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investire hi-tech



dal  manifesto - 20 Marzo 2005

Investire hi-tech
Dalla «bolla» sono nate anche imprese funzionanti
FRANCO CARLINI
CCinque anni fa, nel marzo 2000, scoppiava la cosiddetta bolla della New
Economy. L'indice Nasdaq aveva toccato il valore record di 5.048 punti il
10 marzo, ma subito dopo, all'improvviso, cominciarono i crolli. A fine
maggio l'indice era caduto a 3270 e la discesa sarebbe continuata per i due
anni successivi, arrivando a un minimo storico di 1172 il 9 agosto
dell'anno 2002. Attualmente l'indice Nasdaq vale 2016 e il ritorno a 5000
non sembra realistico. Ma quando era cominciata la «bolla»? Una data c'è ed
è il 9 agosto 1995. Quel giorno Netscape, una piccola società di Mountain
View in California, fece la sua IPO e la borsa scoprì all'improvviso che
tutto quello che faceva rima con Net si poteva trasformare in oro, almeno
virtuale. L'IPO è l'offerta iniziale di azioni al pubblico con cui una
società cerca di ottenere capitali freschi, basandosi su di un successo
economico già abbastanza consolidato.
Ma Netscape era una società recentissima, fondata solo nell'aprile del
1994, la quale contava su di un solo prodotto, un software chiamato
Navigator e appositamente disegnato, appunto, per «navigare» in rete, un
browser. In Italia l'euforia sarebbe esplosa solo quattro anni dopo, in
occasione dell'andata in borsa della Tiscali di Renato Soru nell'ottobre
del 1999. Il successo sconvolgente del collocamento contribuì a rendere
credibile la New Economy anche presso gli investitori italiani.
A ubriacatura finita qualche bilancio retrospettivo può essere tratto e va
detto che non è solo negativo. Gli aspetti positivi della corsa alle azioni
hitech stanno nel fatto che, grazie ad essa, delle idee inventive
riuscirono a trovare dei finanziamenti con cui provarci. Se non ci fosse
stata la follia degli investitori, imprese come eBay, Amazon, Yahoo! - per
citare le più note - e in Italia Tiscali e Fastweb non sarebbero mai nate.
In qualche caso gli azionisti ne hanno beneficiato e in altri devono ancora
vedere gli utili, ma al di là di questo la cosa significativa è che la
borsa, speculando, ha fornito la benzina alla tecnologia per dispiegare il
suo effetto bruciante rispetto a una Old Economy viziata da barriere
all'ingresso, recinti e rendite ben custoditi, posizioni di monopolio.
Gli elementi negativi sono invece più noti: si sono arricchiti soprattutto
i membri dei fondi di Venture Capital che lanciavano le azioni in borsa,
mentre i risparmiatori normali sono rimasti quasi tutti bruciati e interi
patrimoni, per quanto virtuali, si sono volatilizzati in pochi mesi. Va
aggiunto tuttavia che rispetto ad altre bolle euforiche delle storia
economica (le ferrovie americane, i tulipani olandesi eccetera) il boom
della New Economy è stato più contenuto nel tempo e meno disastroso. E che
nei casi più clamorosi, non già di speculazione, ma di vera e propria
truffa, come quelli di Enron e di WorldCom, il sistema finanziario e
giudiziario statunitense ha mostrato capacità di reazione e di correzione
abbastanza adeguata. Lo testimonia, ancora in questi giorni, la condanna di
Bernard J. Ebbers, il capo della WorldCom, per nove imputazioni di frode
fiscale, con una possibile condanna a 30 anni.
Si ricordi che viceversa in Italia agli scandali Cirio e Parmalat è
corrisposto un alleggerimento del reato di falso in bilancio di cui certo
potranno eventualmente godere gli imputati Mediaset (Silvio, Piersilvio e
Marina) per la vicenda dei diritti cinematografici acquistati attraverso
aziende nei paradisi fiscali e dirottati altrove. Nel caso delle due
aziende italiane sopra citate, Fastweb e Tiscali, c'è una situazione
comune: guidate da due imprenditori che credono all'industria più che alla
finanza, rispettivamente Renato Soru e Silvio Scaglia (quest'ultimo ex
amministratore delegato di Omnitel), hanno usato le ingenti risorse
ricevute dalla borsa per costruire un possibile futuro industriale nelle
comunicazioni digitali e sono divenute dei concorrenti, piccoli ma
importanti, dei monopolisti del settore, le telecom.
Questo ha significato investire molto in reti e infrastrutture, ma anche,
nel caso di Tiscali, in acquisizioni di altri Internet Provider in giro per
l'Europa. Entrambe le aziende si sono concentrate soprattutto nella vendita
di connessioni alla rete in banda larga, Tiscali con tecnologia aDSL,
Fastweb con fibra ottica più aDSL. Sono dunque sulla frontiera
dell'innovazione e del consumo di massa, ma nessuna delle due può dirsi
tranquilla sul proprio futuro perché per ogni nuovo cliente conquistato
(strappato per esempio a Telecom Italia) devono spendere molto sia in
marketing che in tecnologia di connessione e quei soldi torneranno loro
indietro solo nel tempo. In altre parole consumano denaro prelevandolo
dalla loro cassa per conquistare e connettere i clienti, ma rischiano delle
crisi di liquidità.
E' per questo motivo che Tiscali (di cui ormai Soru è solo azionista,
essendosi dedicato egregiamente alla guida della regione Sardegna) ha
iniziato da tempo a smantellare parte del proprio sogno di essere un
operatore pan-europeo. Ha dunque ceduto le Tiscali che aveva creato in giro
per il mondo (Sud Africa, Austria, Svizzera, Norvegia, Svezia, Belgio e
Danimarca) e si appresta a vendere anche un gioiello importante come
Tiscali Francia: l'acquirente più probabile sarà Telecom Italia che da
tempo, rafforzatasi in Italia, guarda all'espansione europea nella banda
larga. In questo Risiko finanziario industriale restano a Tiscali l'Italia,
l'Olanda, l'Inghilterra, la Germania e la repubblica Ceka, ma in questo
modo potrà rimborsare i prestiti in scadenza a luglio da 250 milioni di
euro.
Un problema analogo, legato al costo di acquisizione di nuovi clienti, a
fronte di un ritorno che avverrà solo in futuro, affligge Vincenzo Novari
di H3G operatore di telefonia Umts, noto al pubblico con il marchio «3». Le
campagne molto aggressive che sta conducendo hanno ovviamente un prezzo
perché in pratica «3» offre ai suoi abbonati dei telefonini avanzati in
comodato d'uso gratuito in cambio di una fedeltà di due anni. In sostanza
spende almeno 300-400 euro per sovvenzionare i suoi clienti e dunque deve
spingerli anche a usarli molto, per generare traffico. In questo caso tutti
i mezzi sono buoni, anche la possibilità di mandare in rete i propri
filmati amatoriali, magari persino un po' «adulti» nelle immagini, e se
altri utenti li scaricheranno si verrà ricompensati con 3-5 euro di bonus,
«scalando le classifiche» dei corti più visti.
H3G Italia è controllata al 91,3 per cento da Hutchinson Whampoa Limited,
un grande gruppo industriale che opera soprattutto nella logistica e che
negli anni scorsi ha deciso di differenziarsi anche nelle
telecomunicazioni; ma anche i suoi fondi sono limitati e dunque Novari ha
annunciato l'intenzione di andare in borsa. Per farlo deve avere i
fondamentali economici in ordine e allora ha deciso di copiare Tremonti: la
rete di torri cellulari italiane verrebbe ceduta in usufrutto per 5 anni
alla Ericsson, insieme a 760 dipendenti, togliendo dal bilancio dei costi
fissi per 250 milioni di euro in cinque anni. Senza dubbio si tratta di una
mossa a rischio e tali cifre ottimistiche sono contestate da diversi
osservatori, i quali fanno notare che un miglioramento del margine
operativo si realizzerebbe solo nei primi due anni, ma che alla lunga il
riaffitto delle rete da Ericsson risulterebbe invece più oneroso, a meno
che nel frattempo non migliorino vistosamente gli utili derivanti dai
clienti e questa è evidentemente la scommessa-speranza di Novari:
guadagnare tempo e mercato.
L'accordo con Ericsson, annunciato a gennaio, nulla dice per ora sul
«quanto» del dare e dell'avere e certo contrasta con la politica di ricerca
della felicità del personale espressa a suo tempo dal dinamico manager
genovese. Infatti i lavoratori non sembrano esattamente felici e anzi si
sono già viste le prime agitazioni sindacali.