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la riscoperta dei beni comuni antichi e nuovi



  da aprile n° 132 - novembre   2005    
 
La riscoperta dei beni comuni. Antichi e nuovi
Un libro curato da Giovanna Ricoveri

Wolfgang Sachs
Come è possibile fare società, se non abbiamo più niente in comune? Questa domanda – posta da Riccardo Petrella nel suo contributo – esprime forse l’inquietudine più profonda che anima gli autori del libro Beni comuni fra tradizione e futuro, curato da Giovanna Ricoveri (Quaderni della rivista “Cns-Ecologia Politica”, Bologna: Emi, 2005, pp. 158, euro 13, www.emi.it).
Con una serie di approcci diversi – dal teorico della politica internazionale fino al storico della Sardegna – il libro mette in luce la storia e la diversità di questa misteriosa fonte di ricchezza comune che sono i “beni comuni”. Nei racconti e nelle indagini del libro emerge in primo luogo che i beni comuni sono cose che vengono condivise da tutti noi. Se si pensa all’aria, ai fiumi, alle strade o anche alle biblioteche, si tratta di cose che non appartengono a nessuno: ma tutti quanti.
Al suo tempo, il Codice Giustiniano faceva una distinzione fra diversi tipi di proprietà: da un lato ci sono le res nullius, che non appartengono a nessuna persona, dall’altro ci sono le res privatae, che appartengono a determinati proprietari. Mentre per il nostro diritto le res privatae godono di grande preminenza. Il diritto romano enfatizzava anche le res publicae, le infrastrutture pubbliche che vengono utilizzate da tutta la comunità, come gli edifici pubblici, le strade etc.. E in particolare le res communes, beni naturali che sono accessibili per una comunità e ne garantiscono la sopravvivenza come sorgenti, pascoli, animali selvaggi.
Poi, c’è da chiarire che i beni comuni sono cose che abbiamo ricevuto in eredità. I beni comuni – in contrasto ai beni pubblici - non sono il risultato di produzione e pianificazione. Le foreste, gli oceani, gli insetti, ma anche i saperi e il linguaggio c’erano prima di noi, ci sono stati date in eredità. Visto che tutte queste cose non sono prodotte da singoli persone, il titolo di proprietà privata non trova fondamento. Beni comuni sono piuttosto doni tramandati da una generazione all’altra. Di conseguenza, spetta a noi, come impone la legge di reciprocità, trasmetterli alle generazioni future in modo non degradato e magari con qualche valore aggiunto.
Inoltre, bisogna tener presente che i beni comuni tendono a essere cose grandi piuttosto che piccole. Poiché costituiscono dei beni-sistemi: ecosistemi che si combinano fino alla biosfera, sistemi culturali che comprendono saperi e linguaggi. Anche per questo motivo è difficile parlare di beni comuni in termini di proprietà privata. Chi potrebbe chiedere la proprietà privata di pezzi del linguaggio? Non è possibile, perché non si possono tagliare fuori pezzi di linguaggio. Anche un proprietario di un terreno è nient’altro che un usufruttuario di un frammento di quel bene comune che è la terra. A che cosa servono dunque i beni comuni? Non è affatto esagerato dire che sono la base dell’esistenza biologica e sociale. Questo vale soprattutto per quel terzo dell’umanità che dipende per il suo sostentamento dall’accesso immediato all’acqua, al suolo, alle foreste, alle savane, alle coste. Perdipiù i local commons sono, come sottolinea Giovanna Ricoveri, oltre a patrimoni naturali anche spazi di auto-organizzazione delle comunità. Storicamente, gli usi civici in Italia davano il diritto ai cittadini di un comune di far legna in un determinato bosco, di pascolare il gregge o di pescare in una palude (come insegna Fabio Parascandolo nel suo saggio sulla storia della Sardegna). Per la società industriale di oggi questo rapporto di sostentamento è molto più indiretto, ma alla fine la nostra dipendenza dalla natura non è da meno.
Il guaio dei beni comuni è che hanno valore, ma nessun prezzo. E’ solo raramente possibile quantificare il loro valore ed esprimerlo in prezzi monetari. Non avendo un prezzo, però, i beni comuni tendono a essere invisibili per il mercato. Perdite di beni comuni non vengono registrate dai mercati; il loro declino avviene quindi senza scalpore. Nonostante la difficoltà di calcolo, però, una ricerca negli Stati Uniti stima il valore economico dei servizi silenziosi degli ecosistemi annualmente a una entità molto maggiore di tutto il Pil globale.
Il fatto, però, che i beni comuni non hanno prezzo è anche un pregio. Poiché danno benessere senza soldi. Questo è ovvio nel Terzo mondo, dove il degrado ambientale aggrava la povertà, costringendo la gente a comprare i servizi che prima poteva avere gratuitamente dagli ecosistemi. Ma una cosa analoga, con qualche differenza, vale pure per noi. Le città, per esempio, in cui è facilmente possibile vivere senza auto, sono anche città che comportano meno costi. E’ tuttavia vero che il denaro ci ha reso meno dipendenti dai beni comuni, ma è altrettanto vero che i beni comuni ci rendono meno dipendenti dal denaro. Beni comuni come l’accesso alla natura, la mobilità non-automobilistica, la rete di amici, la cura gratuita per gli anziani possono addirittura diventare scialuppe di salvataggio per eventuali crisi economiche.
Qual è lo stato di salute dei beni comuni? Da due o tre secoli, come suggeriscono i rapporti dall’Italia, dal Brasile e dall’India presenti in questo libro, il cambiamento ha avuto una direzione sola: i beni comuni si sono ridotti e il mercato si è espanso continuamente. Dai famosi tempi della recinzione dei terreni comuni in Inghilterra, dalla metà del Settecento fino ad oggi, questo processo di marcia delle recinzioni è andato avanti in tanti modi: prima la terra, poi le città e le strade, oggi siamo arrivati al patrimonio genetico.
Su questo sfondo il ruolo pubblico della politica non può limitarsi al supporto del mercato, ma deve anche essere destinato alla tutela dei beni comuni. Bisogna infatti mantenere un equilibrio salutare fra queste due fonti di ricchezza. Dopo tutto, ai mercati non è mai stato chiesto da nessuno di occuparsi della coesione sociale, dell’onestà, della bellezza, della giustizia, della sostenibilità. Quindi, tocca ai cittadini e ai governi assicurare che tutti i beni comuni siano tutelati altrettanto bene come il denaro. Per questo, il libro curato da Giovanna Ricoveri fornisce materiali e concetti indispensabili.