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la ricerca , motore dello sviluppo



da lavoceinfo.it 04-01-2006

R&S motore dello sviluppo
Alessandro Sembenelli

Gli investimenti in ricerca e sviluppo, almeno a parole, sono sempre più
percepiti dai policy maker come il motore dello sviluppo. Il canale di
trasmissione è costituito ovviamente dall’innovazione di processo e di
prodotto. Risultati di recenti ricerche confermano che la probabilità di
introdurre un’innovazione di prodotto dipende in misura significativa dall’ammontare
di R&S realizzata internamente all’impresa. (1) E rende anche più probabile
l’introduzione di innovazioni di processo, creando un humus fertile interno
all’impresa che facilita l’assorbimento di nuova tecnologia. Gli
investimenti in R&S sono infatti in larga misura costituiti dagli stipendi
di scienziati e tecnici che operano in centri di ricerca e che possono
interagire con gli ingegneri e i tecnici di produzione facilitando l’individuazione
e l’assimilazione della frontiera tecnologica di produzione.

I problemi strutturali dell’Italia
Come documentato da recenti documenti della Commissione, l’Unione Europea è
lontana dal raggiungere l’obiettivo del 3 per cento sul Pil entro il 2010.
La Svezia e la Finlandia sono gli unici paesi ad aver già superato il
traguardo prefissato, con l’Italia in posizione di retroguardia.
La carenza di investimenti in R&S nel nostro paese ha motivazioni storiche
che sono difficilmente reversibili nel breve e anche nel medio periodo. I
due fattori principali, che interagiscono tra di loro in una spirale
negativa, sono costituiti dalla dimensione di impresa e dalla
specializzazione settoriale. I progetti di ricerca sono infatti spesso
caratterizzati da forti indivisibilità e da elevata incertezza e richiedono
una soglia efficiente minima d’impresa elevata. Inoltre, alcune delle
industrie ad alta potenzialità innovativa (telecomunicazioni, informatica,
elettronica di consumo) si distinguono per significative esternalità di
network che conducono a una crescita continua nelle spese in R&S con l’obiettivo
di vincere la battaglia per l’affermazione del proprio standard. Battaglie
da cui le imprese italiane sono escluse da tempo.

Carenza di fondi o carenza di idee?
Le innovazioni tuttavia non vengono realizzate unicamente all’interno dei
laboratori delle grandi imprese. Potenzialità innovative possono essere
presenti anche nelle realtà dimensionali minori e in singoli individui. Si
sostiene spesso che faticano a emergere nel nostro paese per l’incapacità
del sistema bancario di valutare correttamente i progetti sulla base delle
prospettive future, e non solo del valore collateralizzabile, e per la
carenza di un adeguato numero di venture capitalist. Entrambe le cose sono
sicuramente vere. Ricerche ancora in corso, ad esempio, mostrano che lo
sviluppo del sistema bancario italiano a seguito della deregolamentazione è
stato in grado di facilitare l’introduzione di innovazione di processo,
mentre non sembra avere un ruolo rilevante nello stimolare l’introduzione
di innovazioni di prodotto. (2) Tuttavia, non è così scontato che ciò sia
il risultato di una carenza nell’offerta di fondi per iniziative innovative
e non sia dovuto invece a una scarsità di domanda legata all’assenza di
talenti imprenditoriali dotati di elevate competenze tecnico-scientifiche.
(3) Purtroppo, la ricerca economica non ha ancora analizzato il fenomeno
dell’imprenditorialità innovativa con il necessario rigore, ma i sintomi
sono evidenti, a partire dalla repulsione delle nuove generazioni verso le
facoltà universitarie a più elevato contenuto scientifico.

Quale ruolo per lo Stato?
Le caratteristiche intrinseche dei progetti di ricerca - elevata
indivisibilità, alto rischio e bassa appropriabilità - chiamano in causa
possibili interventi da parte dello Stato, che possono spaziare dalla
ricerca pubblica agli aiuti diretti alle imprese.
In Italia, ma anche in grande parte dell’Europa continentale, le
facilitazioni alle imprese hanno sistematicamente privilegiato interventi
di natura valutativa, a scapito di quelli automatici, basati ad esempio su
agevolazioni fiscali e largamente utilizzati invece nei paesi
anglo-sassoni. Esistono motivi teoricamente fondati a sostegno del primo
approccio: un processo di valutazione corretto può consentire di
selezionare quei progetti in cui la differenza tra ritorno sociale e
ritorno privato è più elevata. Tuttavia, ci sono motivi pragmatici
altrettanto validi per preferire gli interventi automatici: non solo sono
meno costosi per il contribuente e potenzialmente meno soggetti a fenomeni
di cattura del decisore, ma soprattutto garantiscono potenzialmente una
minore incertezza e una maggiore continuità dell’incentivazione. Queste
caratteristiche possono essere rilevanti nella decisione cruciale,
irreversibile nel breve periodo, di installare un laboratorio e di assumere
scienziati e tecnici.
È un errore infatti assimilare le spese in R&S alle spese per impianti e
macchinari: tanto le prime sono volatili a livello d’impresa quanto le
seconde sono persistenti. Un fatto troppo spesso dimenticato all’interno
dei nostri ministeri nel disegno delle politiche industriali per l’innovazione.

(1) Parisi M. L., F. Schiantarelli e A. Sembenelli (2005), Productivity,
Innovation Creation and Absorption, and R&D. Microevidence for Italy,
European Economic Review, in corso di pubblicazione e disponibile sul sito
http://web.econ.unito.it/sembenelli/
(2) Benfratello L., F. Schiantarelli e A. Sembenelli (2005), Banks and
Innovation: Microeconometric Evidence on Italian Firms, Working Papers In
Economics, 631, Boston College e disponibile sul sito
http://web.econ.unito.it/sembenelli/
(3) Si veda al riguardo l’evidenza empirica in Da Rin M., G. Nicodano e A.
Sembenelli (2005), Public Policy and the Creation of Active Venture Capital
Markets, Journal of Public Economics, in corso di pubblicazione e
disponibile sul sito http://web.econ.unito.it/sembenelli/