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per un nuovo welfare keynes non basta più



da il manifesto 20 Ottobre 2005

Per un nuovo welfare Keynes non basta più
ANDREA FUMAGALLI

Ieri e oggi La distinzione tra «non lavoro» e «lavoro» si risolve oggi in
quella tra «vita non retribuita» e «vita retribuita»
ANDREA FUMAGALLI
Uno dei temi trattati dal convegno Rive Gauche organizzato da il manifesto
a fine settembre ha riguardato il concetto di welfare state e l'intervento
pubblico. Una settimana prima, a Bruxelles, nell'ambito dell'incontro
annuale degli economisti europei per una politica economica alternativa, si
è discusso di flexicurity e diritto al reddito come possibile base per un
nuovo welfare che sia in grado di andare oltre il welfare keynesiano
fordista. Sempre nell'ultimo mese su il manifesto sono apparse due
interviste, entrambe a cura di Cosma Orsi, che hanno come oggetto l'analisi
critica delle politiche di welfare in due paesi simbolo del mondo
capitalistico, per opposte ragioni: la Danimarca e gli Usa. E' positivo che
finalmente la sinistra radicale e alternativa si ponga la questione della
riforma dello stato sociale. Tuttavia, le posizioni si presentano alquanto
differenziate.

Uno dei maggior esperti del welfare scandinavo, Jesper Jespersen, ha ben
tracciato, seppur in modo molto moderato, le problematiche del modello
sociale europeo, mettendo in risalto luci e ombre della possibilità di
sviluppare un nuovo welfare che sia in grado di arginare l'ondata
darwinista-liberista che proviene da oltreoceano e da oltremanica. Il
modello sociale europeo nasce alla fine del XIX secolo in modo variegato
prima con le politiche bismarkiane e poi, all'indomani della diffusione del
modello fordista-taylorista degli anni `20 inframmezzata dalle due guerre
mondiali, con il Piano Beveridge del dicembre 1942 e la diffusione delle
idee keynesiane di porre in atto un compromesso sociale tra capitale e
lavoro; il fine, utile a entrambi i «contraenti» era quello di ridurre gli
effetti pesantemente disegualitari e distorsivi del «libero» mercato
oligopolistico delle grandi imprese del secondo dopoguerra. Il welfare
europeo è il figlio necessario dello sviluppo taylorista-fordista e dalla
necessaria esistenza di uno stato-nazione in grado di implementarlo. Nello
stesso tempo assume connotati diversi a seconda dello stato in cui si
sedimenta.

Negli Stati uniti, ad esempio, la parabola del welfare si esaurisce proprio
con il passaggio dal capitalismo industriale fordista al capitalismo
cognitivo flessibile e l'emergere di fasce di esclusione sempre più ampie,
soprattutto etniche e femminili, con un crescente abbandono del lavoro da
parte delle donne e il ritorno a forme di patriarcato, con buona pace di
quel «femminismo compatibile» che aveva visto nella flessibilità un
elemento caratteristico del lavoro delle donne e, quindi, una forma di
affermazione e liberazione.

Pur nella disomogeneità della situazione, siamo di fronte a problematiche
comuni che rendono imprescindibile un salto analitico per poter immaginare
un nuovo welfare adeguato alle trasformazioni sociali e economiche degli
ultimi vent'anni.

Laddove il processo produttivo è caratterizzato sempre più da elementi
immateriali legati alla capacità cerebrale e cognitiva (soprattutto nel
terziario per le imprese e nei settori ad alta tecnologia con forti
processi di apprendimento), non v'è alcuna differenza sostanziale tra
occupazione e disoccupazione, esiste solo il lavoro intermittente, più o
meno precarizzato o specializzato. Si potrebbe sostenere, in modo
provocatorio, che la disoccupazione è lavoro non remunerato e che il lavoro
è a sua volta disoccupazione remunerata. Si può sostenere, con buone
ragioni, sia che non si smette mai di lavorare (il tempo di lavoro si
allunga) quanto che si lavora sempre meno o che il lavoro necessario
mediamente si riduce. L'antica distinzione tra «lavoro» e «non lavoro» si
risolve in quella tra «vita retribuita» e «vita non retribuita». Il confine
tra l'una e l'altra è arbitrario, mutevole, soggetto a decisione politica.
E' su questo elemento che è necessario confrontarsi per una ridefinizione
attuale del welfare state. Esso non è più dipendente e, nello stesso tempo,
finalizzato a creare le condizioni per entrare nel mercato del lavoro e
sancire il dettame costituzionale del «diritto al lavoro». Piuttosto il
nuovo welfare deve creare le condizioni perché ogni individuo residente in
un territorio abbia la garanzia, in modo incondizionato, di un reddito
stabile e continuativo in grado di consentire da un lato lo sviluppo delle
sue capacità cognitive-creative, dall'altro il diritto di scelta alla
prestazione lavorativa che più gli aggrada. Il diritto alla scelta del
lavoro è concettualmente diverso del diritto al lavoro.

In secondo luogo, occorre prendere atto che il luogo della produzione e
dell'attività lavorativa non è definibile in uno solo (fabbrica, ufficio,
casa), ma è disseminato in un territorio, che è allo stesso tempo fisico e
virtuale. Attività produttiva e spazio tendono a coincidere, così come
l'attività lavorativa è sempre più attività di relazione e interconnessione
comunicativa reticolare, che si sviluppa su basi rizomatiche più o meno
ricombinanti o nomadi. Ciò significa che l'attività di lavoro coincide con
la vita stessa: oltre al venir meno della distinzione tra lavoro e non
lavoro, sfuma anche la separazione tra produzione e consumo, produzione e
riproduzione. L'esistenza degli individui, in quanto interna a un processo
di cooperazione sociale sempre più indotto (e di cui si è sempre meno
coscienti), è sussunta nell'attività di lavoro che si svolge in un ambito
sempre più cooperativo.

E' dunque il territorio definito dalla cooperazione sociale l'ambito che
delimita lo spazio del nuovo welfare state. Tale spazio può essere
rappresentato da realtà locali come da realtà sovranazionali, non più
esclusivamente nazionali. Ciò significa che il nuovo welfare, nel garantire
come perno centrale della sua azione la garanzia di un reddito dignitoso
incondizionato, deve assumere come referente un duplice livello spaziale:
quello sovranazionale (nel nostro caso, esso è rappresentato dall'Europa) e
quello locale. Lo sviluppo di welfare municipali, a livello regionale, è
condizione necessaria perché le realtà produttive interessate, che variano
in funzione delle peculiarità, della storia e dell'antropologia del
territorio di appartenenza, abbiano interventi adeguati alle proprie
caratteristiche all'interno di un quadro normativo e sociale generale e
comune a livello europeo.

Occorre infine considerare che lo sviluppo del paradigma cognitivo di
accumulazione tende sempre più a basarsi sullo sfruttamento di beni
«comuni», ovvero quei beni e quelle risorse che sono il frutto dell'agire
sociale umano: non si fa riferimento solo ai beni primari della terra,
quali acqua, energia, ma soprattutto a quei beni, quali la conoscenza
(knowledge), le comunicazioni, le informazioni che sono il risultato delle
interconnessioni sociali che stanno alla base della cooperazione sociale
produttiva e sulla cui espropriazione da parte dei poteri privati
dell'economia si basa la creazione di ricchezza (vedi direttiva
Bolkenstein). Si tratta di beni che sono allo stesso tempo individuali e
sociali. In un simile contesto, la dicotomia privato-pubblico appare
superata a vantaggio del concetto di proprietà comune e, quindi, di
autoriappropriazione sociale. La preservazione di tali beni comuni e la
distribuzione sociale dei guadagni che il loro sfruttamento comporta sono
il nuovo obiettivo di un possibile welfare adeguato all'attuale struttura
produttiva. E poiché questi beni sono inalienabili dalle persone, anzi sono
il frutto stesso della loro capacità esistenziale, il nuovo welfare non può
che porsi sul piano della critica alla biopolitica dell'esistente. E' su
questo nuovo livello di analisi che va portata avanti la sfida verso un
futuro di civile convivenza: il perseguimento delle sole politiche
keynesiane nazionali di stampo fordista non solo non è più sufficiente, ma
rischia di diventare desueto e impraticabile.