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lavoro minorile: quali prevenzioni, quali tutele



da lavoceinfo.it
 22-08-2005
Lavoro minorile: quale prevenzione e quali tutele?
Stefania Sidoli
Marco Zanotelli

E’ forse passato troppo sotto silenzio il dato rilevato dalla Commissione di indagine sull’esclusione sociale (1) relativo ai minori poveri che, nel 2003, hanno rappresentato il 22,1% dei soggetti in condizioni di povertà nel nostro Paese, dato per altro in crescita dello 0,3% rispetto all’anno 2002. Pur consapevoli che questo dato va letto avendo ben presenti le diverse situazioni familiari e connettendolo con altri elementi di specificità quali la realtà dei minori immigrati e quella dei piccoli rom, non possiamo tuttavia non vedere in esso elementi di forte preoccupazione, in modo particolare se pensiamo che questo avviene in Italia, e cioè in uno degli otto paesi maggiormente industrializzati del mondo. E non possiamo non legarlo alle – tante – analisi condotte sul fenomeno del lavoro precoce e minorile, fenomeno tutt’altro che irrilevante, con aspetti di forte diversità a seconda delle realtà territoriali alle quali si fa riferimento, non riconducibile a parametri unicamente numerici e che troppo spesso rischia di essere non valutato nella giusta dimensione a causa della forte incidenza che nel nostro Paese ha il lavoro sommerso.
Abbiamo a disposizione non poche letture ed analisi sulla materia, che – proprio per la sua complessità – viene interpretata dagli enti di ricerca, istituzioni, organizzazioni sindacali con esiti lontani fra di loro per risultati, ma anche per rispondenza alla consistenza reale del fenomeno.
Dati e statistiche
A partire dal dicembre 1999, l’ISTAT ha avviato un progetto triennale per sviluppare definizioni e metodologie, in collaborazione con l’ILO (International Labour Office), al fine di quantificare e qualificare il lavoro minorile in Italia (2). L’indagine ha fornito, per l’anno 2000, una stima di circa 147.000 minori di nazionalità italiana, con età compresa fra i 7 ed i 14 anni, che hanno svolto una qualche attività lavorativa (vedi figure 1 e 2; fonte Istat).
Questo numero costituisce il 3,1% del totale dei minori compresi in quella fascia di età, rappresentando un’incidenza non trascurabile se confrontata con le statistiche internazionali fornite dall’ILO che collocano l’Italia ben oltre la media europea dell’1,5%, e oltre quella del 2% dei principali paesi occidentali.
Altri istituti forniscono stime diverse sui minori impegnati in attività lavorative in Italia, per esempio la Fondazione del Banco di Napoli (3) stima un totale di oltre 380.000 minori mentre l’IRES-CGIL (4) di oltre 400.000, entrambi comprendendo anche i minori immigrati ad i rom.
Come sottolineato dal rapporto CNEL 2005 (5), le differenze delle stime in questo complesso settore sono causate dall’adozione di metodologie diverse per la rilevazione e valutazione dei dati. In ogni caso, è innegabile che ci si trovi di fronte ad una realtà di forte significatività sociale, concordemente situata in modo prioritario all’interno di alcuni settori economici ben definiti: il settore agricolo, quello delle piccole e piccolissime aziende, che presentano una forte concentrazione manifatturiera ed un elevato ricorso ad attività contoterziste (ambiente che, non a caso, spesso "incrocia" l’economia sommersa), alcuni settori dell’artigianato (calzaturiero, abbigliamento), il settore edile.
I dati dell’attività di vigilanza dell’INPS nel 2003 riscontravano 384 casi di lavoratori al di sotto dell’età minima di assunzione, mentre – sempre nel 2003 – l’attività ispettiva svolta dal Ministero del lavoro (fonte: rapporto CNEL) evidenziava come, su 3.000 aziende ispezionate, siano stati trovati 1.678 minori risultati irregolari (su un totale di 3.979), il ché significa che per circa un lavoratore minore su due si è riscontrata una violazione alla normativa di riferimento. Nel corso del 2004 sono state ispezionate 4.730 aziende all’interno delle quali erano occupati complessivamente 4.931 minori, di cui 440 extracomunitari. Fra questi, i minori impiegati in violazione della normativa vigente sono stati 1.854, di cui 172 extracomunitari.
Il 2004 vede dunque l’incidenza di lavoratori minori irregolari in notevole crescita, pari al 60% del totale, con un’aggravante: i dati del 2004 non possono nei fatti essere confrontati con quelli del 2003, in quanto le aziende ispezionate non sono le stesse, né per tipologia né per dimensione. Le violazioni più ricorrenti riguardano la mancata sorveglianza sanitaria (1.238 violazioni) ed il mancato rispetto della disciplina dell’orario e dei riposi (447 violazioni); seguono quelle inerenti l’età minima di assunzione (174 violazioni) e i lavori vietati (42 violazioni). Si registrano inoltre 861 violazioni le cui cause non vengono precisate.
D’altra parte, quanto sia percepibile e complessa la gravità di questo fenomeno viene confermato dai dati che emergono dall’indagine svolta nel Lazio dall’Osservatorio sul Lavoro Minorile della Fondazione del Banco di Napoli: solo a Roma i minori tra i 7 ed i 14 anni impiegati in attività di lavoro precoce sono circa 8 mila: 688 tra i 7 e i 10 anni, 3.795 tra gli 11 e i 13 anni, 3.647 i 14enni. Si tratta per lo più di bambini stranieri costretti a vivere ai margini della società, svolgendo pesanti lavori di pulizia, vendendo prodotti agli angoli delle strade o semplicemente chiedendo l’elemosina. E’ evidente, quindi, che intorno a questa tematica si incrociano una pluralità di questioni, di notevole complessità: il lavoro sommerso, l’abbandono scolastico, una cattiva percezione dell’importanza di un percorso adeguato di istruzione e di formazione, l’immigrazione, una domanda di lavoro da parte delle imprese piccole e medie, ancora orientata a soggetti con titolo di studio o qualifiche professionali medio-basse, come dimostra l’indagine Excelsior condotta da Unioncamere (6), politiche familiari e politiche di inclusione sociale ancora insufficienti.
Prevenzione e tutela sociale
Sarebbe probabilmente opportuno affrontare la questione in modo efficiente e tempestivo, sia dal punto di vista della prevenzione sia da quello di una vigilanza orientata a favorire la conoscenza dell’entità del fenomeno ed il suo superamento; sono numerosi gli interventi necessari: dalla costruzione di un modello scolastico modulato in base ad età e attitudini, alla necessità di costruire una sintesi positiva delle diverse soggettività; dall’analisi delle ragioni vere dell’abbandono scolastico a un’analisi più attenta e compiuta delle tipologie di lavoro minorile, in cui si scandagli con precisione i settori economici che ne fanno uso; Dall’analisi dei ruoli svolti (dalla famiglia, dalla scuola e dal contesto socioeconomico del territorio) alla realizzazione di compiute politiche di conciliazione e di sostegno alla genitorialità. Dalla realizzazione di azioni positive indispensabili a superare ogni forma di discriminazione alla capacità di realizzare concrete ed efficaci politiche per la legalità e contro il sommerso.
Tuttavia, se vogliamo affrontare con realismo la questione, riteniamo non si debba trascurare il contributo che può venire dall’individuazione di modalità concrete con le quali favorire l’interagire dei soggetti che per loro mission dialogano e conoscono la realtà del mercato del lavoro e più direttamente si occupano di vigilanza e di lotta al sommerso: pensiamo, in primo luogo, all’Ispettorato del lavoro, all’INPS, all’INAIL. Alla possibilità che da un lato questi soggetti mettano a disposizione le loro banche dati per sapere quanti sono i minori che lavorano, a quale età hanno iniziato a farlo, con quale tipologia di contratto, con quali mansioni, in quali settori, aggiornandole in modo costante così da poter monitorare davvero se quel diverso rapporto fra mondo del lavoro e formazione che dovrebbe essere alla base della recente riforma dell’apprendistato. E dall’altro affrontino, nelle loro attività di vigilanza e di lotta al sommerso, il problema del lavoro minorile e del lavoro precoce con grande attenzione: pensiamo all’introduzione di diverse modalità di controllo delle aziende al cui interno si registrino irregolarità nei confronti di lavoratori minori o si scoprano a lavorare adolescenti al di sotto dei 15 anni; modalità che dovrebbero prevedere il monitoraggio di quelle aziende per almeno un triennio al fine di svolgere un’opera vera di disincentivazione per le altre che avessero la medesima intenzione.
Siamo consapevoli che è una "piccola" proposta, ma siamo anche convinti che è necessario partire da dove si può iniziare subito, con la certezza di ottenere risultati spendibili e confrontabili. Da tempo si parla della necessità di passare dal welfare assistenziale al welfare delle opportunità: ci pare che questo potrebbe rappresentare un punto d’avvio di indiscutibile valore: etico, ma non solo.
(1) "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale - anno 2004", Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale - Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. http://www.welfare.gov.it/EaChannel/Aggiornamenti/poverta070605.htm
(2) "Indagine ISTAT 2000 – Bambini, lavori e lavoretti - Verso un Sistema Informativo sul Lavoro Minorile, primi risultati", ISTAT – Ministero del lavoro e delle politiche sociali, giornata internazionale sul lavoro minorile, 12 giugno 2002.
(3) "Osservatorio sul Lavoro Minorile", diramazione della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia. http://www.osservatoriolavorominorile.it
(4) "Indagine IRES-CGIL : 400 mila bambini sfruttati in Italia" – www.rassegna.it 14 aprile 2004
(5) "Lavoro minorile: le misure legislative e le politiche a favore dell’inclusione sociale, Osservazioni e Proposte" - Rapporto CNEL 2005. http://www.cnel.it/
(6) Sistema Informativo "Excelsior", Unioncamere, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Unione Europea (FSE). http://excelsior.unioncamere.net/