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case nuove e case vuote, più metricubi edificati o più terre libere nel nostro futuro?



da Liberazione mercoledì 4 gennaio 2006
 
case nuove e case vuote, più metricubi edificati o più terre libere nel nostro futuro?

di Fabrizio Giovenale
 
Antefatto. Il 20 dicembre -
prendendo spunto dalla
sparata-a-vanvera berlusconiana
sulle case per tutti -
avevo parlato dei danni provocati
dal costruire ancora
riducendo le già scarse dotazioni
di aree libere verdi del
nostro paese, e della possibilità
di far fronte al bisogno di
abitazioni ricorrendo alla
gran quantità di alloggi vuoti
esistenti. Mi rendevo conto
ovviamente del carattere
provocatorio di questo discorso
(nessuno può pensare
che certi processi si possano
invertire di segno da un
giorno all’altro) e concludevo
augurandomi che almeno
se ne parlasse.
Sono stato subito accontentato.
Il 27 dicembre Vincenzo
Simoni, segretario nazionale
dell’Unione Inquilini
ha risposto contestando -
in termini cortesi - questa
mia posizione. Anche se ne
ha confermato la premessa,
in sostanza, spiegando bene
come e perché ai proprietari
può convenire lasciar vuoti
gli alloggi se non ne ricavano
gli affitti che vogliono, e
usarli come garanzie per ottenere
prestiti in banca. Magari
“per acquistare altre
unità immobiliari”.
Dice altre cose che mi trovano
in tutto d’accordo. Sulle
aree ex-industriali “dismesse”
da destinare preferibilmente
alla costruzione
di alloggi. Sul bisogno di
nuove leggi per l’equo canone
e il divieto di sfratto “per
finita locazione”. Sul triplicare
le tasse sugli alloggi lasciati
sfitti (provvedimenti che
già di per sé risolverebbero
in buona parte il problemacase
senza bisogno di costruirne
di nuove: proprio
come dicevo)... Cose, comunque,
che comporterebbero
“una totale inversione
politica”: che non c’è perché
“il dominio della rendita immobiliare
è assoluto”, perché
“le leggi favoriscono il libero
mercato”, perché d’altra parte
“l’immiserimento di milioni
di famiglie” (dovuto anche
al caro-affitti e ai mutuicasa)
“è sotto gli occhi di tutti”.
Quindi il problema-casa
rimane, così come restano
gli obblighi di soccorso per
gli sfrattati e di sostegno a chi
non ce la fa a pagare l’affitto.
Per ciò non possiamo permetterci
di escludere il ricorso
a nuove costruzioni.
Sembra che non faccia
una grinza. Se non fosse
che...
Lui vede nella mia impostazione
«uno iato tra quel
che sarebbe giusto in ogni
tempo e quel che si deve fare
in una determinata situazione
». Sarà anche vero. Sta di
fatto però che queste cose io
e lui le andiamo scrivendo
sul foglio di Rifondazione
Comunista: una forza che si
è dato come obiettivo proprio
di cambiare le cose. Se
non proviamo a guardare
lontano su queste pagine,
quando mai lo faremo?... Io
perdipiù ragiono da ambientalista.
Come dire che
penso soprattutto al futuro.
E se nel presente le necessità
di cui parla Simoni sono incontestabili,
non è per ciò
meno vero che ogni metro
quadrato di terra occupato
dalle costruzioni è sottratto
alla vegetazione - all’agricoltura
e alla natura - per sempre.
Per sempre.
Di questo aspetto del problema
- del ruolo vitale delle
terre libere da costruzioni -
Simoni non parla. E non mi
sta bene. Sta qui per me “lo
iato della sua impostazione”.
Sia chiaro: ha ragione nel
senso che il bisogno di alloggi
è attuale, concreto e quantificabile,
mentre la necessità
di salvare da edificazioni
le aree libere è più diluita nel
tempo e meno dimostrabile
quantitativamente. Il che
non toglie però che sia vera, e
che sia destinata a pesare
sempre più sulla qualità delle
nostre vite e sul futuro di
tutto il paese.
Per ciò non mi può star bene
che non se ne tenga conto.
Che vengano sottovalutate
le possibilità (che ci sono,
Simoni stesso ne dà conferma)
di risolvere il problemacasa
facendo ricorso in misura
più vasta al patrimonio
abitativo esistente. Che si
continui e parlare alla vecchia
maniera di “nuovi Piani
di edilizia economica e popolare”
senza tenerne conto,
senza dare priorità sistematica
a quest’altra possibilità.
Non mi sta bene che sia liquidata
sbrigativamente accennando
a «francobolli urbanistici
collegati a una estenuante
sequela di modestissimi
recuperi». Qui traspare,
tra l’altro, una sorta di qualunquistica
insofferenza per
i “lacci e lacciòli”: la rassegnazione
cioè all’incapacità
comunale di amministrare
la cosa pubblica in forme
complesse con competenza
e con cura. La paura di affrontare
lo scabrosissimo tema
del risanamento-rinnovamento
dei modi di amministrare,
essenziale per un
paese che voglia dirsi civile.
Certo, è più facile tirar su
metricubi su terreni sgombri
che seguire decine e decine
di casi diversi di acquisizioni
di immobili. D’altra parte
però se si fa il paragone fra i
costi delle nuove costruzioni
e le acquisizioni comunali
possibili con gli stessi soldi, e
magari anche fra l’occupazione
che può venire dai
nuovi cantieri o dai ri-adattamenti
di costruzioni esistenti...
Ma perché nessuno
ha il coraggio di farli, quei
conti?
In tutti i casi: parlarne non
può che far bene. Spero proprio
che “dopo” non capiti
più a nessuno di sdottorare
di ambiente in astratto
ignorando i problemi concreti,
né di imbarcarsi a fantasticare
di maxiprogrammi
edilizi senza un pensiero
per i terreni sui quali dovrebbero
sorgere. E che alle
possibilità di risolvere i problemi
abitativi all’interno
delle zone già edificate si dedichi
una attenzione molto
ma molto maggiore.
Ultimo punto. Al mio accenno
al malanimo degli assegnatari
Ina-Casa degli Anni
50 nell’accedere ad alloggi
assegnati “a scatola chiusa”
Simoni contrappone il ricordo
felice della sua giovinezza
in un complesso Ina-Casa a
Firenze. Sarà che io ho vissuto
parecchie di quelle esperienze
nel Sud dove ancora si
faceva la fame, sarà che ricordo
scene selvagge di distruzione
e degrado di spazi
e attrezzature comuni... Un
episodio (semiserio) però ve
lo devo. La consegna dei primi
alloggi Ina-Casa a Palermo.
Il vescovo, gli onorevoli,
la benedizione, i discorsi: poi
tutti dentro nei nuovi alloggi.
E subito sui balconi, pennelli
e barattoli di vernice alla mano,
i giovanotti a pittare in
rosso sui muri falci-e-martelli...
Ricordo le facce dei democristiani
di allora: «ma
come? Non ci sono grati?»
(tradotto: non voteranno per
noi? ma allora chi ce l’ha fatto
fare?)... E di Firenze Ina-
Casa- “Isolotto” (bel quartierino,
coi giardinetti pieni di
rose) ricordo una distinta signora
tutta indaffarata a
spiegare che lei “lì” c’era capitata
per sbaglio: «si immagini,
con questa gente» e arricciava
il naso... Non so se
ho reso l’idea di quel che intendevo.
E quanto alle iniziative sociali
e politiche che nascevano
allora in quei complessi e
che Simoni ricorda (penso al
quartiere Ina-Casa Tuscolano
di Roma, a Giuliano Prasca
che riuscì a far fare un
campo sportivo su un’area
destinata in progetto a un
edificio-torre) non rappresentavano
anch’esse una
forma di ribellione contro
quel tipo di ghettizzazione
coatta? Non dimostravano la
voglia di quei cittadini di decidere
in prima persona?...
Ha ragione Simoni. Cose
da discutere ancora ce ne sarebbero
tante.
 

di Fabrizio Giovenale
ntefatto. Il 20 dicembre -
prendendo spunto dalla
sparata-a-vanvera berlusconiana
sulle case per tutti -
avevo parlato dei danni provocati
dal costruire ancora
riducendo le già scarse dotazioni
di aree libere verdi del
nostro paese, e della possibilità
di far fronte al bisogno di
abitazioni ricorrendo alla
gran quantità di alloggi vuoti
esistenti. Mi rendevo conto
ovviamente del carattere
provocatorio di questo discorso
(nessuno può pensare
che certi processi si possano
invertire di segno da un
giorno all’altro) e concludevo
augurandomi che almeno
se ne parlasse.
Sono stato subito accontentato.
Il 27 dicembre Vincenzo
Simoni, segretario nazionale
dell’Unione Inquilini
ha risposto contestando -
in termini cortesi - questa
mia posizione. Anche se ne
ha confermato la premessa,
in sostanza, spiegando bene
come e perché ai proprietari
può convenire lasciar vuoti
gli alloggi se non ne ricavano
gli affitti che vogliono, e
usarli come garanzie per ottenere
prestiti in banca. Magari
“per acquistare altre
unità immobiliari”.
Dice altre cose che mi trovano
in tutto d’accordo. Sulle
aree ex-industriali “dismesse”
da destinare preferibilmente
alla costruzione
di alloggi. Sul bisogno di
nuove leggi per l’equo canone
e il divieto di sfratto “per
finita locazione”. Sul triplicare
le tasse sugli alloggi lasciati
sfitti (provvedimenti che
già di per sé risolverebbero
in buona parte il problemacase
senza bisogno di costruirne
di nuove: proprio
come dicevo)... Cose, comunque,
che comporterebbero
“una totale inversione
politica”: che non c’è perché
“il dominio della rendita immobiliare
è assoluto”, perché
“le leggi favoriscono il libero
mercato”, perché d’altra parte
“l’immiserimento di milioni
di famiglie” (dovuto anche
al caro-affitti e ai mutuicasa)
“è sotto gli occhi di tutti”.
Quindi il problema-casa
rimane, così come restano
gli obblighi di soccorso per
gli sfrattati e di sostegno a chi
non ce la fa a pagare l’affitto.
Per ciò non possiamo permetterci
di escludere il ricorso
a nuove costruzioni.
Sembra che non faccia
una grinza. Se non fosse
che...
Lui vede nella mia impostazione
«uno iato tra quel
che sarebbe giusto in ogni
tempo e quel che si deve fare
in una determinata situazione
». Sarà anche vero. Sta di
fatto però che queste cose io
e lui le andiamo scrivendo
sul foglio di Rifondazione
Comunista: una forza che si
è dato come obiettivo proprio
di cambiare le cose. Se
non proviamo a guardare
lontano su queste pagine,
quando mai lo faremo?... Io
perdipiù ragiono da ambientalista.
Come dire che
penso soprattutto al futuro.
E se nel presente le necessità
di cui parla Simoni sono incontestabili,
non è per ciò
meno vero che ogni metro
quadrato di terra occupato
dalle costruzioni è sottratto
alla vegetazione - all’agricoltura
e alla natura - per sempre.
Per sempre.
Di questo aspetto del problema
- del ruolo vitale delle
terre libere da costruzioni -
Simoni non parla. E non mi
sta bene. Sta qui per me “lo
iato della sua impostazione”.
Sia chiaro: ha ragione nel
senso che il bisogno di alloggi
è attuale, concreto e quantificabile,
mentre la necessità
di salvare da edificazioni
le aree libere è più diluita nel
tempo e meno dimostrabile
quantitativamente. Il che
non toglie però che sia vera, e
che sia destinata a pesare
sempre più sulla qualità delle
nostre vite e sul futuro di
tutto il paese.
Per ciò non mi può star bene
che non se ne tenga conto.
Che vengano sottovalutate
le possibilità (che ci sono,
Simoni stesso ne dà conferma)
di risolvere il problemacasa
facendo ricorso in misura
più vasta al patrimonio
abitativo esistente. Che si
A
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Case nuove e case
vuote. Più metricubi
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