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criticare lo sviluppo



  
 
Come criticare lo sviluppo?

Lo sviluppo in questione - di Vincent Cheynet
Per rispondere a questa domanda mi piacerebbe parlarvi da uomo di comunicazione. Sono stato, lo confesso, per dieci anni direttore artistico nel primo gruppo europeo di comunicazione. Vi tranquillizzo, sono oggi un pubblicitario pentito.
Ma mi rimane di quell'epoca qualche regola di comunicazione. Una delle più elementari è questa: c'è quello che dite e il modo in cui questo viene recepito. Che può essere molto diverso, persino opposto. Il vostro proposito può essere compreso nel significato opposto rispetto a quello che voi pensate di dargli. Per esempio, immaginiamo per caso, che io usi il termine "sviluppo". Il dizionario lo definisce così: rendere più grande, più forte, dare ampiezza. Può sembrare esclusivamente positivo.
Ma se dico la parola "sviluppo" alla nostra società attuale, come la percepirà? Quello che prevale nel nostro mondo è l'economicismo. Cioè viviamo in un mondo immerso nell'inversione di valori, dove l'economia è non più considerata come un mezzo ma come un fine. Tutti i termini che si avvicinano più o meno all'economia saranno quindi recepiti prima di tutto nella loro dimensione economica. Se vi dico crescita, penserete "crescita economica". Se vi dico liberalismo, voi non penserete al liberalismo filosofico dei Lumi, il liberalismo che ha dato origine alla rivoluzione, penserete al liberalismo economico.
Allo stesso modo, il termine sviluppo sarà interpretato dalla nostra società in modo del tutto naturale come "sviluppo economico".
La nostra società descrive come sviluppate le società di consumo. Gli altri abitanti del mondo sono "in via di sviluppo" o
"sottosviluppati". Così, la civiltà dell'automobile, della televisione e del telefono portatile è considerata come l'esito logico e
ineluttabile di ogni società umana. Ancora una volta, con parole diverse, l'uomo bianco rivela il proprio etnocentrismo. Lo sviluppo
realmente esistente non è infatti altro se non l'occidentalizzazione del mondo.
E lo sviluppo sostenibile? Sarà logicamente compreso come "sviluppo economico iscritto nella durata", ricoperto di uno strato di pittura verde passato dai pubblicitari per illuderci meglio e propinarcelo per ecologico. Vi cito la defnizione dello "sviluppo sostenibile" data nel 2001 da Michel de Fabiani, presidente di British Petroleum Francia:
"Lo sviluppo sostenibile è prima di tutto produrre più energia, più petrolio, più gas, forse più carbone ed enegia nucleare, e certamente più energie rinnovabili. Allo stesso tempo, bisogna assicurarsi che ciò non avvenga a scapito dell'ambiente."
Cioè: inquinare di più salvaguardando l'ambiente. Come precisa un grande ecologista locale, assessore al comune di Lione: "Lo sviluppo sostenibile, significa conciliare la crescita e la protezione dell'ambiente.".
E' stato dimostrato e ridimostrato che più crescita economica significa necessariamente più inquinamento. La crescita verde, la
crescita pulita, la crescita sostenibile, come lo sviluppo sostenibile, sono ossimori, cioè giustapposizioni di due parole in
contraddizione. Louis Schweitzer, il dirigente di Renault dichiarava al mensile "Enjeux Les Echos", nel numero di dicembre 2004, "lo sviluppo sostenibile non è né un'utopia, né una forma di contestazione, ma la condizione di sopravvivenza dell'economia di
mercato." E quando Louis Schweitzer parla di "economia di mercato", non parla di "economia dei mercati", un'economia a dimensione umana e rispettosa dell'ambiente, fondata su piccole entità economiche, parla del capitalismo.
Due anni fa, il senatore Marcel Deneux - che non è un rappresentante della sinistra, ma un signore di destra - concludeva così il suo rapporto di valutazione dell'ampiezza dei cambiamenti climatici: "Di primo acchito, il concetto di "sviluppo sostenibile" può raccogliere più o meno tutti i suffragi, a condizione spesso di non essere investito di contenuti troppo espliciti. Alcuni di questa espressione recepiscono soprattutto il primo termine "sviluppo", comprendendo che lo sviluppo come concepito fino ad ora deve essere perseguito e amplificato; e, inoltre, in modo durevole. Altri percepiscono nell'aggettivo "sostenibile" la critica degli eccessi dello sviluppo attuale, cioè l'esaurimento delle risorse naturali, l'inquinamento, le emissioni incontrollate di gas a effetto serra...
L'ambiguità dell'espressione "sviluppo sostenibile" garantisce il suo successo, anche, o addirittura soprattutto, nei negoziati
internazionali, nei quali, dal momento che lo sviluppo viene proclamato sostenibile, quindi implicitamente senza effetti negativi,
è consacrato come il modello assoluto da generalizzare su tutto il pianeta."
Per gli studenti qui presenti del "Master Etico sullo sviluppo sostenibile", citerò anche la rivista Capital. Un articolo nel numero
del mese di luglio 2004 era dedicato alle "professionalità del futuro e come prepararvisi". Uno di questi mestieri è quello di Responsabile dello sviluppo sostenibile. Cito: "Idealisti, astenetevi! Il responsabile dello sviluppo sostenibile non è qui per salvare il
pianeta, ma per fare in modo che l'impresa rispetti le nuove norme di qualità dell'ambiente. E per evitare i conflitti sociali o le
polemiche con i consumatori."
Parlare di sviluppo, inteso come crescita economica, per i paesi occidentali, è un non senso. I paesi ricchi consumano l'80 % delle
risorse naturali del pianeta pur rappresentando solo il 20 % della popolazione mondiale.
Il nostro livello di sviluppo economico presuppone il saccheggio sistematico del resto della Terra e l'asservimento economico di
popolazioni intere. Il livello attuale di "sovrasviluppo" dei paesi ricchi è già insopportabile per la biosfera. Non è quindi realizzabile
per l'altro 80% degli abitanti del pianeta. D'altra parte, chi potrebbero saccheggiare loro per diventre sviluppati a loro volta?
Cito Serge Latouche, professore emerito di economia a Orsay: "E' perché lo "sviluppo sostenibile", questa contraddizione in
termini, è allo stesso tempo terrificante e disperato! Almeno con lo sviluppo non sotenibile si poteva conservare la speranza che questo processo mortifero avrebbe avuto fine, vittima delle sue contraddizioni, dei suoi fallimenti, del suo carattere insopportabile
e del fatto che esaurisse le risorse naturali... Si poteva così riflettere e lavorare a un doposviluppo, rabberciare una post-modernità accettabile. In particolare, reintrodurre il sociale, il politico nel rapporto di scambio economico, ritrovare l'obiettivo del bene comune e della buona vita nel commercio sociale. Lo sviluppo sostenibile, ci priva di ogni prospettiva di uscita, ci promette lo sviluppo per l'eternità!"
Questa critica non è nuova. Nel 1993, Serge Latouche intitolava già uno dei suoi articoli così: "La truffa dello sviluppo sostenibile."
Due anni prima, Nicholas Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, già ci metteva in guardia: "Non c'è il minimo dubbio che lo sviluppo sostenibile sia uno dei concetti più perniciosi".
Allora ci si risponde: "Si, ma lo sviluppo di cui parliamo non è lo sviluppo economico o l'occidentalizzazione del mondo, è uno sviluppo umano o sociale, uno sviluppo sostenibile, come è stato definito". Il problema è che se voi decidete di chiamare i martelli "tenaglie" e se chiedete ai vostri contemporanei di passarvi una tenaglia chiamandola martello, questo non può funzionare. Voi non potete astrarvi dal mondo nel quale vivete e dal senso che dà alle parole. Così, usando il termine "sviluppo sostenibile", non fate che alimentare la megamacchina che distrugge l'umanità e la natura.
Il sistema possiede una capacità straoridnaria di recuperare tutto e si nutre soprattutto delle cattive contestazioni.
Né lo sviluppo, né la crescita, nella loro dimensione economica,quella comunemente intesa, possono essere sostenibili, perché sono la causa del carattere insostenibile della nostra civiltà. "Non si risolve un problema con i modi di pensiero autogenerati" diceva
Einstein e non potremo andare verso un mondo più ecologico proponendo come rimedio ciò che è all'origine della nostra malattia.
Allora perché un tale successo per questo concetto? Prima gli ecologisti erano allontanati dal potere. Era un discorso troppo
pericoloso per le istituzioni. Lo sviluppo sostenibile permette di conciliare tutto e il suo contrario. Ha permesso alle istituzioni di
recuperare la critica ecologista e di sviarla. Ha favorito la creazione di una casta di "sviluppisti" in politica, nelle
istituzioni, dedita a salvaguardare i suoi interessi. La decrescita si oppone a questo equivoco. Esiste per ricordare che dobbiamo smettere di deresponsabilizzarci sulla tecnoscienza. Che la problematica umana ed ecologica è soprattutto filosofica e politica. E quindi che le risposte saranno filosofiche e politiche. Ciò di cui abbiamo bisogno prioritariamente non è più scienza e tecnica, ma più condivisione e sobrietà.