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sviluppo dal volto umano



da l'Unità  10-02-2006

Lavoro sviluppo dal volto umano
laura pennacchi

Un requisito importante per poter realizzare la riduzione del costo del lavoro ipotizzata dal leader centrosinistra Romano Prodi, sarà la sua selettìvilà. Una selettività che dovrà manifestarsi 'Verso il basso" e "verso l'alio" della struttura dell'apparalo produttivo e della forza lavoro. Verso il basso, realizzando l'antica ma sempre attuale proposta Delors e cioè fiscaìizzando una parte degli oneri sociali-contraendo cosi il relativo cuneo fiscale e contributivo - che gravano sui redditi più bassi e sui lavoratori più dequalificali.
Quei lavoratori, maggiormente  penalizzali dalle delocalizza-zioni indotte dalla globalizzazione in atto e da alcune delle attuali tendenze del progresso tecnico. Verso l'alto, utìiizzando una parte delle risorse per incentivare il ricorso a quel lavoro qualificato, impegnato in attività di ricerca e di diffusione dell'innovazione, di cui il sistema imprenditoriale italiano scarseggia in modo penoso, viceversa essenziale per sviluppare qualità e salti tecnologici. La selettività, d'altro canto, ben si sposa con la auspicabile gradualità con cui l'ipotesi di riduzione del costo del lavoro andrà tradotta, anche al fine di contenerne i costi finanziari. Infatti, il centro-destra lascia un'eredità drammatica in materia di conti pubblici, testimoniata dal fatto eclatante - ripetutamente sottolineato da Prodi - che l'avanzo primario, nel 1998 a più del 6% del Pii, è oggi brutalmente azzerato. In questo quadro, come si evince da una lettura attenta del Programma dell'Unione che verra presentato domani all'Eliso», la riduzione del costo del lavoro convive con allre priorità e, anzi, è proprio la selezione delle priorità l'operazione che si connota come quella decisiva, inscindibile dall'individuazione dei veri problemi dell'Italia. Quali siano questi problemi e presto detto; basso grado di innovazione; esiguità dei tassi di attività e di occupazione e trend demografici sfavorevoli; parzialità del sistema della cittadinanza; prevalenza dell'offerta di merci sull'offerta di servizi; staticità della specializzazione produttiva; nanismo delle dimensioni; rigidità e chiusura degli assetti proprietari; rigidità e arretratezza dei mercati finanziari; arretratezza delle infrastnitture e delle reti. Sono tutti problemi che nascono dal deterioramento, al tempo stesso, dell'economia reale e del capitale sociale. Sono tutti problemi prevalentemente strutturali e vanno affrontati con politiche altrettanto strutturali, cioè politiche non fatte solo di incentivi ma a forte strutturazione contenutistica, politiche concrete, articolate, mirate, selettive, non basale soltanto su automatismi quali la detassazione aselettiva e la semplice riduzione dei costi (tenendo conto, peraltro, che queste rischiano di confermare imprese e famiglie nella vecchia specializzazione produttiva, senza spingerle ad innovare produzione e consumi).
Così emergono naturalmente le priorità per l'Italia: - creare "più e migliore lavoro" attraverso l'innalzamento dei tassi di attività per donne, giovani, anziani e l'enfasi su educazione, istruzione, apprendimento lungo tutto l'arco della vita; "lavoro di cittadinanza", a partire dalle donne, dovrebbe essere la linea guida; - rilanciare una "crescila di qualità" elevando l'innovazione, modificando la specializzazione produttiva ed evolvendo verso l'economia della conoscenza, secondo l'agenda di Lisbona. Priorità siffatte presuppongono che il nuovo sviluppo per l'Italia non solo non avvenga a partire dalla sanzione di una sorta di incornpalibilità tra crescita e welfare , ma sì basi su vere sinergie tra "sfera sociale" e "sfera economica" nella logica dello "sviluppo umano" di Sen. A loro volta l'attivazione di sinergie richiede che si dia crucialità ai servizi. La strutturalità e dei problemi e del le politiche, necessarie ad affrontarli, suggerisce di modificare l'equilibri o trasferimenti moneta-ri/servizi, dando più peso ai servizi. Infatti servizi vuoi dire in primo luogo "beni collettivi". Il forte deficit di offerta dei servizi che caratterizza oggi l'Italia (segnalato anche in alcuni casi - la sanità -dalle liste d'attesa, in altri casi -gli asili nido - da sistemi di tariffe che ostacolano l'accesso alle famiglie con redditi bassi) è l'altra faccia di una domanda di servizi che rimane "compressa" e "inevasa". Il "valore sociale" creabile dai servizi può essere molto
rilevante (è più economico per un territorio avere 15.000 badanti o un servizio pubblico che funzioni come rete complessa di dispiega-mento delle potenzialità dell'assistenza degli anziani?), a maggior ragione significativo per l'attivazione del potenziale di lavoro delle donne, il quale ne sarebbe sollecitato in un duplice senso. Perché i servizi sono ad alta femminiliz-zazìone (quindi "domandano" il lavoro delle donne), perché le donne possono concretizzare la loro disponibilità a lavorare (quindi "offrirsi" sul mercato del lavoro) solo se esistono alcune precondizioni. Ira cui servizi di conciliazione fra lavoro non retribuito e lavoro retribuito. Inoltre, l'erogazione dei servizi, assai differenziata territorialmente, condiziona fortemente la redistribuzione e le discguaglianze, sia in termini di reddito, sia in termini di mancata costruzione di una omogeneità socio-culturale di base (poiché è accertato che i servizi sono mollo più egualitari dei trasferimenti monetari, dobbiamo ritenere che una delle ragioni che fanno dell'Italia un Paese altamente disegualitario è proprio la prevalenza di trasferimenti monetari e la fragilità nell'offerta di servizi e beni collettivi). Infine, fare perno sui servizi consente di recuperare una nozione eguaglianza che da valore alla redistribuzione, ma non si esaurisce e non coincide con essa, perché la sottolineatura dell'enorme impatto egualitario che hanno il lavoro in quanto tale e i servizi, porta a spostare l'accento sulla "redistribuzione ex ante". È erroneo sostenere l'ormai sancita inilevanza della redistribuzione (e per questo auspicare sta la riduzione della pressione fiscale sia la contrazione del suo profilo di progressività), ma anche sopravvalutarne o alterarne il significato (per esempio spostando il welfare sul terreno dei trasferimenti monetari - come avverrebbe con un "reddito minimo garantito europeo", di cui una esigua "pensione di base" sul modello inglese sarebbe ritenuta componente - e dei benefici fiscali). Occorre dare crescente importanza, accanto a quella ex post (che "compensa" monetariamente e fiscalmente), a una nozione ex ante di redistribuzione tale, cioè, da considerare essenziali il "lavoro", gli "stili di vita", le "capacità" a la Sen. L'approccio dello "sviluppo umano" è alla base di questa complessiva scommessa. Esso sviluppa un'idea di libertà non solo come attributo individuale ma come "impegno sociale", un'idea di eguaglianza come eguaglianza delle "capacità" fondamentali, un'idea di solidarietà non come carità ma come responsabilità di tutti gli uomini e le donne gli uni per gli altri e verso la società. Cosi l'attenzione si concentra, oltre che sui mezzi, sui fini dello sviluppo e viene articolala una visione molto ricca della "persona" e della sua complessità multi dimensionale, presupposti di un nuovo umanesimo di cui diritti, lavoro e cittadinanza si ripropongono come coordinate decisive. Qui l'esercizio della responsabilità individuale si correla al quadro di esercizio della responsabilità collettiva la cui importanza risulta rafforzata, tanto più nelle società contemporanee in cui emergono nuovi rischi ma quelli vecchi non scompaiono e l'innovazione rifomiatrice deve trovare risposte adeguate per gli uni e per gli altri. Se il focus è sulla persona, la responsabilità delle politiche pubbliche si conferma primaria nel contrastare attivamente tutti i meccanismi che limitano le capacità, e dunque le libertà, degli individui di "diventare oersone"..