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se la tecnologia si prende le nostre vite



da repubblica di lunedi 23 gennaio 2005



LE IDEE
Se la tecnologia si impadronisce delle nostre vite
STEFANO RODOTA

La tecnologia come tentazione permanente, occasione, pretesto, pericolosa bacchetta magica per ridurre ogni questione sociale a problema di ordine pubblico. Di questa tendenza abbiamo continue conferme. Le ultime arrivano dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, dove l´amministrazione Bush chiede ai gestori dei grandi motori di ricerca dati per valutare gli accessi ai siti pornografici; e la polizia inglese viene colta in flagrante peccato di schedatura genetica illegale di minorenni. Per fortuna, vi è ancora chi resiste e chi protesta. Google, il più utilizzato tra quei motori di ricerca, rifiuta i dati e decide di difendersi davanti ai giudici in nome della libertà d´impresa, certamente, ma anche a sostegno della libertà su Internet. E un deputato inglese, avendo scoperto la schedatura dei dati genetici di suo figlio, è intervenuto, ottenendo la cancellazione di quelle informazioni. Ma quanto possono servire, e durare, le resistenze individuali?
Lo stillicidio ormai quotidiano di notizie sull´uso delle più diverse tecnologie per fini di controllo individuale e collettivo ci dice che siamo di fronte ad una alterazione profonda dei rapporti tra lo Stato e i cittadini (in Gran Bretagna sono stati schedati bambini di 10 anni). Le previsioni pessimistiche, purtroppo, si trasformano in dati di realtà.
Con le più diverse motivazioni, organizzazioni pubbliche si impadroniscono della vita di tutti, fin nella sua più profonda intimità, quella consegnata ai dati genetici. Questo è il frutto di strategie politiche e di campagne di persuasione, dunque di una cultura che sta imponendo un nuovo modello sociale. Per contrastarla, servono altrettanta consapevolezza culturale ed altrettanta determinazione politica.
Vi sono le condizioni perché ciò avvenga? O continuerà, soprattutto in Italia, la fiacca attenzione di una cultura che stenta a rendersi conto che siamo di fronte ad un cambiamento d´epoca, a grandi questioni che non possono essere lasciate alla sola cura di giuristi o tecnologi? E la politica riuscirà ad uscire dallo stallo in cui si è cacciata guardando alle diverse tecnologie solo dal punto di vista dell´efficienza manageriale o della sicurezza?
Alla situazione che sta davanti a noi, anche il riferimento alla tutela della privacy sta stretto, se lo si considera soltanto nell´ottica tradizionale del poter impedire la circolazione di qualche informazione che ci riguarda. Si è aperta una grande questione di libertà, che investe il modo in cui si accede alla conoscenza e si comunica con gli altri, si costruiscono le relazioni personali e sociali nella dimensione elettronica. Si tocca, in una parola, la possibilità di esercitare pienamente i propri diritti di cittadinanza. Tutto questo esige attenzione massima per la tutela dei dati personali, non per rinchiudersi nella sfera privata, ma per muoversi liberamente nella sfera pubblica.
La mossa dell´amministrazione Bush è emblematica. Non è sollecitata da esigenze di sicurezza, ma sarebbe stata impensabile senza il clima creato dalle norme e dalle prassi (persino illegali: si pensi alle intercettazioni telefoniche) utilizzate per la lotta al terrorismo. Ora, con l´argomento della lotta alla pornografia e della tutela dei minori, si fa un passo inquietante nella direzione del consolidamento del principio per cui chiunque raccolga informazioni sulle persone deve metterle a disposizione di autorità pubbliche.
Era stato tutto previsto, e chi aveva fatto questa previsione era stato accusato di allarmismo o di insensibilità per le sacrosante ragioni della sicurezza interna ed internazionale. Ora abbiamo la conferma di un orientamento che vuole fare della tecnologia lo strumento che consente di controllare le persone in qualsiasi manifestazione della loro vita, di gettare l´occhio su gusti e preferenze, di trasformare Internet da spazio libero in area controllata e sottoposta a censura.
Due "p" ci mettevano in guardia contro questo rischio: proprietà e pornografia. La difesa della proprietà induce a censure di mercato, come è già accaduto quando proprio i responsabili di un motore di ricerca, pur di difendere la loro posizione in Cina, hanno invitato i loro utenti cinesi a non usare parole pericolose come "libertà" o "democrazia" ed hanno addirittura rivelato il nome di un giornalista che aveva inviato un messaggio di posta elettronica, giudicato illegittimo dalle autorità cinesi che lo avevano poi condannato a dieci anni di prigione. Ora, puntualmente, compare l´altra "p", la pornografia. Contro la quale è certo necessario prendere misure a tutela dei minori, ma l´iniziativa dell´amministrazione americana, anche se per il momento non vengono richiesti dati sui singoli utenti, è anche l´annuncio di pericolose forme di censura e apre la porta delle gigantesche banche dati dei motori di ricerca, dove sono stivate informazioni personali anche particolarmente delicate. Tutto questo accade all´ombra di una terza "p", Patriot Act, che aveva aperto la breccia in nome della sicurezza, ma attraverso la quale ora l´amministrazione si sente legittimata a far passare qualsiasi richiesta.
Oggi la pornografia: e domani? Non dimentichiamo che nel nuovo testo del Patriot Act era stata introdotta una norma che obbligava le biblioteche a comunicare le informazioni sui libri presi in prestito dai loro frequentatori. Tutte le libertà sono ormai a rischio, e bisogna esserne consapevoli e non sottovalutare nessun fatto nuovo, neppure quelli apparentemente minori.
Approdando in Gran Bretagna, la tutela dei minori si presenta nella forma della più invasiva delle schedature, quella genetica, riservata a ventiquattromila ragazzi tra i 10 e i 18 anni. Anche questa non è una notizia sorprendente. Il governo Blair aveva annunciato che il controllo dell´aggressività giovanile avrebbe richiesto interventi precoci. Il disagio giovanile viene così convertito in un puro problema di ordine pubblico e la tecnologia si fa il braccio armato di una politica cieca, che rifiuta l´analisi della realtà e trasforma tutti i giovani in potenziali sospetti. L´aveva ben capito quel ragazzo che, reagendo alle misure di coprifuoco contro i minori di qualche tempo fa, aveva rifiutato di essere etichettato senza ragione come un possibile pericolo pubblico, si era rivolto al giudice ed aveva avuto ragione.
Queste vicende ci dicono molte cose sul mondo in cui già viviamo, e sono soprattutto un annuncio di quello in cui vivremo. La prospettiva è quella in cui gli strumenti elettronici congiungono il controllo di massa, ormai svincolato da un ragionevole motivo di indagine su una persona, con la trasparenza assoluta, alla quale tutti finiscono con l´essere obbligati quando diviene legittimo che qualcuno metta insieme le informazioni contenute nelle più diverse banche dati, siano quelle di Google o quelle del gestore delle carte di credito. E quando i dati sono quelli genetici, la persona è davvero nuda di fronte ad un potere che non intende utilizzare questi dati sensibilissimi nei soli casi in cui sia necessario fronteggiare situazioni di particolare gravità, ma vuole raccoglierli su tutti e conservare fino a cento anni quelli riguardanti chi abbia avuto a che fare con la legge (per che cosa? per una violenza sessuale o per esser passati con il rosso al semaforo?).
È possibile avviare una fase nella quale venga impedita una resa culturale e debellato il pericoloso senso che prende anche persone ragionevoli quando la visione del mondo gli viene presentata tutta chiusa nella logica della sicurezza? In tempi non troppo lontani si guardava agli Stati Uniti come alla patria della privacy ed alla vecchia Inghilterra come alla terra propizia alla lotta per i diritti. Non lasciamoci fuorviare dai cattivi esempi di oggi.