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critica al dogma dell'eterna crescita



 il manifesto - 28 Settembre 2005


Critica al dogma dell'eterna crescita
MASSIMO SERAFINI
L'articolo di Marcello Cini, recentemente pubblicato dal manifesto, offre alla riflessione programmatica della sinistra molti spunti e un suggerimento: non si costruisce un futuro auspicabile per questo paese, più in generale per il mondo, se si continua a inseguire il dogma dell'eterna crescita economica. Ovunque, i tentativi di rilanciarla incontrano tre ostacoli: i limiti imposti dalla natura (cambiamento climatico), un'offerta di risorse energetiche fossili incapaci di soddisfare una domanda in costante aumento (Cina e India) e infine, con la capacità del nostro pianeta di accogliere e sfamare un numero crescente di persone, oltre che assorbirne i loro rifiuti e le loro emissioni. Quali conseguenze verrebbero da una pura estensione al sud del mondo del modello di crescita praticato al nord? Le immagini di New Orleans o della Cina o della Svizzera, travolte da uragani e alluvioni, ci dicono che questo tipo di sviluppo non regge a quelle dimensioni, anzi tentare di estenderlo a tutto il mondo avrebbe due possibili esiti, entrambi distruttivi: rompere in maniera irreparabile l'equilibrio della biosfera, oppure produrre continue guerre per il controllo delle risorse energetiche scarse e non rinnovabili e per riconfermare la soggezione di tre quarti del pianeta ai paesi ricchi. Il dogma dell'eterna crescita comporta, non solo prezzi sociali sempre più pesanti, ma è ormai privo di qualsiasi razionalità economica.

Un progetto di decrescita

Si sta chiudendo un'intera fase storica, quella basata sulla grande industria produttrice di beni durevoli e sull'espansione dei consumi individuali. Non è più razionale, né possibile, continuare a perseguire una logica di crescita che assegna alle merci e all'industria la stessa funzione del passato. Perseguire un rilancio di un assetto economico di questo tipo è destinato a produrre sempre meno benessere, disoccupazione cronica e strutturale, un impoverimento della vita sociale e una sistematica distruzione dell'ambiente. Per questa ragione è concretamente aperto il tema di un progetto di decrescita o, se si vuole uscire da un dibattito terminologico e ideologico insensato, il progetto di un'altra economia che sia capace di trasformare in opportunità i vincoli del mondo fisico, della natura e della convivenza fra i popoli. In altre parole è decisivo, per garantire al paese un futuro, progettare una società, non più unicamente mediata dalla moltiplicazione delle merci o dall'espropriazione della natura fisica, ma capace di perseguire un modello di consumi sobri e austeri. Non è detto che una riduzione dei beni consumati si traduca in una qualità peggiore della vita, se si è in grado di cambiare l'organizzazione stessa del consumo e la cultura che lo sostiene. La struttura del consumo e la determinazione dei bisogni non sono affatto la conseguenza di scelte soggettive e solo in parte dipende dalla distribuzione del reddito. Sono, invece, espressione di un certo tipo d'organizzazione della produzione e della vita collettiva. Automobili, week-end congestionati, proliferazione di oggetti, sono necessità reali, solo in una società di concentrazione urbana, con l'ambiente invivibile, con l'atomizzazione individualistica della vita quotidiana e l'isolamento nella famiglia di coppia.

Una nuova prospettiva

E'evidente che la proposta di un'altra economia, che provocatoriamente chiamo della decrescita, non avrebbe senso se non è quindi parte di una trasformazione sociale che faccia emergere a livelli diffusi una critica contro la grettezza consumistica e per l'egemonia di una cultura comunitaria e solidaristica. Solo così si potrà affermare un'idea di ricchezza non più fatta di cemento, asfalto, plastiche, oggetti, ma servizi, informazione, produzioni limitate in peso, ma alte in valore. In un'economia e in una società di questo tipo sarà il soddisfacimento dei bisogni collettivi di ambiente, salute, cultura, informazione, bisogni largamente inevasi, il fulcro di una nuova realizzazione del benessere e di nuove possibilità di occupazione, come lo sono stati l'automobile, gli elettrodomestici, la casa in proprietà, più in generale i beni di consumo privato, nella fase precedente. Di questi bisogni esiste una domanda immensa, che, se soddisfatta, può garantire molto lavoro e altamente professionalizzato: penso al risanamento ambientale del territorio, attraverso il quale farne decrescere il consumo e l'abuso, sviluppando al contrario il verde e l'aria respirabile; penso ai rifiuti che, per cessare di essere un problema, prima di sapere come correttamente smaltirli dobbiamo farli decrescere; penso a una nuova mobilità collettiva intermodale, che garantisca a tutti il diritto a spostarsi, ma insieme progetti la decrescita dei bisogni irrazionali di mobilità, sia di merci sia di persone; penso all'energia che per il risparmio che può consentire, le diverse tecnologie di sfruttamento delle fonti rinnovabili che incentiva, il diverso modello di localizzazione e qualificazione produttiva che induce in tutti i settori non può che essere il fulcro di un nuovo modello economico; penso alla ricerca scientifica che massicciamente rifinanziata, resa pubblica e autonoma può diventare lo strumento prioritario per realizzare queste trasformazioni. Si potrebbe continuare con l'agricoltura non inquinata né inquinante o i servizi culturali e la scuola o la socializzazione del lavoro di cura, tutte scelte che, se compiute, possono consentire al paese di uscire dal declino.

Una strada obbligata

Se ci s'incammina su questa strada, che a me pare obbligata, bisogna essere consapevoli che s'impone un nuovo intervento pubblico in economia. E' evidente che processi di questa portata non possono essere né promossi né tantomeno attuati dal mercato. Volerebbe veramente molto bassa una discussione programmatica che non ponesse al centro un ripensamento della sbornia liberista di questi anni. Altrettanto evidente è che la dimensione di questa discussione e del necessario ripensamento non può che essere europea e quindi chiama in causa le scelte fondamentali di politica estera e europea e il ruolo che intende giocare in Europa un eventuale governo dell'Unione. Infine c'è la questione del «chi paga», cioè da quali ceti sociali saranno prelevate le risorse necessarie ad arginare il dissesto finanziario e contemporaneamente a sostenere queste trasformazioni economiche e sociali. Al centro c'è il tema della finanza pubblica che si affronta sia dal lato della spesa sia da quello delle entrate. Il versante della spesa è quello nel quale più difficili e di lungo periodo sono i risultati. Diverso è il discorso sulle entrate. Tralascio le cose scontate, come la lotta all'evasione e all'elusione, su cui però bisognerebbe non limitarsi solo a esprimere la volontà politica di volerla fare, ma anche indicare come, con quali strumenti e coinvolgimento popolare si farà. Così come, a me pare, scontata la necessità di colpire patrimoni e rendite finanziarie. Forse però la questione ambientale suggerisce una svolta nelle politiche fiscali, quella di spostare la pressione fiscale dal lavoro e dalla produzione ai consumi di ambiente, cioè su tutte le risorse non rinnovabili, in primo luogo quelle energetiche.

Questi ragionamenti sono stati il filo conduttore dell'anti-Cernobbio, promossa da Sbilanciamoci, più in generale ne discute un ampio e variegato schieramento di forze della società civile (cantieri delle riviste, camera di consultazione della sinistra, le dieci cose da fare proposte dall'Arci insieme a numerose associazioni). Se, nella discussione programmatica del centro sinistra, si riuscirà a conquistare spazio a queste idee si dimostrerà che spostare a sinistra la cultura e i programmi dell'Unione è non solo necessari, ma è anche possibile.