un articolo pubblicato in queste pagine, José Saramago s'interrogava sui
meccanismi di delega attraverso i quali l'elettore rinuncia all'azione
politica personale fino alle elezioni successive e proponeva di «rimettere
in discussione la democrazia in tutti i dibattiti (2)». È poco verosimile,
come si è creduto a lungo, che l'aumento medio dell'«istruzione» basti a
produrre una coscienza umanistica: le classi di età in cui i diplomati sono
la maggioranza, non sembrano fare scelte molto diverse da quelle della
società tradizionale.
D'altra parte, gli sviluppi rapidi, e spesso irreversibili, della
tecnoscienza mettono chi deve decidere di fronte a scelte cruciali che
coinvolgono le generazioni future. Chi viene eletto subisce le pressioni
del mercato, ma, nella maggior parte dei casi, non ha le competenze
necessarie per farvi fronte quando è chiamato a decidere sulla diffusione
di nuove tecnologie. Semplici cittadini, in particolare nei movimenti
associativi, sono a volte più informati dei responsabili politici. Le
valutazioni dei cittadini militanti devono però rimanere al loro posto,
simmetriche rispetto a quelle degli esperti ufficiali, anche se questi
ultimi si trovano quasi sempre in conflitto di interessi con il mondo
industriale. È bene anche diffidare «dell'ideologia della valutazione e
della competenza, la cui funzione è quella di respingere le aspirazioni
della maggior parte dei cittadini, valorizzandone alcuni (...) provenienti
dagli stessi contesti sociali, che vengono cooptati senza mai essere
responsabili nei confronti degli altri cittadini (3)». È tempo perciò di
inventare nuove procedure soprattutto per cercare, attraverso formule
maggiormente partecipative, di porre rimedio alle carenze della democrazia
rappresentativa. Se ne vedono già molti esempi.
Sempre più spesso, una regione può esprimere le proprie necessità
collettive, per esempio in occasione di inchieste pubbliche, grazie a
comitati d'informazione e/o di consultazione locali. Per scelte a livello
nazionale, si fa invece ricorso a gruppi di esperti (i cosiddetti comitati
«di saggi»), a persone direttamente (gruppi di discussione) o non
direttamente coinvolte (conferenze di cittadini).
Per non incorrere nell'accusa di puro e semplice opportunismo, queste
esperienze debbono servire, grazie alle valutazioni che permettono di
raccogliere, ad elaborare politiche pubbliche. Il che però non succede
quasi mai, e l'esempio più scioccante è stato forse quello delle piante
geneticamente modificate (Pgm).
In Francia, la coltivazione delle Pgm in pieno campo, dunque in un ambiente
non protetto, è stata condannata a più riprese: da una conferenza di
cittadini (1998), dal «Comitato dei 4 saggi» (2002), da diverse
consultazioni pubbliche (2003-2004) e dai risultati di molti sondaggi
d'opinione. L'ostilità alla sperimentazione di Ogm in ambiente non protetto
è stata confermata anche da oltre il 90% delle e-mail - procedimento
democraticamente contestabile - sollecitate dai ministri dell'agricoltura,
dell'ecologia e della ricerca. Eppure gli organizzatori di queste
pagliacciate ne concludono... che bisogna proseguire le sperimentazioni!
Neppure la Commissione europea è stata da meno: il 19 maggio 2004, ha tolto
la moratoria sulle importazioni di Pgm, malgrado i ripetuti esiti dei
sondaggi d'opinione (l'Europa conta oltre il 70% di oppositori a queste
colture) e senza tenere in alcun conto le risposte al suo ipocrita invito,
redatto in inglese, ad esprimere la propria opinione per posta elettronica
(«Submit a comment by E-mail ...»).
Lontano dalle mascherate organizzate Alcune esperienze, condotte
soprattutto in Europa da una ventina di anni, hanno permesso a dei profani
di elaborare proposte per la gestione di situazioni di incertezza, spesso
in rapporto a nuove tecnologie (Ogm, scelte energetiche, procreazione
assistita, antenne per ripetitori...) In questi casi, un'adeguata
formazione preliminare risulta indispensabile per formulare un giudizio
fondato, la democrazia detta «partecipativa» non può coinvolgere tutti i
cittadini. In una delle forme di «democrazia dialogata (4)» più
promettenti - la conferenza di cittadini (5) - il gruppo, benché costituito
da un numero ridotto di persone (una quindicina), può essere abbastanza
rappresentativo della diversità della popolazione. Vengono individuate
quote di persone, suddivise per categoria (età, sesso, professione, scelta
politica, origine), su un campione più ampio di alcune decine di volontari
sondati a caso. Scopo della procedura è ottenere quel parere, che si
presume avrebbe espresso l'insieme della popolazione, se si fosse potuto
darle preliminarmente gli strumenti per un giudizio informato, cosa
materialmente impossibile.
Non si tratta solo di preparare un dossier tecnico, ma di mettere un gruppo
di cittadini in condizione di capire, intervenire e agire responsabilmente.
L'emulazione che si crea è evidente, come hanno potuto verificare alcuni
osservatori nell'incontro con la stampa che ha chiuso la conferenza
sull'utilizzazione degli organismi geneticamente modificati (Ogm), nel
corso della quale il gruppo ha illustrato le sue conclusioni: «La
tranquilla competenza con la quale ognuno riesce ad affrontare le questioni
crea un'atmosfera di misurata fierezza e di onestà condivisa vissuta da
molti partecipanti, giornalisti inclusi, con reale emozione (6)».
Il gruppo di cittadini deve essere delegato in relazione ad un obiettivo
preciso, e deve ricevere tutte le informazioni utili alla formazione di un
giudizio, senza nascondere incertezze né tesi contraddittorie.
Il lavoro, supportato da uno psicosociologo, deve essere protetto da
possibili manipolazioni (da qui l'anonimato dei partecipanti, fino al
termine dei lavori). Alla fine, il gruppo sarà sciolto, per evitare che si
costituisca un corpo di «esperti profani».
La natura delle informazioni fornite ai cittadini che s'impegnano in questa
esperienza costituisce un elemento fondamentale del processo.
La formula migliore per garantire obiettività sembra essere la costituzione
di un comitato organizzativo che comprenda, oltre ai responsabili del
processo, di cui conoscono bene il funzionamento, esperti che esprimano
pareri diversi, se non contrapposti. Una volta costituito, al comitato
viene affidato il compito di preparare consensualmente il programma di
formazione (temi trattati, documenti proposti, nomi dei formatori). Il
movimento associativo trova così spazio tanto all'interno del comitato
organizzativo che tra i formatori, e può quindi suggerire una contro -
valutazione, spesso in contrasto con quella della maggior parte degli
esperti istituzionali.
Tali esperienze hanno dimostrato, da un lato, che ogni cittadino che
accetti di partecipare si rivela competente, perché capace di imparare,
capire, analizzare e formulare un giudizio motivato; d'altro lato, che
soltanto una minoranza tra le persone invitate (circa una su tre) ne
accetta i sacrifici, il più severo dei quali consiste nel dedicare molti
fine settimana ad informarsi, discutere, interrogare, esprimere un parere,
in maniera anonima e non retribuita.
Urna o conferenza?
Ipotizziamo allora che siano proprio queste due circostanze a indicare le
linee di un autentico funzionamento democratico. Perché non convenire sul
fatto che la democrazia è il sistema che fa corrispondere la politica alle
scelte maggioritarie dei cittadini che accettano di imparare e capire,
rimanendo il processo aperto a tutti? Bisogna smetterla con questa
concezione magica della democrazia, che fa credere che chiunque possa avere
un'opinione pertinente su un argomento complesso, senza prima essersi dato
gli strumenti necessari. Quando la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e
del cittadino dice che «la legge è l'espressione della volontà generale»,
postula che questa «espressione» sia il risultato di una costruzione
volontaria, a partire da un lavoro politico realizzato dai cittadini.
Queste proposte rischiano di essere tacciate di elitarismo, partendo
dall'assunto che il popolo è formato dall'insieme dei cittadini, e non si
può escluderne una parte... È vero, ma la crescente astensione nelle
consultazioni elettorali non testimonia forse l'esclusione, cosiddetta
volontaria, del 30%, 50%, se non di più, delle persone chiamate a votare?
L'importante è non inquadrare e fissare una volta per tutte una frazione
della popolazione come marginale, e un'altra come parte integrante della
società. Così come tutti i cittadini sono chiamati alle urne, tutti possono
essere scelti, in modo casuale, per discutere ed esprimere il proprio
parere in una conferenza di cittadini. Se poi, la percentuale dei
dimissionari risultasse paragonabile ai tassi record di astensionismo alle
elezioni a causa dei notevoli sacrifici imposti dalla procedura, potrebbe
anche darsi che alcuni astensionisti fossero più motivati a partecipare a
un'esperienza del genere, che non a recarsi al seggio elettorale.
La democrazia deliberativa non consiste nell'organizzare un confronto tra
il Parlamento degli eletti ed un altro Parlamento composto da cittadini
estratti a sorte. Prima di tutto, perché il forum cittadino scompare, nel
momento in cui ha espresso il suo parere sul problema che ne aveva
richiesto la convocazione, e altri cittadini, altrettanto privi di
competenze specifiche, si esprimeranno su altri problemi (o sullo stesso,
se necessario). Poi, perché nessuno ritiene che la legge debba essere
scritta da persone anonime e sprovviste di mandato elettivo. Non si tratta
di esaltare la funzione parlamentare, supponendo che porti necessariamente
al bene comune, ma di stabilire il principio che ogni impegno politico
esige una firma, all'occorrenza quella della rappresentanza nazionale. Le
disposizioni legislative sulle conferenze di cittadini (che necessitano di
una precisa definizione del protocollo e di norme che ne controllino il
funzionamento) dovrebbero prevedere per gli eletti l'obbligo di
appropriarsi delle conclusioni raggiunte e di renderne pubblico il seguito.
Come le procedure di delega, anche quelle di partecipazione possono essere
estese al di là di una regione o di un paese, e interessare l'intero
pianeta. Il che vuol dire che la valutazione sulle minacce globali
(cambiamenti climatici, rischi ambientali, etica del vivente) non è di
competenza esclusiva degli esperti, e che quindi delle organizzazioni
internazionali potrebbero individuare procedure di democrazia deliberativa
valide a livello mondiale.
Queste procedure, ancora sperimentali, sono rivoluzionarie perché disegnano
il profilo di un'altra democrazia, capace di riconoscere la legittimità del
giudizio consapevole di un gruppo responsabile e l'equità delle procedure
dialogiche. Perché «una misura equa è una misura presa seguendo procedure
che producono in tutti i protagonisti la convinzione che essa è imparziale
(7)». Con ogni evidenza, queste procedure sono necessarie per gestire la
complessità delle nuove tecnologie (8), ma potrebbero dare un contributo
serio anche alla risoluzione di conflitti etici o politici (9).
Prendiamo l'esempio dell'abolizione della pena di morte in Francia, nel
1984. L'impegno del ministro della giustizia, Robert Badinter, che permise
di porre fine a questa barbarie, costituisce un caso di «democrazia
rappresentativa abusiva»: una decisione importante presa senza un mandato
specifico. È probabile che il ricorso alla «democrazia partecipativa
abusiva», tramite un referendum che avrebbe portato ad una «scelta»
impulsiva, invece che profondamente meditata, avrebbe condotto ad una
conclusione diametralmente opposta. Al contrario, tutti coloro che hanno
frequentato conferenze di cittadini sanno che una tale prassi, applicata
alla questione della pena capitale, avrebbe prodotto un parere identico a
quello del guardasigilli. Il senso di responsabilità delle persone
coinvolte (dei «super cittadini» volontari) e i modi della riflessione
(serietà, approfondimento del tema, confronto di idee, emulazione) fanno
emergere, nella maggior parte dei partecipanti, qualità umane fondamentali
quali intelligenza, coscienza, altruismo.