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la rete fissa resta un monopolio



da il manifesto
20 Novembre 2005
La rete fissa resta un monopolio
FRANCO CARLINI

La polemica sulla Telecom tra Prodi e i consiglieri di amministrazione
obbliga ad alcune riflessioni sul settore. I concorrenti sono ancora
frenati nell'accesso ai servizi
Difficoltà per chi vuole offrire l'Adsl, ma anche pessima assistenza ai
clienti a causa dell'utilizzo di lavoro precario nei call center. Tutti
nodi ancora non risolti

FRANCO CARLINI
Martedì scorso è capitata una cosa abbastanza strana: il Corriere della
Sera ha pubblicato in apertura di pagina economica un documento degli
undici consiglieri di amministrazione indipendenti di Telecom Italia. Sono
firme illustri, dall'ex ministro Paolo Baratta a Jean Paul Fitoussi, da
Enzo Grilli a Pasquale Pistorio della Stm. E' una lunga lettera di protesta
contro Prodi, il quale due giorni prima aveva detto che il nostro paese
vive all'ombra dei monopoli cui le autorità di regolazione lasciano uno
spazio che nel resto d'Europa ci si sogna. Il leader dell'Unione aveva
anche aggiunto che da noi le uniche imprese che fanno soldi sono appunto
quelle che lavorano sulle tariffe, come Enel, Eni, Autostrade, Mediaset e
Telecom e che esse condizionano le authority. La reazione dei consiglieri
indipendenti di Telecom Italia è piccata, puntigliosa e anche sopra le
righe, rivelando, per dirla semplice, una coda di paglia persino eccessiva.

Il testo offre alcuni elementi di fatto indiscutibili e altri li forza in
versione patriottica, ma soprattutto rappresenta una sorta di manifesto
programmatico per le regole prossime venture delle telecomunicazioni. Più
che una protesta verso Prodi è una esplicita (quanto lecita) azione di
lobbying verso il prossimo governo dell'Unione.

I fatti veri sono che l'Italia, e Telecom con essa, si è adeguata a una
estesa liberalizzazione del mercato telefonico, per effetto delle norme
europee e del tumultuoso avanzamento delle tecnologie digitali. Avvenne con
il governo dell'Ulivo, che adeguò rapidamente il paese a quanto la Ue
chiedeva. Dunque il monopolista di stato ora è senza dubbio privato e
soprattutto un ex. Ma è altrettanto certamente un «incumbent», ossia il
soggetto dominante e incombente sul mercato che controlla all'80%, e per
questo è caricato di particolari responsabilità e soggetto a più stretta
vigilanza pubblica. Altrettanto certamente ha utilizzato al meglio le
regole vigenti e le tecnologie nuove non solo per contrastare i
concorrenti, ma anche per aumentare il distacco da loro. La questione è
strutturale e storica perché è di Telecom Italia la rete telefonica,
costruita a suo tempo dallo stato, con i soldi dei cittadini, e su questa
rete molti dei concorrenti devono passare, se vogliono offrire servizi come
l'Adsl a banda larga.

La letterona di autoelogio degli undici consiglieri ha trovato una parziale
smentita due giorni dopo, quando la Corte di Appello di Milano ha
confermato che queste porte alla concorrenza tanto aperte non sono: un
operatore alternativo di telefonia, Tele2, aveva denunciato infatti che 155
mila attivazioni di Adsl richieste dai suoi clienti non sono state evase.
Per 250 casi il tribunale ha riconosciuto che la negligenza di Telecom era
provata e le ha ordinato di provvedere rapidamente.

Secondo Telecom solo di disguidi si tratta, ma invece gli Internet Provider
sostengono che è una deliberata politica di dissuasione. La quale
avverrebbe con un trucco perfido: uno chiede l'Adsl di Tele2 ma Telecom
Italia gliela nega perché su quella linea telefonica risulta già attivata
una propria Adsl. Solo che l'abbonato non l'aveva mai richiesta (e infatti
non gli viene fatturata). In sostanza l'incumbent bloccherebbe
preventivamente le linee a insaputa degli utilizzatori per poter negare il
passaggio ad altro fornitore. Questa la protesta dei concorrenti.

Tra le cose che gli undici tifosi indipendenti tacciono per pudore c'è
anche il disservizio ai clienti attraverso i call center. Da Telecom ci
dicono che il problema è presente e che ci stanno lavorando, il che senza
dubbio è vero, ma è difficile che un servizio di qualità possa essere
offerto con appalti selvaggi e precari e, salvo smentita futura, questo
disinteresse per gli abbonati è un tipico indizio di cultura monopolistica.
Forse è un retaggio del passato, ma assai duro a morire. Le cose sono
peggiorate passando dal monopolio di stato alla privatizzazione.

Un altro capitolo di meriti rivendicato con orgoglio dalla lettera sono i
molti investimenti nella rete telefonica. Ma anche qui le cifre parlano:
sono 10.400 le centrali di smistamento telefoniche in Italia e solo 4 mila
di queste sono predisposte per l'Adsl. E le altre? Molte non lo saranno
mai, perché è troppo costoso farlo, rispetto agli incassi prevedibili nelle
zone decentrate o rurali. Anche qui - ammettiamolo - ci scatta la nostalgia
del servizio pubblico universale. Banda larga ormai non è un lusso, ma un
bisogno e persino un diritto civico. Poiché gli undici tanto si rifanno al
caso americano, siano almeno consapevoli che esattamente di questo negli
Usa si discute.

Se dovessimo dare un suggerimento al possibile nuovo presidente del
consiglio, proporremmo che il broadband sia considerato servizio da
garantire a tutti gli italiani e che dunque l'incumbent sia obbligato, con
le dovute regole, a fornirlo. Diversamente tornerebbe attuale la decisione
che Telecom teme più di tutte, ovvero la separazione della rete dai
servizi. E' questa minaccia che ha costretto l'ex monopolista inglese, Bt,
ad aprirsi alla concorrenza.

Ma la lettera contiene soprattutto una proposta per il futuro. Sostiene che
l'epoca delle regole rigide contro i monopoli è finita, negli Usa come in
Italia, e che ora, corrette le manchevolezze del mercato monopolista, si
possa procedere con mano leggera, in Europa e in Italia. Ma è sostenibile
anche la tesi opposta: poiché tutti gli ex monopolisti detengono una quota
molto grande del mercato e i cavi che arrivano in casa, sono proprio loro
che, a partire da questo assetto storico, cominciano a offrire i servizi
avanzati (voce su Internet, televisione via cavo, web services,
integrazione tra linee fisse e mobili eccetera). E l'andamento degli ultimi
anni segnala che questo avviene con processi di grande concentrazione.
Persino il foglio più liberista di tutti, l'Economist, ha commentato le
recenti mosse di Telefonica spagnola (che ha acquistato un operatore mobile
inglese, O2) come un rischio per i consumatori. Insomma sembra confermarsi
quel fenomeno ampiamente studiato dagli economisti: i più grandi lo
diventano ancora di più, e il divario dai nuovi entranti si approfondisce
anziché ridursi. Se la diagnosi fosse vera, allora, proprio quando si
aprono nuovi orizzonti tecnologici, occorrerebbe aumentare le regole
asimmetriche che sfavoriscono gli incumbent e invece, per un tempo
definito, danno la possibilità ai concorrenti più seri e capaci di farsi la
loro strada. E' una tesi impopolare in casa Tronchetti Provera, ma vale la
pena di prenderla sul serio, sia pure per negarla. E c'è un unico modo per
controbatterla: cessare ogni azione di dissuasione nascosta della
concorrenza e soprattutto coprire l'Italia di rame e di fibra. La vera
responsabilità sociale d'impresa si fa così, quando si è «incombenti».


Serve un nuovo welfare telefonico

La privatizzazione dei monopoli statali e la liberalizzazione non hanno fin
qui portato i benefici che la teoria liberista prevedeva: servizi più
efficienti e a costi minori. Il caso della telefonia fissa: conferma o
smentisce questa lettura? Con un intervento del prof. Guerci
FRANCO CARLINI
A proposito delle nuove reti di comunicazione, della Banda Larga e delle
infrastrutture del paese, il professor Guerci, noto studioso di economia
industriale, corregge, dissente e in parte consente con noi, che peraltro
ci eravamo inseriti in una discussione che sta vivendo su diverse testate.
E' un dibattito che venne aperto da una lettera al Corriere della Sera, con
cui gli undici consiglieri indipendenti di Telecom Italia polemizzavano con
alcune frasi di Romano Prodi a proposito degli ex monopoli (Enel, Eni,
Autostrade, Telecom Italia), cui le autorità di regolazione lascerebbero in
Italia un campo d'azione troppo libero. Il tema è importante per molti
aspetti che anche Guerci sottolinea e non tocca la sola telefonia. E'
opinione diffusa infatti che quelli che furono monopoli di stato, siano
stati privatizzati specialmente per consentire allo stato di ridurre il suo
deficit, ma che una vera liberalizzazione sia mancata. In tal modo i
possibili benefici per il paese (servizi migliori e prezzi più bassi) non
si sono verificati. Il caso più clamoroso di superprofitti, dovuti a una
riserva protetta e non scalfita, è quello dell'Eni, che gonfia i suoi utili
solo che per effetto del prezzo del petrolio. Per non dire dell'assurdo di
un'Enel, che in epoca di «doppia T» (Testa e Tatò) sognò di offrire di
tutto, anche la telefonia, imbarcandosi malamente nell'operazione Wind,
azienda impropriamente finanziata dalle nostra bollette della luce, senza
peraltro riuscire a sviluppare una significativa concorrenza a Telecom
Italia. Wind, come i lettori sanno, è oggi egiziana e ha un futuro
quantomeno da ridefinire.

Nei telefoni, fissi e mobili, l'assenza di concorrenti robusti (se si
esclude l'ex Omnitel, ora società italiana del gruppo Vodafone) viene
considerata dagli stessi dirigenti di Telecom come sgradevole, perché
troppo espone il gruppo e lo tiene fin troppo sotto la mira di utenti e
autorità di regolazione. Il tutto in una fase in cui una buona parte dei
profitti viene utilizzata per ridurre il vistoso debito, accumulato al
momento della scalata. E' questo un elemento strutturale che penalizza il
titolo in borsa, il quale da troppi mesi viaggia a livelli insoddisfacenti.

A queste difficoltà strutturali si aggiunge il fatto che la cultura
monopolista è dura da correggersi. Se oggi Microsoft apre e condivide parte
dei suoi software è perché ha di fronte avversari dinamici che operano
magari nel campo del software aperto, come la Ibm. Ma è anche l'effetto di
cause antitrust, in America e in Europa (grazie al commissario Monti), che
hanno dato pochi risultati pratici, ma prodotto molti effetti simbolici, di
«reputazione».

Le cause legali mosse dai concorrenti a Telecom Italia, anche quando
interessate (interessi legittimi, per quanto di parte), hanno questo
effetto positivo, di evidenziare un conflitto sia tra gruppi industriali,
che tra interessi generali e d'impresa. Nei giorni scorsi, per esempio, il
tribunale di Roma ha di nuovo ordinato a Telecom Italia di accelerare i
tempi di passaggio al servizio di Tiscali dei suoi abbonati che lo
richiedano; come l'autorità delle comunicazioni prescriveva a e come non
sempre avviene.

Ma il problema è ben più generale: una rete larga e distribuita su tutto il
territorio (il professor Guerci lo conferma) è tema di politica industriale
e riguarda il digital divide tra aree ben servite e aree scoperte per
l'eternità. Forse non potrà gravare tutto su Tronchetti Provera e magari
non sarebbe nemmeno auspicabile, ma in buona misura dovrà farlo ed essere
chiamato a farlo, essendo dominante. Qualcuno dovrà ben assicurare quel
servizio universale di nuova generazione. E' come per il welfare: quello
vecchio non funziona, ma uno nuovo e più avanzato è ormai necessario.