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disastro ambientale: sappiamo tutto, facciamo niente




da liberazione 10 marzo 2006

Alcune riflessioni a margine del libro “Manuale della sostenibilità - Idee, concetti, nuove discipline
capaci di futuro”, firmato da Gianfranco Bologna. Una vera e propria enciclopedia sul tema
Disastro ambientale: sappiamo tutto, facciamo niente

Carla Ravaioli


Un libro come questo Manuale della sostenibilità - Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro, firmato da Gianfranco Bologna (Edizioni Ambiente, pag. 331, 20 euro) non potrà mancare di imporsi come necessario strumento di lavoro per quanti si occupano di ambiente, e per tutti gli altri come il più utile mezzo di accesso alla cognizione di un fenomeno drammaticamente attuale quanto difficile da capire nella molteplicità delle sue manifestazioni e dei suoi meccanismi. Con l’esperienza di una vita professionalmente dedicata alla materia, con la ricchezza derivata anche dalla diretta frequentazione di tutti i più illustri personaggi del settore, con rigore, meticolosità e intelligenza, Bologna ci offre in pratica una vera e propria enciclopedia di tutto quanto è stato pensato, elaborato, detto, scritto, organizzato, promosso, relativamente alla questione. Fornendoci (oltre all’informazione e alla riflessione sui diversi momenti teorici, a un utilissimo glossario, a un non meno prezioso indice di enti, organismi, programmi, e, in chiusura del volume, due brevi ma esemplari saggi sul mutamento climatico e sulla crescente perdita di biodiversità) una quantità di dati notizie e materiali i più diversi tale da sorprendere anche chi, come me, da qualche decennio si occupa del problema.
Si parte dai primi passi della scienza ecologica, dalla prima consapevolezza dell’impatto che la specie umana produce sui sistemi naturali, alle prime grida di allarme lanciate - da singoli studiosi e da gruppi via via più numerosi di scienziati - di fronte al rischio sempre più evidente della doppia continua crescita demografica ed economica, quindi alle molteplici analisi critiche del modello economico dominante, basato su un concetto di “sviluppo” di fatto identificato con la crescita prodduttiva. Fino alla elaborazione di una “scienza della sostenibilità”, complessa fabbrica di idee, ipotesi, programmi, proposte, intesa a contenere il guasto prodotto dalle attività umane, sulla base di una prospettiva che, capovolgendo il rapporto tradizionale, vede economia e produzione come un sottosistema della biosfera nella sua interezza: secondo un impianto teorico sostanzialmente condiviso da un numero quasi sterminato di voci differenti, accomunate nella ricerca di una “diversa cultura dello sviluppo”.
E’ lungo questa linea che si collocano i sempre più numerosi grandi meeting internazionali, in massima parte organizzati dall’Onu: Conferenza di Stoccolma (1972), Rapporto Brundtland (1987), Conferenza di Rio de Janeiro (1992), Convenzione di Kyoto (1997), Millennium Summit (2000), Summit mondiale di Johannesburg (2002), World Summit delle Nazioni Unite (2005), per citare solo quelli di massima rilevanza, ognuno dei quali emette documenti ufficiali recanti complessi programmi che vorrebbero trovare puntuale riscontro politico. Sulla stessa linea si muove una crescente quantità di incontri minori promossi dai soggetti più diversi, dal Wwf al Pentagono, dall’Ocse alla Banca Mondiale, dall’Unep all’Ipcc; mentre si moltiplicano istituti e centri di ricerca, associazioni, commissioni, agenzie, accademie, convenzioni, allo studio dell’ambiente specificamente dedicati. Intanto sempre più alta si fa sentire la prostesta dei movimenti ambientalisti, affiancati da legioni di associazioni e gruppi che variamente si richiamano alla difesa della natura; i governi di tutto il mondo vanno via via dotandosi di ministeri per le politiche ambientali e avviando la produzione di una sempre più vasta e farraginosa legislazione relativa; un incalcolabile numero di libri sul problema, o su uno dei mille sottoproblemi che ne sono parte integrante, trova un editore e spesso anche un pubblico. Eccetera.
Non si può davvero dire che il mondo non si sia occupato di ambiente. Legga questo libro chi avesse dubbi in proposito. Ma di fronte a uno squilibrio degli ecosistemi ormai percepibile anche empiricamente da noi tutti, di fronte all’impazzimento del clima, al moltiplicarsi delle catastrofi, allo scioglimento delle calotte polari, alla desertificazione che avanza, all’inquinamento diffuso che da ogni parte ci assedia (il tutto con ampiezza e scientifico rigore documentato da Bologna) non si può mancare di porsi domande cruciali. Come mai tutto questo accade, lo lasciamo accadere, se ne conosciamo perfettamente le cause e le dinamiche, se sappiamo che “i più grandi distruttori della vita siamo noi”, e che questo è “il prezzo della crescita demografica ed economica”? Come mai, in presenza di un continuo e conclamato peggioramento dell’ecologia planetaria, i grandi Summit internazionali, dopo pochi giorni di gran clamore mediatico, sempre meno producono conseguenze significative, e sempre più deboli e generici sono i documenti programmatici diramati, a volte solo flebili elenchi di buone intenzioni destinate a restare tali? E come mai - essendo l’ambiente con tutta evidenza uno dei problemi più urgenti e drammatici di oggi, di gravità paragonabile solo alle crescenti disuguaglianze sociali e al sempre più duro sfruttamento del lavoro - la grande maggioranza del mondo politico di fatto lo ignora, nelle pubbliche allocuzioni dedicandogli non più che una citazione (e non sempre), nel migliore dei casi derubricandolo alla necessità di reperire fonti energetiche alternative, in sostanza trattandolo come una variabile marginale che solo occasionalmente si trova a interagire con l’economia e le altre materie prioritarie dei suoi programmi?
Gianfranco Bologna, che con lucidità e fedeltà descrive la crisi ambientale nel suo continuo aggravarsi, e ne riporta per buona parte anche le analisi più severe e radicali, queste domande non le pone. Non almeno esplicitamente, non sottolineandole quanto parrebbe necessario. Quasi si fosse dato un compito di relatore distaccato e imparziale, che cita opinioni e posizioni molto diverse allineandole senza, apparentemente almeno, sottoporle al discrimine di un vaglio preciso, e senza ricondurre il fenomeno alle sue cause più lontane e determinanti. Eppure sa, e dice, che il modello di sviluppo oggi dovunque attivo “dimostra la sua evidente insostenibilità”, e infatti “ha già causato notevolissimi problemi ambientali e sociali, è difficilmente estensibile alla totalità della popolazione del pianeta e ci trascina sempre più al di fuori dei limiti biofisici dei sistemi naturali”. E altrettanto bene conosce e ricorda “la prevalenza di un’inazione politica ed economica” che “stride” con la gravità e l’urgenza della situazione, mentre tende a negare quanto il mondo scientifico afferma per privilegiare “l’approccio del Business As Usual”. Una pesante responsabilità della politica e dell’economia che però non viene documentata con l’ampiezza e la sistematicità che un libro come questo parrebbe comportare, né viene denunciata di conseguenza, ma soltanto citata qua e là di passaggio; una responsabilità che parrebbe dover indurre richiami più energici che non l’invito a “porre la sostenibilità al primo punto nell’agenda politica di tutti i governi, di tutte le imprese e di ciascuno di noi nel proprio ambito di azione”. Analogamente parrebbe naturale che - dopo aver ripetutamente indicato la “crescita a tutti i costi” come la causa prima del dissesto ambientale, e avere con altrettanta convinzione sottolineato la generale tendenza a identificare sviluppo e crescita - l’autore abbandonasse la parola “sviluppo” come vessillo di un sistema economico “sostenibile”. Ma tant’è.
Bologna parla con insistenza della necessità di una “rivoluzione culturale”. E non c’è dubbio che l’iperconsumismo, uno degli aspetti determinanti della distruttività dell’attuale modello economico, è divenuto una vera e propria cultura che pervade il corpo sociale in ogni sua fibra, e che sarà necessario (tentare di) debellare se si vuole sperare una qualche salvezza ecologica. Ma in che modo riuscirci se economisti e politici non fanno che invocare più produttività, più competitività, più produzione, più consumi, più Pil, insomma più crescita? E se pubblicità e mezzi di comunicazione di ogni tipo, tutti concordemente sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, dicono alla gente che solo comperare possedere ostentare usare scartare oggetti in quantità crescente è primario strumento di qualificazione dell’identità individuale, ed è anche dovere civile di ognuno nei momenti di crisi? E tutto ciò di nuovo potrebbe indurre a domandare perché mai questo accade, e a riflettere sul fatto che il neoliberismo, attuale modello socio-economico, è l’ultima (finora) forma assunta dal capitalismo, la gran macchina di cui è perno e motore l’accumulazione, alimentata appunto dalla crescita illimitata del prodotto. Per concludere che indubbiamente una rivoluzione culturale è necessaria, ma che per (tentrare di) risultare vincente dovrà agire in profondità, fino a rimettere in causa i meccanismi stessi dell’accumulazione appunto. Magari incominciando a rifiutare lo “sviluppo” come parola-bandiera: non importa se sposata con l’aggettivo “sostenibile”, dato che, come giustamente dice Bologna, “crescita” e “sviluppo” sono ormai divenuti intercambiabili, e “crescita sostenibile” è una contraddizione davvero insostenibile.
Certo, si può obiettare che il libro non si propone come un saggio politico: si definisce infatti “manuale”, e come tale funziona in modo egregio. Non so però se una materia così scottante e decisiva per le sorti del mondo possa essere trattata con tono così lieve, elegante e (apparentemente) distaccato, senza rischiare che la dichiarata esigenza di “un nuovo modo di pensare non solo la natura, ma la società, l’economia, la politica e noi stessi” venga vanificata.