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urbanistica: contro le città dei non luoghi



Governo di centrosinistra e urbanistica
Data di pubblicazione: 09.04.2006
Autore: Cervellati, Pierluigi

Un'intervista di F. Orlando: contro le città dei 'non-luoghi', Da Europa, 8 aprile 2006 (m.p.g.)

Altro che ponte di Messina. La vera grande opera nazionale del ventunesimo secolo sarebbe recuperare Messina e le altre cento città d'Italia, e quelle nuove cresciute di recente. Recuperare significa non solo abbattere, qualche volta, come nel caso irrecuperabile di Punta Perotti a Bari. Significa sostituire i nuovi centri ai non luoghi, in cui l'anticultura degli ultimi decenni ha trasformato quasi tutte le nuove periferie e perfino centri storici dove ai caffè sono subentrate le jeanserie e alle abitazioni le rappresentanze commerciali. Fare di ogni periferia un nuovo centro significa fare la nuova città. Non la città ideale, che non esiste, ma la città urbana moderna.
Ne parliamo con Pier Luigi Cervellati alla vigilia del governo di centrosinistra, se nascerà dalle urne di domani. A gennaio, il Mulino aveva pubblicato un suo articolo il futuro della non città, appunto la città dei non luoghi nella quale viviamo da alcuni decenni. Cervellati insegna recupero e riqualificazione urbana a Venezia; è autore di opere come La città postindustriale, La città bella, L'arte di curare la città; è stato per anni assessore all'urbanistica di Bologna. Ora, nella polemica tra l'architetto romano Massimiliano Fuksas (che dice: Punta Perotti è solo l'inizio, bisogna abbattere lo Zen di Palermo, le Vele di Secondigliano, il Corviale di Roma ed altri ecomostri simbolici nazionali) e l'architetto milanese Vittorio Gregotti (che difende il suo Zen e le Vele, addebitandone il degrado all'occupazione selvaggia e alla debolezza della politica), lui, Cervellati, sta con Gregotti: il problema non è abbattere il brutto, ma sottoporlo a chirurgia plastica e a cura ricostituente funzionale. E non già perché, come dice Gregotti, «la bellezza non è l'unico elemento per giudicare l'architettura, che va sempre oltre il bello, il brutto e la forma»; ma perché occorre recuperare le periferie: «Renderle omologhe alle citta, come si fa nei paesi del Nord dove esiste ancora la cultura della pianificazione urbanistica».

Che vuol dire omologare? Prima di tutto, stoppare quella «razionalizzazione ed efficienza modernizzante» delle città storiche che Jùnger definì "imbiancamento". E non aveva ancora visto la nuova Ara Pacis a Roma. Un imbiancamento che batte perfino il marmo fascista di piazza Augusto Imperatore. Si perde così l'identità storica e culturale delle città. Ma il ministro Urbani, trasferendo i poteri delle Sovrintendenze nelle 26 divisioni del ministero dei Beni Culturali, aveva l'ambizione un po' bottaiana di rifare le città sulla base dell'architettura razionalista della società industriale.
«La città storica non può essere razionalistica o razionalizzata - spiega Cervellati -. Il razionalismo va affermato nelle periferie, cresciute anarchicamente, in non luoghi come ipermercati e svincoli autostradali, o villettopoli casarecce, casermoni e strade, capannoni e parcheggi, che hanno mangiato il territorio espandendosi all'americana. Solo in America, il territorio è tanto e da noi pochissimo. Modernizzare le città non significa riqualificare un quartiere del Seicento in edifici razionalistici, ma creare legami (cominciando dai trasporti) tra la città storica e le sue periferie, ciascuna coi suoi luoghi di convivenza, che si acculturano reciprocamente. La città dispersa e non collegata ci richiude invece nel nostro orto o giardinetto, nell'isolamento culturale. Un governo di centrosinistra non dovrebbe puntare tanto a nuove costruzioni del privato quanto a un'edilizia pubblica che provveda alla casa per chi non ce l'ha, alla socializzazione per chi è isolato, e alla qualità della vita urbana per tutti, oggi sopraffatta dal degrado e dalla dispersione». I non luoghi hanno creato la non città e a questa si associa la non campagna. La grande opera pubblica nazionale, cioè la ricostruzione del legame città-campagna e urbanizzazione-ambiente," è stata descritta da Cervellati e riassunta dal Mulino ancor prima che questa legislatura di destra nascesse. «Le mappe storiche (riportiamo in sintesi) ci guidano nell'individuare le aree da rinaturalizzare. Esse sono uno strumento orientativo per organizzare il territorio e riqualificare la progettazione edilizia». Dunque Prodi non sbaglia quando parla di bellezza, estetica, etica, "felicità". I padri costituenti sapevano quel che scrivevano quando nella Costituzione promisero "La repubblica tutela il paesaggio". «La ricostruzione del territorio, col recupero del tessuto edilizio, deve coniugarsi con interventi di organizzazione e localizzazione di servizi, funzioni, necessità. Il piano regolatore è uno strumento irrinunciabile per riqualificare la periferia in città, e dev'essere scritto nella natura e nella storia del territorio». Esse, natura e storia, «hanno risposte omogenee e consentono di individuare un obbiettivo generale, l'integrità fìsica e la salvaguardia culturale del territorio, su cui misurare qualità e quantità dello sviluppo» (Eduardo Zarelli).

Perciò bisogna fermare l'espansione urbana a megalopoli anarchica e tornare ai "luoghi", cioè alle citta-comunità, con rapporto corretto fra i vari luoghi di cui il centro storico è solo l'archetipo. È questo il policentrismo comunitario, lo sforzo per conquistare il nuovo senza rinunciare all'identità storica. Del resto, come insegnava Benevolo, «la città italiana ha i centri entro le mura». Si può tornarvi, in qualche modo, stipulando un patto di cittadinanza con chi abita fuori le "mura" perché possa non solo abitarci ma viverci "felicemente". Farà sorridere molti italiani di oggi, ma nella Costituzione americana, tra i vari diritti dei cittadini, è previsto proprio quello di «cercare la felicità».