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previdenza integrativa , costa troppo ed è rischiosa



da il manifesto - 08 Luglio 2005

TFR, I QUATTRO NO ALLA RIFORMA
Previdenza integrativa: inefficace e iniqua. Costa troppo ed è rischiosa
ANGELO MARANO

E' in dirittura d'arrivo il decreto legislativo che introdurrà il passaggio
del Tfr ai fondi pensione via silenzio-assenso. I lavoratori dipendenti
avranno sei mesi di tempo per esplicitare il loro no; altrimenti il Tfr che
matureranno da gennaio verrà automaticamente versato alla previdenza
privata. Coloro che diranno no potranno comunque ripensarci in un secondo
momento, mentre la rinuncia al Tfr sarà irreversibile. Nelle bozze
anticipate emergono parecchi punti discutibili: dalla tassazione di favore
per le pensioni private, laddove sulle pensioni pubbliche si paga la
normale imposta sul reddito, all'equiparazione di fondi negoziali, fondi
aperti e polizze assicurative, pur a fronte di perduranti differenze nei
costi, nella trasparenza, nelle garanzie offerte agli aderenti. Ma è
soprattutto la scelta di fondo a favore della previdenza integrativa che
deve essere rimessa in discussione. Perché ad un problema vero,
l'inadeguatezza delle pensioni future, si dà una risposta, la previdenza
privata, del tutto inadeguata. Al popolo che chiede pane si propongono (a
sue spese) al più salatissime brioches. Partiamo dal problema vero. Le
pensioni pubbliche risulteranno, per i lavoratori più giovani, di molto
inferiori alle attuali. Ci sarà innanzitutto un peggioramento netto e
improvviso attorno al 2020, quando inizieranno a ritirarsi coloro che
avevano meno di 18 anni di contributi nel 1995: i nuovi pensionati vedranno
la propria pensione calcolata per la maggior parte con la nuova formula
contributiva, molto meno favorevole, col risultato di pensioni più basse
del 20-30% per i dipendenti, del 40-50% per gli autonomi. La situazione si
aggraverà negli anni successivi, mano a mano che la nuova formula
contributiva verrà estesa a tutta la carriera lavorativa: nel 2040 la
pensione pubblica assicurerà ad un dipendente con 35-40 anni di carriera
appena il 50-60% del salario al momento del pensionamento, ad un autonomo
il 30-40%.
Nei fatti la situazione risulterà probabilmente ancora peggiore. Da un lato
le pensioni sono ormai indicizzate ai soli prezzi, non anche ai salari,
dunque il pensionato sperimenta dopo il ritiro un progressivo impoverimento
rispetto al resto della popolazione. Dall'altro, anche andando in pensione
più tardi, risulterà sempre più difficile maturare 35-40 anni di
contribuzione: aumenta infatti l'età media di ingresso nel mercato del
lavoro, mentre la «flessibilità» attuale implica lunghi periodi di lavoro a
contribuzione ridotta (cococo, cocopro, ecc...), quando non addirittura di
inattività.
Insomma, è probabile che dal 2020 il livello troppo basso delle pensioni
diventerà un'emergenza nazionale. Vedremo moltiplicarsi i «vecchi» che non
ce la fanno ad assicurarsi i beni primari. Se l'adeguatezza delle pensioni
future è problema vero, la soluzione previdenziale integrativa proposta è
però inefficace, iniqua, rischiosa e costosa.
Inefficace perché non è in grado di assicurare prestazioni adeguate proprio
a coloro che più ne avranno bisogno, ovvero i lavoratori precari e a basso
reddito, che non possono permettersi di pagare i relativi contributi o, se
provano a farlo, sono costretti a smettere dopo qualche anno, con
conseguenti penali che erodono buona parte del capitale accumulato.
Inefficace perché coloro che potranno permettersela (i settori più
benestanti del lavoro autonomo) non faranno altro che destinare alla
previdenza integrativa risparmi che già detengono sotto altre forme, al
solo scopo di sfruttare i vantaggi fiscali. Inefficace: i dipendenti che
rinunceranno al Tfr si troveranno, estremizzando, con una pensione
integrativa in più ma senza casa di proprietà.
Iniqua, la previdenza privata: chi può permettersela e sfruttarne i
vantaggi fiscali sono solo i ricchi e i settori più tutelati del lavoro
dipendente. Il sistema fiscale e previdenziale diventa regressivo: i ricchi
pagano meno tasse e hanno pensioni più alte (tassate molto favorevolmente);
i poveri non riescono a beneficiare degli sgravi fiscali quando lavorano e
per giunta, quando non lavorano più, ricevono pensioni più basse ed
interamente tassate.
Rischiosa, la previdenza privata, perché gli andamenti ballerini dei
mercati finanziari rendono le pensioni integrative un terno al lotto. Un
rischio che ricade interamente sul lavoratore: è lui che ci guadagna o
rimette, assicurazioni, banche e fondi pensione hanno rischio zero. Così
una pensione integrativa potrà essere alta o bassa a seconda dell'andamento
dei mercati borsistici, dei tassi di interesse, del tasso di inflazione nei
prossimi venti o trent'anni. Di fatto, l'esperienza recente, così come
quella di tutto il `900, mostra miriadi di casi nei quali i lavoratori
hanno perso praticamente tutto, a causa di guerre, inflazione, crolli dei
mercati azionari, crisi economica.
Costosa, la previdenza privata, perché costa, e molto, far gestire le
risorse dei fondi pensione da banche e assicurazioni, le uniche a
guadagnarci in ogni caso. Costosa perché non potrà offrire rendimenti
sostanzialmente più elevati della previdenza pubblica. Sarebbe più
conveniente riformare il sistema pubblico per continuare a garantire
prestazioni dignitose, come in Francia, integrando le entrate contributive
con risorse aggiuntive quali la carbon tax o un fondo di riserva.
Ancora, costosa perché la previdenza privata richiede ingenti risorse
pubbliche. 150 milioni sono già stanziati per la previdenza dei dipendenti
pubblici. 200 milioni per il 2006 e 530 milioni l'anno dal 2007 sono stati
destinati a compensare le aziende della mancata gestione del Tfr. Infine,
le minori entrate fiscali. Già oggi lo Stato rinuncia a tassare i circa 5
miliardi di contributi alla previdenza integrativa: solo in minima parte
verranno compensati da maggiori future entrate fiscali; se col silenzio
assenso i contributi alla previdenza integrativa diventassero 15 o 20
miliardi la spesa fiscale triplicherebbe.
Si tratta di un onere che potrà essere fra i 2 e i 4 miliardi di euro
l'anno. E' proprio questo il momento per giocare risorse così ingenti sulla
ruota dei fondi pensione? Con un deficit ai livelli attuali, con la
necessità di rilanciare l'economia realizzando quegli interventi (trasporti
pubblici, casa, ricerca, asili...) per troppo tempo rimandati, non sarebbe
opportuno puntare su ben altro?


LA RIFORMA DELLE PENSIONI
Il tfr nei fondi sarà esposto ai capricci finanziari. E pagheranno i
lavoratori
FELICE ROBERTO PIZZUTI

Nei prossimi mesi, prima il confronto tra governo, parti sociali e
parlamento, poi le scelte dei lavoratori (silenzio-assenzo) in materia di
previdenza complementare e destinazione del Tfr definiranno non solo
l'assetto del nostro sistema previdenziale, ma avranno conseguenze di
rilievo per l'intero sistema economico. Si tratta dunque di una questione
rilevante, anche ai fini del programma del nuovo governo che verrà dopo le
elezioni del 2006. L'avvio dei nuovi fondi pensione risale alla riforma
Amato del 1992 e ha avuto ulteriori regolamentazioni in occasione della
riforma Dini del 1995. In entrambi i casi, oltre ad altri importanti
obiettivi di razionalizzazione dell'assetto pensionistico, per
corrispondere alle esigenze di risanamento del bilancio pubblico vennero
prese misure volte a ridurre progressivamente, ma significativamente, le
prestazioni del sistema pubblico obbligatorio a ripartizione; i nuovi fondi
privati a capitalizzazione dovevano consentire una compensazione di quei
tagli e, dunque, una ricomposizione della copertura pensionistica dal
pubblico al privato.
Sul piano del risanamento finanziario, i risultati delle riforme degli anni
`90 sono stati superiori agli stessi obiettivi. Com'è stato accertato da
una commissione governativa, i vantaggi per il bilancio pubblico riferiti
al decennio 1996-2005 hanno superato di quasi undici miliardi di euro
quelli previsti. Il disavanzo tra le entrate e le uscite previdenziali del
sistema pensionistico, che nel 1994 era pari al 2,5% del Pil, è sceso
all'1,1%; si aggiunga (circostanza spesso ignorata) che le uscite effettive
per il bilancio pubblico, cioè al netto delle trattenute fiscali a carico
dei pensionati, sono inferiori di circa due punti di Pil, cosicché il saldo
è positivo per circa un punto di Pil.
Quanto alla riduzione del grado di copertura offerto dal sistema pubblico,
prima delle riforme, con 35 anni di contributi e a qualsiasi età, un
lavoratore dipendente maturava una pensione pari al 67% (nel settore
privato) o al 77% (nel settore pubblico) dell'ultima retribuzione; per i
lavoratori dipendenti che andranno in pensione con il sistema contributivo,
il tasso di sostituzione, a 62 anni e 35 di contributi sarà del 51%, mentre
per i lavoratori parasubordinati sarà del 31%.
La crescente consapevolezza che nei prossimi anni la copertura
pensionistica per un largo e crescente numero di lavoratori attuali sarà
largamente inadeguata e che tale prospettiva sia socialmente ed
economicamente insostenibile sicuramente giustifica che si intervenga
immediatamente sull'assetto attuale. Tuttavia, è del tutto incongruo che da
questa giustissima esigenza si derivi la necessità di un esteso sviluppo
della previdenza privata che, invece, avrebbe effetti negativi sulla
funzionalità del sistema pensionistico e sull'intero sistema economico.
Se la quota di copertura pensionistica affidata ai fondi a capitalizzazione
divenisse consistente (trasferendo tutto il Tfr arriverebbe a un quarto),
la crescente instabilità dei mercati incrinerebbe la funzione previdenziale
nella sua stessa ragion d'essere.
I rovesci dei mercati finanziari di questi anni hanno fatto sì che i
rendimenti dei fondi pensione siano stati anche sensibilmente inferiori a
quelli assicurati dal Tfr.
Spostando l'attenzione a periodi lunghi, come mostra una approfondita
ricerca, fondi pensione che tra il 1911 e il 1999 avessero investito tutti
i contributi in una Borsa dinamica come quella americana, avrebbero
garantito tassi di sostituzione che, per la sola variabilità dei mercati
finanziari durante gli anni considerati, sarebbero oscillati dal 18% al
100%. Cioè, due lavoratori con la stessa storia contributiva, per il solo
fatto di terminare l'attività in periodi diversi del ciclo di Borsa,
avrebbero maturato - per il resto della loro vita - pensioni molto diverse,
fino ad assumere una più di cinque volte il valore dell'altra.
Le specifiche caratteristiche del nostro sistema produttivo offrono motivi
seri e aggiuntivi per sconsigliare un trasferimento di tutto o anche solo
di buona parte del Tfr ai fondi pensione. Se tutto il risparmio attualmente
diretto al Tfr fosse trasferito ai fondi pensione, questi accumulerebbero
in sei anni circa 100 miliardi di euro. I lavoratori e le imprese
verrebbero privati di disponibilità finanziarie difficilmente sostituibili
dal sistema creditizio, che comunque chiederebbe tassi d'interesse
maggiori. D'altra parte, a causa delle piccole dimensioni delle nostre
imprese e della loro scarsa disponibilità a quotarsi in Borsa, già i
capitali relativamente esigui adesso gestiti dai fondi pensione (7 miliardi
di euro) vengono impiegati solo per il 2% in azioni di aziende italiane e
circa il 60% viene collocato all'estero, a beneficio dei nostri
concorrenti.
Fin dall'iniziale proposta dei fondi pensione, l'interesse al loro sviluppo
da parte delle imprese è stato subordinato alla contestuale riduzione dei
loro contributi al sistema pensionistico pubblico, implicando una riduzione
degli oneri salariali e una corrispondente redistribuzione a danno dei
lavoratori. L'iniziale decreto governativo prevedeva appunto il
trasferimento obbligatorio del Tfr ai fondi e la decontribuzione per le
aziende. Entrambe queste misure sono state almeno momentaneamente escluse
dal provvedimento governativo, ma se il meccanismo automatico del
silenzio-assenso portasse ad un massiccio trasferimento del Tfr ai fondi,
le nuove prestazioni pensionistiche da essi promesse faciliterebbero una
riduzione compensativa di quelle pubbliche e dei contributi aziendali che
le finanziano. Si arriverebbe cioè allo stesso risultato distributivo
inizialmente progettato che si sommerebbe agli altri esiti negativi,
previdenziali e macroeconomici, prima ricordati. Gli interessi dei gruppi
assicurativi costituiscono un altro capitolo.