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cambiamento climatico e principio di precauzione



da Inquinamento marzo 2006
Cambiamento climatico e principio di precauzione
■ Walter Ganapini
Temperature in aumento, precipitazioni
insufficienti in Europa meridionale e
eccessive in quella settentrionale, terreni
resi sterili dalla siccità e altri devastati
dalle alluvioni. In Europa, come nel resto
del mondo, è in atto il maggior
cambiamento climatico che la storia
dell’uomo ricordi. Studi dell’Agenzia
Europea per l’Ambiente e di altre
organizzazioni internazionali ne
individuano le cause e ne ipotizzano le
conseguenze ma spetta a governi
e ai singoli individui mettere in atto
politiche capaci di arrestare il fenomeno.
Secondo un documento recentemente pubblicato
dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea), che analizza la
situazione ambientale dei Paesi dell’Unione Europea e valuta
l’efficienza delle politiche per la sostenibilità messe in
campo in questi ultimi cinque anni, il clima in Europa sta
sperimentando il maggiore cambiamento mai avvenuto
negli ultimi cinquemila anni.
Per riuscire a descrivere e valutare la situazione europea,
lo studio diffuso attraverso il documento si è basato su
indicatori ambientali quali:
- le emissioni di gas serra;
- il consumo di energia;
- l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili;
- l’emissione di sostanze acidificanti e di precursori dell’ozono;
- la domanda di trasporti;
- la superficie dedicata all’agricoltura ecologica;
- la produzione di rifiuti;
- stato e gestione delle risorse idriche.
La principale conclusione a cui giunge lo studio dell’Eea è
che il “il cambiamento climatico è in moto”, come dimostra
la maggior frequenza di fenomeni meteorologici
estremi, dall’intensità delle precipitazioni, sempre più concentrate
in pochi eventi, alla siccità fino alla riduzione dei
e principio di precauzione
ghiacci ai Poli (-50% negli ultimi
20 anni, secondo il Rapporto al
riguardo pubblicato da quattro
Università statunitensi che
hanno operato in quelle due
aree per l’appunto lungo i due
ultimi decenni).
Il 1998, 2002, 2003 e 2004
sono risultati gli anni più caldi
mai registrati. Il riscaldamento
della superficie terrestre, a seguito
dell’“effetto serra” (espressione
che indica la capacità
di certi gas, quali la CO2,
l’ossido d’azoto, il metano e altri
gas d’origine industriale, di intrappolare
il calore solare ed evitare
che questo si allontani
dall’atmosfera), si è tradotto in
un aumento di 0,95 °C della
temperatura media europea,
con una tendenza a crescere
“tra i 2 e i 6 gradi centigradi
nell’arco di questo secolo”.
C’è una crescente evidenza,
dunque, che il mondo stia affrontando
il più grande disgelo
dalla fine dell’ultima glaciazione,
avvenuta circa 10.000 anni fa:
nel solo 2003 i ghiacciai del
nostro Continente hanno perso
il 10% del loro volume, secondo
gli esperti Ue.
“È probabile che l’incremento
sia dovuto a cause umane”,
sostiene Thomas R. Karl, ricercatore
presso l’Istituto Nazionale
per gli Oceani e l’Atmosfera
(Noaa) degli Stati Uniti, Paese
che ha registrato, al pari e forse
più dell’Europa, un significativo
incremento negli eventi meteorici
estremi: d’altro canto
apparirebbe esercizio complesso
attribuire l’incremento in pochi
decenni della concentrazione
di anidride carbonica (il tracciante
delle emissioni climalteranti)
da 270 a circa 400 ppm
ai grandi cicli geodinamici o a
qualche eruzione vulcanica, per
quanto imponente. Vi è, infine,
evidenza di più frequenti depressioni
lungo la costa orientale
dell’Australia ed un incremento
dei cicloni nel Sud Est Pacifico
fino alla porzione settentrionale
della Nuova Zelanda.
Secondo Asher Minns, del centro
britannico di ricerche sul
clima “Tyndal”, uno degli istituti
di climatologia più importanti
d’Europa, l’ondata di calore “è
come un allarme che suona. È
ciò che gli scienziati prevedono
debba accadere. Non possiamo
essere sicuri che ogni evento
sia legato al riscaldamento globale,
che tuttavia rappresenta
lo scenario futuro”.
Le conseguenze
Il documento dell’Agenzia Europea
sottolinea, sulla scorta dei
non lusinghieri risultati conseguiti
anche dopo l’approvazione
del Protocollo di Kyoto, la necessità
di interventi più radicali
per affrontare il problema dell’inquinamento
atmosferico, responsabile
in Europa della perdita
di circa 200 milioni di giornate
lavorative e del 6,4% delle
malattie e dei decessi tra i bambini.
Quand’anche l’Ue riuscisse
a limitare l’aumento della temperatura
massima a due gradi
centigradi, ci si vedrebbe comunque
costretti a “vivere in
condizioni atmosferiche mai
sperimentate prima dall’uomo”.
Le perdite economiche associate
al cambiamento climatico
sono già imponenti: uragani ed
ondate di caldo hanno comportato
a scala planetaria la spesa
di circa 60 miliardi di euro solo
nel 1996, che diventano 100
nel 1999, ciò che motiva la crescente
preoccupazione del
mondo delle Assicurazioni, come
testimoniano i Rapporti con
cadenza biennale di Munich-Re.
Scienziati della Commissione
Europea prevedono una riduzione
sostanziale della qualità e
quantità dei raccolti, particolarmente
nell’Europa centrale e
meridionale: il raccolto di gira-
soli calerebbe del 25%, il mais
verde del 10%, la barbabietola
da zucchero del 7% e il grano
del 6,6%.
La produzione di granoturco e
barbabietola da zucchero si è
già ridotta di un quarto in Italia,
mentre i campi di grano si sono
ridotti di un terzo in Portogallo:
l’estate 2005 è stata caratterizzata,
in Europa, da un calo di
produzione cerealicola complessivamente
valutata non inferiore
al 10%.
Si tratta di dati capaci di modificare
strutturalmente l’andamento
dei mercati relativi.
Geoff Love, l’australiano che ha
appena lasciato l’Organizzazione
Meteorologica Mondiale delle
Nazioni Unite, dopo anni come
segretario della Conferenza Intergovernativa
sui Cambiamenti
Climatici (Ipcc), ha di recente affermato:
“Abbiamo raggiunto un
punto in cui stiamo modificando
il clima e dovremo gestirne gli
impatti, poiché abbiamo estirpato
tutti i sistemi di difesa”.
Negli ultimi anni si è potuto
anche stimare il numero dei
morti dovuto alle ondate di caldo:
nel 2003, oltre 35 mila
morti nella sola Europa, di cui
4.900 in Italia (dal 16 luglio al
15 agosto morirono 4.175 persone
oltre i 65 anni, con un
aumento del 14% rispetto allo
stesso periodo dell’anno precedente;
il tasso di mortalità legato
all’ondata di caldo più alto
venne registrato nelle città settentrionali
come Milano, Torino
e Genova.
Qualcuno ricorderà che addirittura
il Papa, Giovanni Paolo II, si
affacciò alla finestra invitando la
popolazione a pregare per la
pioggia. Per avere un termine di
paragone, si pensi che il dato
complessivo prima riportato è
più di 19 volte superiore al
numero di morti per epidemie di
Sars nel mondo. Secondo
l’Agenzia, “l’Europa ha l’obbligo di
guardare oltre il 2012 e superare
le sue frontiere perché il fenomeno
è un problema globale” e
manca una politica concreta per
ottenere una maggior riduzione
delle emissioni di gas serra. Per
avviare l’Europa sul cammino
della sostenibilità, l’Agenzia raccomanda
di incrementare la
destinazione delle risorse fiscali
a combattere l’inquinamento ed
a garantire un migliore sfruttamento
delle risorse naturali, con
particolare attenzione alla
necessità di ridurre i consumi
energetici, incrementando l’efficienza
negli usi finali, e di aumentare
la quota di energia ottenuta
dal ricorso a fonti rinnovabili.
La situazione in Italia
Per quanto concerne l’Italia,
l’Enea ha svolto un’analisi, per
conto delle Nazioni Unite, che
evidenzia come variazioni di
temperatura, precipitazioni, innalzamento
del livello dei mari,
reperibilità delle risorse idriche,
variazioni nella qualità del terreno
e rischio di desertificazione
siano ormai ben riscontrabili
anche nel nostro Paese.
La media delle temperature
massime e minime mensili
aumenta, con differenze particolarmente
marcate nel Nord e
nel Centro-Sud; la minima, ad
esempio è aumentata di circa
0,4 °C nel Nord e di 0,7 °C nel
Centro-Sud.
Il quadro generale che emerge,
simile a quello osservato a livello
globale, mostra aumenti
maggiori delle temperature e
del livello di siccità nelle regioni
del Centro-Sud: sempre più familiare,
nelle regioni meridionali
e nelle isole, è l’aridità del terreno,
andata aumentando negli
ultimi decenni, sia in termini di
aree interessate sia di intensità.
Aree aride, semi-aride e subumide,
che tendono a diventare
aree degradate, coprono attualmente
il 47% della Sicilia, il
31% della Sardegna, il 60%
della Puglia ed il 54% della
Basilicata: si può perciò parlare
di rischio di desertificazione nel
Sud Italia, per cui erosione, salinizzazione
del suolo, perdita di
Sostanza Organica (e quindi di
fertilità) non sono ormai temi da
agronomi e naturalisti, ma difficoltà
con cui si confrontano
agricoltori ed operatori turistici.
Il Principio di Precauzione
È questa esigenza di una radicale
innovazione di stili di vita, produzione
e consumo che ha
indotto Greenpeace ad adottare
lo slogan “Decidi. O il pianeta lo
difendi tu, o si difende da solo”,
accompagnato da immagini
delle conseguenze dei cambiamenti
climatici, dalle trombe d’aria
alle alluvioni.
Senza intenti catastrofistici, ciò
che l’ambientalismo intende
riproporre è un orientamento
alla sostenibilità dei modelli di
sviluppo, consapevoli come dobbiamo
essere che quello attualmente
dominante, se generalizzato
all’Umanità nel suo complesso
(d’altro canto non è illegittimo
che i 6 miliardi di donne
ed uomini che ad oggi ne sono
esclusi ad esso aspirino), necessiterebbe
di 3,5 Terre, come ci
insegnano i cultori dell’Impronta
Ecologica.
Sostenibilità significa solidarietà
diacronica e ricerca di equità
intra- ed inter-generazionale.
Sostenibilità significa, infine,
assumere il Principio di Precauzione
come strumento di orientamento
tra le diverse opzioni
possibili, mentre la percezione
sociale dei guasti indotti dal
Cambiamento Climatico dovrà
sempre più alimentare una tensione
individuale e di comunità
verso nuovi stili di vita, opportunità
straordinaria di innovazione
sistemica della società umana.

I
 
RIFUGIATI AMBIENTALI IN CRESCITA
Entro il 2010, 50 milioni di persone
si trasformeranno in
“rifugiati ambientali”, persone
costrette a muoversi per
sfuggire al degrado ambientale.
È quanto afferma l’Istituto
per l’ambiente e la sicurezza
umana dell’Università delle
Nazioni Unite (Unu-Ehs) che
ha sede a Bonn. A differenza
delle vittime dei conflitti politici
e sociali che attraverso le
organizzazioni governative e
internazionali hanno accesso
ad assistenza, aiuti finanziari,
cibo, attrezzature, ripari e
ospedali, i rifugiati ambientali non sono ancora riconosciuti dalle
convenzioni mondiali. Le vittime di catastrofi improvvise come lo
tsunami in Asia nel 2004 o l’uragano Katrina nel 2005 sono rese largamente
visibili dai media e beneficiano di aiuti umanitari pubblici
e privati. Ci sono però milioni di altre persone nel mondo costrette
a sfollare a causa di cambiamenti ambientali più graduali come il
riscaldamento globale o catastrofi “lente” come la desertificazione,
la diminuzione delle riserve idriche o l’innalzamento del livello del
mare portato dal mutamento del clima.
La capitale dello Yemen, Sana’a, ad esempio, ha raddoppiato la sua
popolazione ogni sei anni a partire dal 1972 ed è attualmente abitata
da 900 mila persone. La falda acquifera dalla quale la città attinge
l’acqua si riduce ogni anno e secondo la Banca Mondiale si
esaurirà entro il 2010.
In Cina, il deserto dei Gobi si espande di 10 mila chilometri quadrati
ogni anno, minacciando molti villaggi. Marocco, Libia e Tunisia
perdono ogni anno 1.000 km2 di terreno coltivabile per la desertificazione.
In Egitto, metà dei campi irrigati soffre per la salinizzazione
mentre in Turchia 160 mila km2 di terra agricola sono influenzati
dall’erosione del suolo.
Ogni anno in Louisiana (Usa), 65 km2 di costa vengono sommersi
dal mare mentre in Alaska 213 comunità sono minacciate dalla
marea che avanza di circa tre metri all’anno.
È stato stimato che circa 100 milioni di persone nel mondo vivono
in zone che si trovano sotto il livello del mare e sono soggette a
tempeste improvvise.
L’Onu sostiene che il numero di persone costrette a muoversi per
problemi ricollegabili all’ambiente si sta avvicinando al numero
delle “persone bisognose” recentemente calcolate in 19,2 milioni di
unità e potrebbe presto superarlo. Infatti, secondo il “Rapporto sui
disastri nel mondo” compilato dalla Croce Rossa attualmente ci
sono più rifugiati dovuti ai disastri ambientali che alle guerre.
Per questo Janos Bogardi, direttore dell’Unu-Ehs, si batte perché
questa nuova categoria di rifugiati trovi posto nei trattati internazionali.
 
TEMPERATURA
Negli ultimi 100 anni, ma in modo particolare nel corso degli ultimi
vent’anni, l’Europa ha conosciuto notevoli aumenti di temperatura
 Il 2000 è stato l’anno più caldo in Europa e i sette anni più
caldi che seguono nella graduatoria sono stati registrati negli ultimi 14
anni. L’agosto del 2003 è considerato il mese più caldo mai registrato
nell’emisfero settentrionale.
Russia nord-occidentale e penisola iberica sono le regioni in cui sono
stati registrati i picchi di riscaldamento. Le temperature aumentano nel
periodo invernale più che in estate, con degli inverni più miti e una
variazione stagionale ridotta. Si prevede la continuazione di tutte queste
tendenze, tranne che per la variazione stagionale ridotta, che non è
prevista nell’Europa meridionale.

PRECIPITAZIONI
Per quanto riguarda le precipitazioni annue,
nell’Europa settentrionale c’è stato un aumento
del 10-40% nel periodo 1900-2000,
mentre in alcune parti dell’Europa meridionale
si è registrata una diminuzione del 20%.
I modelli stagionali rivelano una tendenza
ancor più pronunciata. Specialmente nella
stagione invernale, l’Europa meridionale e
orientale è diventata più arida mentre
l’Europa Nord-Occidentale è diventata più
umida.
Le proiezioni indicano un aumento delle
precipitazioni annue nell’Europa settentrionale
ed estati più umide nella maggior parte
dell’Europa.

PORTATA DEI FIUMI
Nel secolo precedente l’Europa meridionale ha visto
una diminuzione notevole della portata dei fiumi di
numerosi bacini, mentre ampi aumenti sono stati registrati
nell’Europa orientale. I cambiamenti siano
probabilmente dovuti in gran parte ai cambiamenti
delle precipitazioni, anche se la portata è influenzata
anche da altri fattori come il cambiamento della destinazione
dei suoli o la rettificazione dei corsi d’acqua.
Gli effetti combinati dei cambiamenti previsti
delle temperature e delle precipitazioni amplificheranno
nella maggior parte dei casi la portata annua
dei fiumi. Entro il 2070, si prevede che tale portata sia
destinata a diminuire fino al 50% nell’Europa meridionale
e sud-orientale e ad aumentare sino al 50 %
o oltre in numerose aree dell’Europa settentrionale o
Nord-Orientale
 
COS’È IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE

Il concetto di principio di precauzione deriva da una
comunicazione della Commissione, adottata nel febbraio
del 2000, sul “ricorso al principio di precauzione”
nella quale definisce tale concetto e spiega come
intende applicarlo.
Può essere applicato in quei casi in cui i dati scientifici
sono insufficienti, poco conclusivi o non certi o
quando da una valutazione scientifica precedente
emerge che si possono ragionevolmente temere effetti
potenzialmente pericolosi per l’ambiente e la salute
umana, animale o vegetale.
Questa comunicazione enuncia anche le tre regole cui
attenersi per far sì che il principio di precauzione sia
rispettato:
- una valutazione scientifica completa condotta da
un’autorità indipendente per determinare il grado d’incertezza
scientifica;
- una valutazione dei rischi e delle conseguenze in
mancanza di un’azione europea;
- la partecipazione, nella massima trasparenza, di tutte
le parti interessate allo studio delle azioni eventuali.
Il principio di precauzione può essere invocato quando
è necessario un intervento urgente di fronte a un possibile
pericolo per la salute umana, animale o vegetale.
Esso non può essere utilizzato come pretesto per azioni
aventi fini protezionistici. Tale principio viene
soprattutto applicato nei casi di pericolo per la salute
delle persone. Esso consente, ad esempio, di impedire
la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi
per la salute ovvero di ritirare tali prodotti dal
mercato.