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costruire altre case? se ne può fare a meno



da liberazione.it martedi 20 dicembre 2005


Il problema degli alloggi può essere risolto utilizzando l’edilizia
esistente senza occupare altra terra preziosa.
Cioè seguendo la strada opposta a quella berluscon-tremontiana di svendita
dei patrimoni pubblici
Costruire altre case? Se ne può fare a meno

di Fabrizio Giovenale

Partiamo da metà
novembre quando
Berlusconi, nella sua
quotidiana ricerca di frottole
per convincere ancora
qualcuno a votarlo, se ne
uscì con lo slogan "case per
tutti". Il giorno appresso già
aveva cambiato: «Volevo dire
per chi è sotto-sfratto».
Dato però che la tentazione
di dire sciocchezze è per lui
irresistibile, aggiunse: «Faremo
le case su terreni a
prezzo agricolo»: memore
forse di quando era lui a
comprar terre agricole e a
fare poi in modo che diventassero
edificabili... Altri
tempi. Oggi chi gliele dovrebbe
portare strade, acqua
e fognature a costruzioni
sorte in aperta campagna?
E a spese di chi?
Non varrebbe nemmeno
la pena di ricordare insulsaggini
simili se la costruzione
di nuove case non
comparisse anche nei programmi
di centrosinistra e
sinistra. Ho in mente le
"dieci buone azioni di governo
per l’ambiente" proposte
a settembre da un
gruppo di ambientalisti di
spicco alla Festa di Liberazione,
dove al punto 9 si
parla di «finanziamento
immediato di un Piano nazionale
di edilizia economica
e popolare». E qui ci si
impone, direi, una riflessione
di fondo. Sempre prendendo
le mosse dalla sesquipedale
ignoranza berlusconiana
della realtà del
paese che lo porta a parlare
di terre agricole come se ce
ne fossero a non finire e se
non valessero niente.
Orientamento mentale
purtroppo condiviso ancora
da molti: sinistre incluse.
Mentre non dovremmo dimenticare
mai che siamo
un paese ad alta densità demografica
(e cioè con un
territorio scarso rispetto alla
popolazione) e che nella
seconda metà del secolo
scorso la superficie agraria
italiana si era già dimezzata.
Il che vuol dire che se le
cose del mondo dovessero
mettersi male (cosa per
niente improbabile) difficilmente
ce la faremmo a
sfamarci coi frutti della nostra
terra.
E dunque l’idea - tutta
nuova - che faremmo bene
a metterci in testa e aver
sempre presente è che ogni
metro quadrato di terra fertile
ha oggi un valore (reale,
non solo venale) incomparabilmente
maggiore di
qualunque edificio ci si
possa far sopra. Non solo
per la capacità di produrre
alimenti, ma per accrescere
(se pure di poco) la superficie
del manto di vegetazione
che concorre a "fissare"
l’anidride carbonica e ad
arginare l’effetto-serra.
Pensiero controcorrente rispetto
a tutto il passato, oltre
che rispetto ai decenni
ruggenti del boom edilizio
postbellico. Ma è veramente
ora, direi, di metterci a ragionare
su questa diversa
lunghezza d’onda.
Ma allora le case?... Un
momento. Già da vent’anni
le statistiche parlano di un
numero di abitazioni in Italia
quasi-doppio di quello
delle famiglie. E’ anche vero
che con l’aumento dei
"singles" è aumentato anche
il numero delle unità
familiari. In tutti i casi,
però, le più recenti rilevazioni
Istat parlano di tremilioniottocentomila
famiglie
in difficoltà per l’alloggio
contro - attenzione! - 6,6
milioni di alloggi vuoti inutilizzati.
E se questi dati sono
attendibili ne discende
una indicazione precisa:
che esiste in Italia in larga
misura la possibilità di risolvere
i problemi abitativi
facendo ricorso al patrimonio
edilizio esistente (debitamente
ristrutturato e ammodernato
ove occorra, ovviamente)
senza bisogno di
occupare altri metri quadrati
di terra con altro cemento.
Chiaro che questo comporterebbe
una scelta politica
diametralmente opposta
alla linea berluscon-tremontiana
di svendita dei
patrimoni pubblici, a partire
da quelli degli Istituti Case
Popolari (Iacp). Favorire,
al contrario, le acquisizioni
da parte dei Comuni di alloggi
esistenti da dare in affitto
a chi più ne ha bisogno
secondo criteri eminentemente
sociali. Questo anche
perché (in riferimento
alla proposta Brunetta di
dare in proprietà, parte a
pagamento e parte in regalo,
tutte le case Iacp) di una
quota di alloggi in affitto il
paese ha comunque bisogno
per garantire un certo
grado di mobilità ai cittadini.
E dato che le difficoltà
alloggiative hanno soprattutto
a che fare con le disponibilità
economiche e non
con carenze reali di abitazioni,
è giusto che sia l’Ente
locale a garantire il "diritto
alla casa" come parte integrante
del welfare state. Tenendo
conto ovviamente
del variare nel tempo di situazioni
e bisogni.
Ma c’è un altro motivo -
meno considerato - per rinunciare
alla costruzione
di nuove case popolari coi
vecchi sistemi. Qui mi rifaccio
a una mia antica esperienza
di lavoro nel Piano
Fanfani Ina-Casa degli anni
50 (me la sento già la domanda:
"ma tu, quanti anni
hai? ". Parecchi, compagno,
parecchi: finché c’è fiato
però...). Di quell’esperienza,
dicevo, tra i molti pro-e contro
m’è rimasto impresso
soprattutto il malanimo
con cui i neo-assegnatari
entravano in case loro assegnate
a scatola chiusa, senza
che nessuno gli avesse
chiesto un parere né per il
dove né per il come. Avvertivano
questo sistema come
un’offesa: come un esser
trattati da mendicanti
cui si fa l’elemosina. E reagivano
male: col disamore,
la trascuratezza, la morosità.
Non andava magari
sempre così, ma nelle periferie
urbane spesso il quadro
era questo.
Quel che voglio mettere
in rilievo è quanto è importante
che i cittadini partecipino
in qualche modo alle
decisioni sul dove e sul come
abitare. Ed è chiaro che
questo è più facile se si offre
loro la scelta fra un ventaglio
di possibilità all’interno
dei tessuti edilizi esistenti.
Qui mi riallaccio a una
"Delibera programmatica
sulle politiche abitative"
(n°175, 15/09/05) del Comune
di Roma. Un buon
documento, che prevede al
riguardo ogni modalità di
azione possibile: dai completamenti
di opere già in
corso alle nuove costruzioni
e ai programmi di acquisti
comunali di alloggi. Con
l’affidamento a un’apposita
"Agenzia per gli affitti"
della gestione del tutto. Ecco:
in rapporto a questa impostazione
(già parecchio
avanzata rispetto al passato)
vorrei azzardarmi a sostenere
che oggi bisogna
trovare il coraggio di cancellare
del tutto la voce
"nuove costruzioni" (e possibilmente
anche i completamenti
che comportino
ancora occupazioni di spazi)
e concentrarci esclusivamente
sulle modalità di
acquisizione comunale di
alloggi esistenti da mettere
a disposizione di chi ha più
bisogno. Che significa dare
al problema una impostazione
tutta diversa.
Con quali soldi i Comuni
potranno procedere alle acquisizioni,
chiedete? La Delibera
elenca una serie di
modi: a scomputo di imposte
dovute (tassa di successione
compresa, se ce la faremo
a ripristinarla per i
patrimoni maggiori); a seguito
di requisizioni di edilizia
abusiva e sequestri di
patrimoni frutto di attività
criminali; in occasione di
aste giudiziarie per fallimenti
e "amministrazioni
controllate"; attraverso intese
con gli Iacp e con amministrazioni
pubbliche
proprietarie di alloggi (le
Ferrovie, ad esempio)...
Quel che occorrerebbe in
sostanza è arrivare a dotare,
sia pure per gradi, i Comuni
italiani (quantomeno
i maggiori) di patrimoni
edilizio-abitativi abbastanza
consistenti e variati
da poter incidere in senso
positivo sotto il profilo sociale
sul fabbisogno di alloggi.
Questo anche giovandosi,
a favore dei nuovi-
inquilini, di sgravi fiscali,
"buoni-assistenza", canoni
di locazione calibrati
caso-per-caso e quant’altro.
Configurare cioè un
ruolo comunale attivo nella
soluzione del problemacasa,
da portare avanti
d’intesa coi cittadini più
interessati direttamente.
Immigrati e nomadi inclusi,
naturalmente. Chiaro
che qui la faccenda si fa
più difficile ancora. Quel
che conforta però è il dato
dei 560.000 alloggi già acquistati
in proprietà da famiglie
extra-comunitarie
in Italia: spesso nelle parti
più degradate delle periferie,
ma anche nei vecchi
villaggi ex-rurali in abbandono...
Come dire: il problema
ha tendenza a trovare
da sé certe sue soluzioni.
Tendenza che va favorita
e aiutata, ovviamente.
Senza nemmeno
starci a preoccupar troppo
in questa fase, direi, delle
possibilità che si formino
enclaves etnico-religiose
spinte a isolarsi, ma curando
che si realizzino
condizioni civili di abitazione
per tutti, e soprattutto
facendo in modo che
le rappresentanze dei diversi
gruppi etnici partecipino
- alla pari con gli altri
- alle discussioni e alle
scelte per l’habitat.
La strada mi sembra sia
quella indicata da Sandro
Medici presidente del Municipio
romano di Cinecittà
con la requisizione di
alloggi inutilizzati (per la
quale rischia di finire sotto-
processo) e di Massimiliano
Smeriglio presidente
del Municipio-Garbatella
con gli spostamenti di residenza
concordati direttamente
con le famiglie
nomadi. E dovrebbe portare
a fare delle sedi di Municipio
e di quartiere
dell’"Agenzia Comunale
per gli affitti" i luoghi istituzionalmente
preposti al
dibattito pubblico fra cittadini
e non-cittadini per
queste scelte, cui giungere
attraverso l’esercizio dei
metodi della democrazia
diretta.
Non sarebbero scelte da
poco, d’accordo. Proprio
per questo mi sembra arrivato
il momento di aprire
la discussione al riguardo.
Occorre avere il
coraggio di cancellare
la voce "nuove
costruzioni" e favorire
le acquisizioni
dell’esistente da parte
dei Comuni visto che
(dati Istat) in Italia le
famiglie senza un tetto
sono tre milioni
ottocentomila, mentre
gli appartamenti vuoti
ben 6,6 milioni
Ogni metro quadrato
di terra fertile
ha oggi un valore
(reale non solo
venale)
incomparabilmente
maggiore di
qualunque edificio
ci si possa costruire
sopra.