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R: un reddito minimo garantito per l'italia



Egregio Sig. Boeri,
Il reddito minimo, garantito nei paesi europei, germania e scandinavia in testa, è molto dipeso dalla ricchezza nazionale e dal sistema di welfeare che ha preso piede con Willy Brandt, nel 1951.
Devo affermare per esperienza che il reddito minimo garantito, pur essendo un toccasana per migliaia di famiglie e single, ha pure dei risvolti negativi, poichè persone con reddito minimo non sono incentivati a trovare lavoro.
 
L'idea che si va consolidando è la garanzia delle minime necessità attraverso un lavoro o una rendita per chi non potesse lavorare.
Garanzia delle minime necessità significa garantire non un reddito minimo, ma una capacità di acquisto delle minime necessità.
Il che significa che pur avendo un reddito minimo posso o non posso avere garantiti i bisogni essenziali, dipende dallo scarto tra prezzi e reddito.
 
La garanzia delle minime necessità, presuppone un lavoro. Il sistema capitalistico non garantisce il lavoro a tutti, vi è eccessiva accumulazione da parte di pochi a scapito della maggioranza. L'eccessiva accumulazione da parte di pochi crea una situazione di mancata circolazione del denaro: non si fanno investimenti perchè non vi è un ritorno adeguato e si interrompe il circolo virtuoso di domanda, produzione, reddito, consumo. Vi è una legge economica che dice: quando si va a toccare il reddito della classe media, le banche falliscono, per mancanza di risparmio ed eccessiva esposizione al credito. Se aumenta ulteriormente il divario tra ricchi e poveri, vi è ogni possibilità che vi sia recessione (già in corso) e alla fine depressione economica in questo caso con inflazione. Questo a livello mondiale. Quindi a nessuno converrebbe aumentare il divario tra ricchi e poveri.
 
E' una questione di distribuzione del reddito.
Una razionale distribuzione del reddito avviene solo in presenza di una economia reale organizzata, stabile e forte.
I nostri investimenti sono dirottati per la crisi del sistema economico stesso verso l'economia virtuale, il gioco di borsa, i giochi vari, perchè non vi è la struttura economica reale su cui riattivare il processo produttivo. Guardiamo gli anni '60 del boom economico italiano, la Borsa aveva un suo ruolo in una economia reale, oggi è stato stravolto poca economia reale e molta virtuale. Ogni giorno cambiano di mano 3 milioni di miliardi di dollari, senza creare un solo posto di lavoro!
 
Modello economico
Quindi il problema è quale modello economico adottare per offrire a tutti un lavoro che garantisca il minimo necessario per vivere per sè e per la propria famiglia? Tra il sistema economico comunista ormai obsoleto e il sitema capitalistico in crisi vi è qualche alternativa? Si dice 'se il comunismo ha ridotto l'essere umano ad una bestia, il capitalismo l'ha reso mendicante'. Certo non si può scegliere tra i due. Un sistema di socializzazione dell'economia, di razionale ditribuzione della ricchezza, di garanzia delle minime necessità, presuppone un'attenzione maggiore alle necessità umane, ai sentimenti umani allo scopo ultimo dell'economia che è di garantire la sussistenza di ogni essere umano e cittadino. Il capitalismo assoluto ha fatto il suo tempo e il denaro per il denaro, l'accumulazione per l'accumulazione è un difetto mentale del capitalista stesso (lo afferma Sarkar in una descrizione estesa delle diverse psicologia delle classi sociali).
 
In sintesi un nuovo socialismo umanistico. Willy Brandt nel 1951, quando fondava l'internazionale socialista aveva elencato alcuni punti essenziali: il socialismo deve rispondere alle esigenze materiali, mentali e spirituali degli esseri umani. Aborriva il comunismo e il capitalismo. Trovo che nei suoi 20 punti fondamentali Brandt possa dare qualche spunto per la socializzazione della ricchezza.
 
Decentralizzazione economica
Per garantire la socializzazione dell'economia è necessaria l'introduzione della democrazia oltre che a livello politico anche a livello economico, sociale, giudiziario ed esecutivo. La democrazia politica non ha efficacia senza una democrazia economica.
In particolare la democrazia economica implica la gestione, da parte dei lavoratori, delle aziende in una forma di cooperazione coordinata. Oggi la politica è controllata dai poteri economici forti. Ebbene se tutti i lavoratori si prendono sulle spalle la gestione dell'economia, avranno una maggiore influenza sulla politica e la democrazia politica potrebbe diventare una realtà.
Si prospetta un sistema produttivo tripolare con aziende cooperative di produzione e consumo, aziende private per beni non di primaria necessità e aziende 'chiavi' o strategiche che forniscono materie prime, pubbliche.
 
La decentralizzazione economica è essenziale e si effettua sia nella gestione aziendale che nella ubicazione delle aziende stesse. L'autosufficienza locale, e la pianificazione dello sviluppo, dato in mano alla popolazione locale, sembra essere un'alternativa interessante alla globalizzazione capitalista.
 
Quindi la proposta del reddito minimo garantito andrebbe bene se inserita in un contesto di trasformazione del sistema economico italiano e del modello produttivo, oggi in crisi al punto di non ritorno, in un sistema di socializzazione dell'economia, un sistema definito anche socialismo progressista, che nulla ha a che fare col socialismo sovietico.
 
Cordeiali saluti
 
Tarcisio Bonotto
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 -----Messaggio originale-----
Da: economia-request at peacelink.it [mailto:economia-request at peacelink.it]Per conto di ANDREA AGOSTINI
Inviato: lunedì 30 gennaio 2006 7.03
A: ECONOMIA
Oggetto: un reddito minimo garantito per l'italia

 da lavoceinfo.it del 17-01-2006

Un Reddito minimo garantito per l'Italia
Tito Boeri

I dati dell’ultima indagine Banca d’Italia sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane coprono il periodo 2002-2004. Ci permettono così di completare la ricostruzione di cosa è successo alla distribuzione dei redditi familiari nel nostro paese negli ultimi quindici anni.
Cosa è successo alla distribuzione del reddito in Italia
Le disuguaglianze del reddito e la povertà sono fortemente aumentate durante la dura recessione intervenuta tra il 1991 e il 1993. Poi non sono più diminuite. Nel 2004 l’indice di Gini dei redditi familiari equivalenti, cioè corretti per tenere conto della dimensione familiare, era pari al 33 per cento, mentre la quota di famiglie a basso reddito di poco superava il 13 per cento, valori analoghi a quelli registrati nel 2000 e nel 2002. L’Italia è così un paese in cui le disuguaglianze di reddito sono oggi più accentuate che nel resto d’Europa. I tassi di povertà relativa (la percentuale di persone con un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano) si mantengono più elevati che nella gran parte degli altri paesi dell’Unione Europea .
Dal 1993 in poi si è assistito in Italia a un modesto spostamento di reddito dalle classi medio-alte alla fascia più ricca della popolazione. Tra il 2002 e il 2004 è continuata la tendenza degli ultimi anni al peggioramento della posizione relativa dei lavoratori dipendenti e al miglioramento di quella dei lavoratori autonomi, probabilmente anche a seguito dei ripetuti e svariati condoni che hanno beneficiato questi ultimi, ma non i primi. Vi è stato anche un forte incremento degli affitti, che si è riflesso sugli affitti imputati a coloro che risiedono in un’abitazione di proprietà, i redditi da lavoro sono cresciuti in misura modesta e c’è maggiore instabilità dei rapporti di lavoro all’ingresso nel mercato, mentre i redditi da pensione sono aumentati. Tutto questo tende a peggiorare la condizione relativa dei giovani (che più raramente hanno case di proprietà) rispetto a quella degli anziani.
Cosa fare per migliorarla
Questa fotografia, sempre più nitida, documenta che non possiamo più permetterci di avere un sistema di protezione sociale tutto squilibrato a favore delle pensioni e privo di una rete di ultima istanza. Un’altra legislatura è passata e nulla è stato fatto per affrontare la stridente lacuna di misure contro la povertà, in grado di garantire un reddito minimo a chi cade in condizioni di indigenza e di permettere a chi è a rischio di diventare povero di vivere le trasformazioni in atto nell’economia italiana in modo meno drammatico. Gli italiani, non a caso, continuano a reagire in maniera più negativa degli altri europei a fasi recessive e sono pessimisti in modo strutturale: ritengono probabile un peggioramento della loro situazione economica non solo a breve, ma nei prossimi quattro-cinque anni. Sono paure che paralizzano molte famiglie, portano al rinvio di molti piani di investimento e impediscono il decollo di molte nuove iniziative imprenditoriali.
L’Italia necessita di uno strumento di lotta contro la povertà che raggiunga i poveri senza lavoro.
Lo strumento più appropriato a questo scopo è il Reddito minimo garantito (Rmg), uno schema oggi esistente, pur in forme diverse, in tutti i paesi dell’Unione Europea a 15 (e in diversi nuovi Stati membri), ad eccezione di Grecia ed Italia.
Universalismo selettivo e riordino
Alla luce di considerazioni legate ai vincoli di bilancio pubblico, efficienza economica e capacità amministrativa, occorre introdurre in Italia un programma universale e selettivo al tempo stesso, nel senso di essere basato su regole uguali per tutti (non limitato ad alcune categorie di lavoratori come nella tradizione italiana), che subordinano la concessione del sussidio ad accertamenti su reddito e patrimonio di chi fa domanda.
La proprietà di un’abitazione con un valore "ragionevole" dovrebbe, comunque, essere esclusa dalla verifica del patrimonio, per molteplici ragioni: (a) l’illiquidità dell’investimento in abitazioni, a maggior ragione in un paese come l’Italia, in cui, soprattutto nelle zone urbane più povere, il mercato immobiliare è meno sviluppato che in altri paesi; (b) l’Italia è fra i paesi dell’Ocse con la più elevata frazione di abitazioni di proprietà (circa il 70 per cento); (c) la casa di proprietà può essere valutata esclusivamente in base al valore catastale che, come è ben noto, è molto erratico: ciò causerebbe una notevole disuguaglianza orizzontale fra individui residenti in regioni diverse, o anche nella stessa area.
Il Reddito minimo garantito dovrebbe sostituire e riordinare molti schemi pre-esistenti, integrandoli più strettamente fra di loro in modo da ridurre sprechi ed evitare che la compresenza di tanti strumenti diversi crei "trappole della povertà" (aliquote marginali di imposta effettive molto alte perché accettando un lavoro si perde il sussidio). In particolare, il Rmg dovrebbe prevedere maggiorazioni per i figli a carico (in base sia all’età, sia al numero), i familiari disabili e le famiglie monogenitore. Dovrebbe, inoltre, sostituire le pensioni sociali e le integrazioni al minimo nonché tutte le prestazioni di indennità civile (assegno di assistenza, indennità di frequenza minori, pensioni di inabilità, e indennità di accompagnamento), l’attuale assistenza sociale e i programmi per i disabili a carattere non contributivo. Sono tutti programmi con obiettivi meritevoli, ma sviluppati in modo non coordinato. Andrebbero perciò riunificati all’interno del Rmg, prevedendo maggiorazioni per ciascuna tipologia di beneficiari; in questo modo, le maggiorazioni per invalidi, soggetti non deambulanti e soggetti non autosufficienti sarebbero condizionate alla prova dei mezzi. I test patrimoniali per i soggetti invalidi dovrebbero, comunque, essere meno stringenti che nel caso degli altri soggetti.
Il Rmg dovrebbe essere progettato in modo tale da incoraggiare il lavoro part-time e il lavoro occasionale, le principali fonti di impiego per una quota consistente di potenziali beneficiari.
Per questo motivo, il Rmg dovrebbe contemplare una generosa franchigia sui guadagni, di importo fisso, e una ritenuta piuttosto bassa, dell’ordine del 60 per cento. Si dovrebbero, inoltre, prevedere misure di "reintegrazione" e di "attivazione" (aiuti nella ricerca di un impiego e sanzioni, in termini di riduzione del sussidio, a chi non collabora), con una chiara differenziazione fra tre gruppi di beneficiari: i giovani, i disoccupati di lungo periodo e i genitori single. Questi ultimi, quando con figli sotto i 6 anni, dovrebbero essere esentati dal requisito di lavoro.
Il Rmg dovrebbe essere finanziato a livello nazionale con cofinanziamento a livello locale (nell’ordine del 10 per cento) delle prestazioni pecuniarie e in natura. Inoltre, bisognerebbe affidarsi a incentivi monetari alle amministrazioni locali affinché monitorino le loro prestazioni: ad esempio, si potrebbe assegnare in via preferenziale risorse a quelle amministrazioni locali che registrano le migliori performance nella riduzione del numero di errori sia del primo tipo (famiglie eleggibili che non sono raggiunte dall’assistenza) che del secondo tipo (famiglie non eleggibili che hanno accesso all’assistenza), nonché nella implementazione delle strategie di attivazione.
Quanto costa?
È possibile fornire stime prudenziali (probabilmente in eccesso) del costo del Rmg sotto diverse ipotesi quanto al suo ammontare e alle tipologie di redditi da considerare nel selezionare la platea dei beneficiari. Il Rmg andrebbe inizialmente introdotto a un livello abbastanza basso e poi incrementato anche in riconoscimento di un miglioramento nell’amministrazione dello strumento. Ad esempio, un Rmg a 400 euro, potrebbe costare tra 7 e 8 miliardi di euro. Il livello più alto lo si raggiunge ipotizzando che si riesca ad accertare solo l’85 per cento del reddito dei lavoratori autonomi e il 95 per cento di quello dei lavoratori dipendenti.
Un costo minore (attorno ai 4 miliardi di euro) lo si avrebbe invece nel caso in cui si aggiungesse ai redditi accertati l’affitto che l’utente dovrebbe pagare nel caso non avesse casa di proprietà. Ma, come discusso in precedenza, è preferibile non includere la casa nel patrimonio valutato ai fini della determinazione dell’eleggibilità al sussidio. La razionalizzazione e il riordino di molti schemi pre-esistenti porterebbe ad altri risparmi. In sostanza, un Rmg adatto al nostro paese potrebbe, almeno inizialmente, non costare più di quel secondo modulo della riforma fiscale di cui nessuno sembra essersi accorto. Crediamo, invece, che i poveri e coloro che sono a rischio di povertà si accorgerebbero e beneficerebbero grandemente della presenza del Rmg. 

Data: 19-01-2006 15:22:00
Nome: Olimont
Oggetto: Come attribuirlo?
Messaggio: Egregio Prof. Boeri,
condivido senza riserve l'idea esposta nel Suo articolo, ma Le segnalo l'eterno e anomalo problema italiano, quando si tratta di attribuire benefici (o esenzioni) economiche legate al reddito: l'evasione e elusione fiscale, concentrata nelle ben note categorie, che porta come conseguenza non solo un minor gettito fiscale, ma anche una sperequazione nell'attribuzione dei benefici che facilmente possono essere attribuite in modo distorto (vedasi chi sono gli aventi diritto ai posti gratuiti negli asili). E' quindi un cane che si morde la coda: chi evade "sembra" più povero e riceve benefici. Chi è "inchiodato" dal lavoro dipendente, guadagna di meno, paga più tasse e corre il rischio di "finanziare" strumenti di sostegno economico che vanno a.... chi evade le tasse e appare povero o nullatenente.
Quindi gli strumenti di sostegno economico basati sulla rilevazione del reddito non possono correttamente operare senza una contemporanea, sostanziale (e improbabile) riduzione dell'evasione fiscale.
 
Data: 18-01-2006 10:12:00
Nome: Simone Sereni
Oggetto: Rmg e nuclei monoparentali
Messaggio: Gent.mo prof. Boeri,
Rmg o meno, la riforma del sistema di welfare verso una riduzione dello sbilanciamento a favore degli over 60 mi sembra drammaticamente urgente. Forse perché ho 33 anni…
Per mera esperienza personale, legata alla mancata iscrizione di mio figlio ai nidi comunali, ho però un dubbio sui vantaggi da concedere ai cosiddetti nuclei monoparentali in genere.
Mi perdoni se sconfino un po’.
Si tratta di una condizione altrettanto difficile (mi dicono alcuni esponenti delle istituzioni) da rilevare di quella relativa alle case di proprietà (ad avercela!) che esponeva più sopra.
È vero che generalmente si tratta di famiglie in situazione di disagio, nel caso di ragazze-madri o ragazzi-padri in specie che meritano cura e tutele, ma spesso si tratta di coppie di fatto che, almeno reddito alla mano, non avrebbero affatto bisogno di essere sostenute e potrebbero arrangiarsi diversamente (vale per gli asili ma credo anche per il Rmg). Che però dichiarano di essere “soli” ed avere, per es., figli carico. E quindi usufruiscono di servizi (o sussidi) pubblici che potrebbero invece essere determinanti per altri cittadini o famiglie in condizioni di disagio che ne restano escluse.

Che ne pensa? Come aggirare questa lacuna tecnica (e culturale)?

Grazie
Risposta: La concessione del rmg e subordinata a prova dei mezzi che terrà conto delle effettive disponibilità delle famiglie monoparentali. Il livello basso del trasferimento esclude, credo, la possibilità che questo possa incentivare in modo significativo la struttura dei nuclei famigliari.
Cordiali saluti

Data: 18-01-2006 09:49:00
Nome: Ugo Celauro
Oggetto: Imposizione fiscale
Messaggio: Egregio prof. Boeri,
ci spiega perché chi ha solo un reddito deve pagare imposte con percentuali a 2 cifre, mentre chi ha un patrimonio di pari valore deve pagare un'Ici al 7 per mille?
Non sarebbe meglio equiparare il reddito al patrimonio, sommarli entrambi e sottoporre il totale ad un'unica aliquota?
Per equiparare il reddito di qualsiasi origine al patrimonio, basterebbe depurarlo delle spese di produzione ed ottenere un netto da considerare incremento patrimoniale e, quindi, omogeneo al patrimonio preesistente.
Quanto deve durare ancora questo disordine nella gestione delle imposte?
Sarebbe un grande passo in avanti risolvere prima di tutto il problema del prelievo fiscale, escludendo considerazioni che sono da prendere in esame solo dopo avere risolto in maniera equa la questione di base, cioé dove prendere i soldi.
Risposta: Si trova sempre una scusa per non intervenire a favore dei poveri. Ricordo che si poteva finanziare l’rmg rinunciando al secondo modulo della riforma fiscale. Bene comunque aumentare la tassazione delle rendite finanziare e rivedere gli
estimi catastali.

Data: 18-01-2006 08:06:00
Nome: giorgio andretta
Oggetto: ANTROPOCRAZIA
Messaggio: Sono nauseato a forza di ripetere la proposta del Reddito di Cittadinanza che si trova all'interno del progetto "ANTROPOCRAZIA". Compulsabile sul sito www.bellia.com fino dal lontano 1992, adesso T:Boeri ha scoperto l'acqua calda, Vi ringrazio per avermi risposto solertemente a tutte le mie indicazioni, ma forse non merito la stessa attenzione di Boeri!
Risposta: Quello proposto non è il reddito di cittadinanza. Costerebbe troppo

17-01-2006
Un reddito minimo contro l'esclusione sociale
Claudio De Vincenti

La legislatura si chiude senza che il Governo abbia posto mano al miglioramento della rete degli ammortizzatori sociali che la maggiore flessibilità introdotta con la legge 30 ha reso ancora più urgente. E senza che abbia fornito neppure le coordinate per la realizzazione di quel "reddito di ultima istanza" che avrebbe dovuto sostituire il soppresso "reddito minimo di inserimento".
Una rete di sicurezza sociale
Come più volte sostenuto su lavoce.info, si tratta di due interventi da considerare prioritari dal punto di vista non solo dell’equità sociale, ma anche dell’efficienza economica: una adeguata rete di sicurezza sociale è condizione decisiva per migliorare il funzionamento del mercato del lavoro e del mercato dei prodotti.
Rinviando ad altri interventi per quanto riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali, propongo qui qualche riflessione su un "reddito minimo di inserimento" che abbia natura universale (non sia rivolto a specifiche categorie) e al tempo stesso selettiva (sia sottoposto a "prova dei mezzi").
Credo che il reddito minimo di inserimento vada concepito come istituto specificamente rivolto a contrastare il rischio di esclusione e quindi debba costituire l’anello che chiude in basso la rete di protezione sociale. Quest’ultima deve articolarsi su altri due pilastri, centrati sul sostegno ai cittadini nel mercato del lavoro: il sistema degli ammortizzatori sociali e un sistema di sostegno in forme incentivanti il lavoro e l’emersione per quanti, pur inseriti nel mercato del lavoro, hanno redditi bassi e discontinui. Il reddito minimo deve costituire il terzo pilastro, rivolto a chi incontra forti difficoltà di inserimento. Va condizionato all’attivazione di percorsi di integrazione sociale e alla partecipazione obbligatoria a essi da parte dei beneficiari, mentre la "prova dei mezzi" va effettuata in modo stringente. Le misure di integrazione sociale devono favorire, nel caso di persone in età da lavoro, l’occupabilità e, nel caso di minori, la scolarità. È essenziale delimitare rigorosamente la platea dei potenziali beneficiari: solo in questo modo si può sperare di attivare programmi di reinserimento credibili e realizzare una efficace prova dei mezzi.
Le sue caratteristiche principali dovrebbero allora essere le seguenti. Condizioni economiche per l’accesso: Isee non superiore a una determinata soglia; patrimonio immobiliare limitato alla prima casa; patrimonio mobiliare molto basso. Integrazione del reddito mensile pro-capite equivalente: pari alla differenza tra il reddito mensile disponibile e una soglia predeterminata; a fini di incentivo al lavoro, nel calcolo del reddito disponibile i redditi da lavoro vanno computati in misura parziale; i trasferimenti oggi goduti a qualsiasi titolo vanno invece riassorbiti fino a concorrenza della soglia. Obblighi per i beneficiari: partecipazione ai programmi di reinserimento e accettazione della chiamata al lavoro, anche temporaneo.
Per un istituto così configurato, il termine "reddito minimo di inserimento" appare coerente ed evita qualsiasi confusione con proposte di "salario sociale" generalizzato, dalle implicazioni imprevedibili sul funzionamento del mercato del lavoro e sulla tenuta dei conti pubblici.
Gli oneri per lo Stato
Per avere una prima idea di quello che sarebbe l’onere netto a regime per la finanza pubblica, si può fare riferimento alla specifica configurazione con cui il Rmi è stato proposto nel disegno di legge - A.C. n. 3619 - presentato in questa legislatura dall’opposizione: la soglia rispetto a cui effettuare l’integrazione è pari a 390 euro mensili per un single e crescente in relazione al nucleo familiare secondo la scala di equivalenza Isee; i redditi da lavoro sono computati al 75 per cento nel calcolo del reddito disponibile. Sulla base dei dati Banca d’Italia sui bilanci familiari, le famiglie che usufruirebbero dell’integrazione di reddito sono circa 980mila. Nell’ipotesi che tutte facciano domanda per il Rmi, e quindi siano disponibili ad aderire ai programmi di inserimento, l’onere netto complessivo derivante dall’integrazione di reddito alla soglia indicata sarebbe a regime pari a circa 5 miliardi di euro su base annua.
La stima va intesa come massimo onere possibile. L’onere effettivo dovrebbe risultare inferiore giacché è possibile che non tutti coloro che rientrano nei criteri di selezione facciano domanda, perché non è detto siano disponibili a soddisfare le condizioni richieste. Ma, soprattutto, l’attivazione degli altri due pilastri - gli ammortizzatori sociali riformati e l’introduzione di un sostegno per quanti hanno redditi bassi e discontinui - consentirebbe di ridurre in misura significativa la platea dei richiedenti il reddito minimo di inserimento.
Un effetto di questo tipo deriverebbe per esempio dall’introduzione di un "assegno per il sostegno delle responsabilità familiari" sostitutivo delle attuali detrazioni per carichi familiari che, proprio in quanto assegno, verrebbe goduto anche dagli incapienti (imposta negativa). L’introduzione di questo istituto, in una forma incentivante il lavoro e l’emersione (un po’ stile "earned income tax credit"), era per esempio prevista dall’emendamento alla Finanziaria per il 2005 presentato dall’opposizione in contrasto con lo sgravio fiscale del Governo e a parità di onere . Naturalmente, andranno costruite adeguate coerenze tra importo dell’assegno e livello del Rmi (le due prestazioni non devono essere sommabili), in modo che per un lavoratore sufficientemente inserito nel mercato, per quanto con redditi bassi o discontinui, sia conveniente optare per il normale regime di imposta e assegno, invece che richiedere il reddito minimo di inserimento. In questo modo l’onere scenderebbe collocandosi, a seconda delle ipotesi circa la convenienza relativa di Rmi e normale regime di imposta e assegno, tra i 3 e i 4 miliardi di euro.
In una prospettiva più lunga, poi, i tre pilastri della rete di protezione sociale consentirebbero di riassorbire completamente le attuali opache e disorganiche, forme di trasferimento assistenziale: in tal caso, a parità di onere, si potrebbero via via innalzare i trattamenti e ottenere un sistema di sicurezza sociale più semplice, equo e razionale.