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il riciclo ecoefficiente



Il riciclo ecoefficiente

Il riciclo ecoefficiente
potenzialità ambientali, economiche ed energetiche
a cura di Istituto Ambiente Italia
2006 - pagine 208 - euro 20,00 - ISBN 88-89014-34-2

L’industria del riciclo non è soltanto un elemento funzionale della
gestione dei rifiuti. È, piuttosto, una componente significativa del
sistema industriale ed economico nazionale.
Il settore del riciclaggio è cresciuto infatti a ritmi ben superiori a
quelli dell’industria nel suo insieme. In Italia, tra il 2000 e il 2004, l’indice
della produzione industriale ha subito una contrazione del 3,8%, mentre l’indice
del riciclaggio è cresciuto del 5%.
Le attività di recupero dei rifiuti – urbani e produttivi – e le attività
industriali classificate come “riciclaggio” costituiscono una
indispensabile fonte di approvvigionamento per una parte significativa del
sistema industriale. Nei settori dell’acciaio, alluminio, piombo e carta,
oltre il 50% degli input produttivi è costituito da materie seconde, ma la
domanda è in crescita anche nel settore vetrario, nella lavorazione del
legno e del mobile, nelle materie plastiche.
A questo importante ruolo economico, si aggiunge la dimensione ambientale
del sistema di recupero e riciclo. Grazie al reimpiego industriale dei
materiali e quindi alla sostituzione di cicli produttivi, le operazioni di
riciclo comportano un lungo elenco di benefici ambientali: la riduzione del
prelievo di risorse non rinnovabili e rinnovabili, la riduzione dei consumi
energetici (in primo luogo quelli basati su risorse fossili), la riduzione
delle emissioni atmosferiche e delle emissioni idriche connesse ai cicli
produttivi sostituiti. Una particolare attenzione merita il tema dei
benefici in termini energetici e di emissioni climalteranti.
Il riciclo ecoefficiente, integrando le principali fonti del settore,
dimostra che la riduzione di consumi energetici associata al riciclo è
stimabile tra i 14,7 e i 18,2 milioni di tep (tonnellate equivalenti di
petrolio). Si tratta di un valore di assoluto rilievo rispetto al consumo
interno totale di energia (circa 190 milioni di tep) e agli obiettivi di
efficienza nazionali (pari a 2,9 milioni di tep).
Il riciclo determina inoltre una riduzione delle emissioni climalteranti,
sia nei singoli processi sia sull’insieme del ciclo di vita dei materiali.
Una riduzione che è stimabile tra i 38 e i 59 milioni di tonnellate di
CO2eq, un valore molto significativo sia rispetto al totale delle emissioni
generate in Italia (533 milioni di tonnellate, di cui 128 dall’insieme
delle attività industriali) sia rispetto agli obiettivi di riduzione. In
pratica, ogni incremento del 10% della quota di riciclo equivarrebbe al 12%
circa dell’obiettivo di riduzione aggiuntivo dell’Italia (41 milioni di
tonnellate) e a circa un terzo dell’obiettivo che si ritiene di conseguire
attraverso la direttiva Emission Trading.
Una sempre più attenta valorizzazione del riciclo può costituire dunque un
fattore determinante per il miglioramento delle politiche energetiche ed
economiche in una prospettiva di sostenibilità.

estratti dal volume

L'economia del riciclo

“L’industria del riciclo non è un pezzo del sistema di gestione dei
rifiuti. È, piuttosto, una componente del sistema industriale ed economico
nazionale.
Le attività di recupero dei rifiuti - urbani e produttivi - e le attività
industriali classificate come “riciclaggio” (attività di lavorazione -
meccaniche o chimiche - di rifiuti, cascami e rottami selezionati o non
selezionati per trasformarli in materie prime secondarie idonee al
reimpiego in altri processi produttivi) costituiscono una indispensabile
fonte di approvvigionamento per una parte significativa del sistema
industriale.
L’accresciuta rilevanza economica dell’industria del riciclo è testimoniata
dalla vivacità del settore. In Italia - e con più evidenza in Europa - il
settore del riciclaggio è cresciuto a ritmi ben superiori a quelli dell’industria
nel suo insieme. In Italia, tra il 2000 e il 2004, l’indice della
produzione industriale ha subito una contrazione del 3,8%, mentre l’indice
del riciclaggio è cresciuto del 5%.
Tra il 1997 e il 2002 il valore della produzione del settore riciclaggio
(come definito nella classificazione Nace) è passato da 1.092 milioni di
euro a 2.583 milioni di euro. All’interno del settore del riciclaggio
rimane dominante il recupero dei metalli. Il riciclo dei metalli valeva,
nel 2002, 1.175 milioni di euro, circa il 45% della produzione del settore.
L’insieme degli altri settori di riciclo ha però conosciuto una crescita
più accelerata, passando nello stesso periodo da un valore di 435 milioni
di euro a 1.408 (cioè dal 40% al 55% del valore dell’intero settore).
La matrice input/output dell’economia italiana (la cui ultima annualità
disponibile è il 2001) mostra la pervasività degli impieghi dei prodotti di
recupero nel sistema industriale. Nelle branche della produzione di
“metalli e leghe”, “carta e cartotecnica”, “industrie tessili”,
“fabbricazione di mobili”, “industria del legno”, “minerali non
 metalliferi” e “fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche” l’acquisto
di prodotti di recupero superava nel 2001 il valore di 100 milioni di euro.
Il valore assoluto degli impieghi di materiale di recupero ai prezzi d’acquisto
è cresciuto nel periodo 1995-2001, raggiungendo il valore di circa 6.000
milioni di euro.
La percentuale degli impieghi di tali materiali sul totale delle materie
prime e dei prodotti intermedi (escluso acqua, energia, servizi e
commercio) nei settori interessati si aggira attorno all’1,5% sull’insieme
dell’economia nazionale, ma sale al 2,4% sulle sole attività industriali.
(…)
La disponibilità di materie prime secondarie è oggi fondamentale per una
pluralità di settori industriali. Oltre al settore dell’acciaio e dell’alluminio
 - dove i volumi produttivi sono sempre più determinati dalla produzione
secondaria e che richiedono importanti flussi di materiali importati - vi è
una forte dipendenza dalla disponibilità di materia seconda anche in altri
comparti della produzione metallurgica, nel settore cartario, nel settore
vetrario, nella lavorazione del legno e nella produzione di mobilio, nel
tessile laniero, nelle materie plastiche.
Per la produzione di acciaio, di alluminio, di piombo e di carta in Italia
oltre il 50% degli input produttivi principali è costituito da materie
seconde, derivanti sia dagli scarti di produzione sia da attività di
selezione e recupero dei rifiuti.
Nel corso dell’ultimo decennio, la concomitanza tra nuove politiche di
recupero dei rifiuti e l’evoluzione delle produzioni industriali ha
ridefinito, almeno in parte, il volto del riciclo in Italia.
Accanto al recupero dei rottami metallici, che era e rimane la componente
più rilevante dell’economia del riciclo, sono comparsi o si sono
consolidati nuovi attori nel settore cartario, delle materie plastiche, del
legno, degli oli, delle batterie. Alcuni attori - come i recuperatori di
stracci per il riciclo nella filatura cardata - si sono marginalizzati
seguendo la crisi del settore industriale di riferimento.
La non omogeneità dei dati disponibili, le variazioni nei quantitativi
registrati attribuibili a innovazioni normative e le incertezze relative ad
alcuni flussi non consentono una rappresentazione esaustiva e affidabile
delle dinamiche del recupero dei materiali. Complessivamente, però, sia la
raccolta sia il riciclo interno hanno mostrato una costante e quasi
generalizzata crescita.
All’incremento della raccolta interna non ha però sempre fatto riscontro un
corrispondente incremento della capacità di riciclo. Per alcuni materiali,
lo sviluppo della raccolta interna si è associata più a una flessione delle
importazioni dall’estero che a uno sviluppo delle capacità di riciclo
interno.
Le capacità nazionali di riciclo presentano una struttura molto variabile a
seconda del settore industriale. Nell’industria metallurgica, l’impiego di
rottami e la produzione di metalli secondari è ben consolidata e in
crescita. L’Italia presenta, sia per l’acciaio sia per l’alluminio, una
forte produzione secondaria che richiede ancora consistenti importazioni
dall’estero.
In altri settori - il più rilevante è il cartario - il tasso di utilizzo
del macero è rimasto sostanzialmente stazionario e l’incremento dei
recuperi interni ha addirittura superato la capacità interna di riciclo,
trasformando l’Italia (storico importatore di carta da macero) in un
esportatore netto.
(…)
Nelle materie plastiche si è registrata una crescita sia della raccolta sia
della capacità di riciclo (con una marcata riduzione dell’incidenza delle
importazioni), che però incontra oggi difficoltà di mercato. Le difficoltà
incontrate dal settore potrebbero non essere congiunturali.
L’evoluzione dei mercati e della struttura della produzione industriale
italiana, con una progressiva contrazione della produzione manifatturiera a
più basso valore aggiunto, potrebbero - “business as usual” - determinare
anche una contrazione (o una stagnazione) della capacità di riciclo
interno.
In questo scenario si potrebbe determinare una asimmetria tra andamento dei
recuperi e andamenti dei ricicli. Da paese tradizionalmente “importatore”
di cascami e rifiuti, l’Italia si trasformerebbe (come già avviene in altri
paesi europei) in paese esportatore.
D’altra parte - e anche questa costituisce in parte una novità - il mercato
dei prodotti di recupero è sempre più un mercato globale e sempre meno un
mercato nazionale o addirittura regionale. In assenza di appropriati
interventi, l’indebolimento dell’industria nazionale di riciclo, però, si
rifletterebbe anche sull’efficienza dell’intera filiera di raccolta e di
gestione dei rifiuti - sia urbani che industriali.

Il recupero della carta

“Secondo quanto riportato dalla Confederazione Europea delle Industrie
Cartarie (CEPI), il consumo di carta e cartone in Europa è cresciuto, tra
il 1991 e il 2004, del 39,9%, passando da 63 a 88,2 milioni di tonnellate.
La produzione nei paesi CEPI (15 UE + Svizzera, Norvegia, Repubblica Ceca,
Ungheria, Polonia e Slovacchia) risulta superiore al consumo, nel 2004 sono
state infatti esportate 14,7 milioni di tonnellate, mentre si è registrata
un’importazione di 4,2 milioni di tonnellate da paesi extraeuropei.
A partire dai primi anni 90, si è assistito a una analoga crescita dei
rifiuti cartacei (da 58,3 a 81,6 milioni di tonnellate nel periodo
1990-2002, di cui una quota pari a circa 1/3 costituita da imballaggi).
La gestione dei rifiuti cartacei è migliorata notevolmente negli ultimi
anni, il tasso di raccolta di carta di recupero (cioè il rapporto tra la
raccolta e il consumo complessivo di carta e cartone) è passato dal 40,8%
del 1991 al 59,9% del 2004, così come il tasso di utilizzo (percentuale di
carta recuperata utilizzata nella produzione di carta e cartone), passato
dal 39,4% al 46,7%, e il tasso di riciclo (rapporto tra carta recuperata
utilizzata nella produzione e consumo complessivo di carta e cartone), dal
41,5 al 53,7%.
In molti paesi, tra cui l’Italia, il tasso di raccolta è cresciuto
fortemente negli ultimi anni (49,2% nel 2004), in altri, quali Finlandia,
Germania, Svezia e Olanda ha già raggiunto e talvolta superato il 70%,
percentuale oltre la quale non sono prevedibili ulteriori variazioni
significative (…).
L’analisi del tasso di utilizzo mette in evidenza l’esistenza di un gruppo
di paesi caratterizzati da un alto utilizzo di fibra vergine, in cui la
produzione cartaria è generalmente legata al consumo di legno (Finlandia,
Svezia e Norvegia in primo luogo), un secondo caratterizzato da un elevato
utilizzo di macero, sia per il forte impulso dato alla raccolta nazionale
(Olanda e Germania) sia per le tipologie produttive, ad esempio legate alla
produzione di imballaggi (Spagna). Un terzo in posizione intermedia
(attorno al 50%), comprendente l’Italia.
Per quanto riguarda il mercato e gli utilizzi del macero, il maggiore
importatore a livello mondiale è la Cina, grazie a ingenti investimenti
effettuati da questo paese per aumentare le proprie capacità di
riciclaggio. In Europa la situazione appare molto diversificata, la Gran
Bretagna è il maggiore esportatore, prima della Germania, che ha
incrementato l’utilizzo interno grazie all’aumento della capacità
produttiva. In Spagna, Austria e Svezia l’import di carta da macero è in
crescita. L’Italia, come evidenziato più avanti, è divenuta nel 2004 per la
prima volta esportatore netto di carta da macero.
Nonostante l’andamento complessivo dei tassi di raccolta e utilizzo, la
crescita dei consumi e della conseguente produzione complessiva di rifiuti
ha fatto sì che, nel complesso, le quantità avviate a smaltimento
(discarica o termodistruzione) in Europa siano rimaste pressoché invariate
(circa 35 milioni di tonnellate).
Passando a un’analisi di dettaglio della situazione nazionale, si registra
una continua crescita dei livelli di produzione cartaria (+6% nel periodo
2000-2004, anno in cui la produzione è stata pari a 9.667.000 tonnellate) e
dei consumi, anche se nell’ultimo biennio si sono evidenziati tassi di
crescita generalmente inferiori a quelli degli anni precedenti, conseguenza
di una generale assenza di dinamismo dell’attività economica.

Il recupero dei componenti elettrici ed elettronici

“I rifiuti delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE)
rappresentano uno dei flussi di rifiuti prioritari individuati dalla
politiche dell’Unione Europea, sia per la loro complessa composizione,
spesso caratterizzata dalla presenza di sostanze pericolose, sia per la
loro quantità, crescente a ritmi notevoli negli ultimi anni e con
previsioni di un ulteriore significativo aumento nei prossimi anni.
L’industria elettrica ed elettronica rappresenta infatti uno dei maggiori
settori produttivi d’Europa, caratterizzato dalla produzione di una vasta
gamma di prodotti in continua crescita e che coinvolgono sempre maggiori
aree di produzione.
Secondo quanto riportato dall’Associazione delle Città e Regioni per il
Riciclaggio (ACRR), nel 1998 sono state prodotte in Europa sei milioni di
tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE),
che equivale al 4% del flusso dei rifiuti urbani. Si prevede che questo
volume aumenti dal 3% al 5% l’anno, il che significa che praticamente
raddoppierà ogni 12 anni. Tali stime sono confermate anche dagli studi
condotti dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (Waste from electrical and
electronic equipment, EEA, 2002). I grandi elettrodomestici (come
frigoriferi, congelatori, lavatrici ecc.) costituiscono la parte più
importante (40% circa) del totale dei prodotti utilizzati. Seguono le
apparecchiature per ufficio (soprattutto apparecchiature informatiche), le
apparecchiature da illuminazione e il materiale audiovisivo.
Di qui la necessità di favorire forme di prevenzione e di recupero dei
rifiuti prodotti.
Attualmente il sistema di gestione dei RAEE è basato sulla raccolta nell’ambito
del sistema di gestione dei rifiuti urbani. Ciò determina forti
disomogeneità a livello territoriale, in ragione della diversa
organizzazione ed efficacia della raccolta, nonché delle risorse
finanziarie disponibili.
Secondo quanto previsto dal Decreto legislativo 25 luglio 2005, n. 151
“Attuazione delle direttive 2002/95/Ce, 2002/96/Ce e 2003/108/Ce, relative
alla riduzione dell'uso di sostanze pericolose nelle apparecchiature
elettriche ed elettroniche, nonché allo smaltimento dei rifiuti”, a partire
dall’agosto 2006 dovrà essere avviata la raccolta differenziata e la
gestione finalizzata al recupero degli apparecchi giunti a fine vita.
L'obbligo di avviare il nuovo sistema di gestione dei rifiuti (insieme a
quello di evitare in fase di costruzione l'utilizzo di determinate sostanze
pericolose) graverà sui produttori; su distributori e venditori, invece,
l'obbligo di assicurare il ritiro dei prodotti a fine vita all'atto di
acquisto dei nuovi.
(…)
Il quantitativo totale di RAEE di provenienza urbana recuperati nell’anno
2002 è pari a 89.738 tonnellate, delle quali il 58% è costituito dai
rifiuti pericolosi (pari a circa 53.000 tonnellate) e il 42% (pari a circa
37.000 tonnellate) da rifiuti non pericolosi. Le operazioni di
riciclo/recupero dei metalli o dei componenti metallici (R4) sono quelle
largamente prevalenti, sia per i rifiuti pericolosi che non pericolosi (80%
della quantità complessiva). Non sono disponibili dati e statistiche di
maggiore dettaglio sulla tipologia di materiali recuperati.
Come già evidenziato, l’importanza del recupero dei RAEE è dovuta anche al
fatto che essi possono contenere sostanze quali metalli pesanti, ritardanti
di fiamma bromurati, sostanze alogenate ecc. Molte di queste sostanze
rappresentano un potenziale pericolo per l’ambiente se non vengono trattate
o smaltite in modo adeguato. Prima di procedere con lo smontaggio, la
frantumazione, il taglio, la compressione ecc. delle apparecchiature, e
quindi prima del riciclaggio delle parti metalliche, plastiche e vetrose
delle unità, è necessario rimuovere tutte le componenti e le sostanze
nocive per l’ambiente o per la salute quali: condensatori (PCB – bifenili
policlorurati), tubi catodici (CRT), batterie e sostanze come mercurio (per
esempio gli interruttori nelle macchine per il caffè) o CFC nelle
apparecchiature di refrigerazione ecc.
Le materie plastiche sono utilizzate nei RAEE soprattutto nell’involucro;
alcuni prodotti a prevalente contenuto di plastica trovano pertanto minori
sbocchi di riciclaggio rispetto ai prodotti metallici. In realtà, riciclare
le materie plastiche non presenta difficoltà maggiori rispetto al
riciclaggio di altri materiali: il problema sta nell’identificare
chiaramente i polimeri e nel separarli dai materiali, per esempio filtri,
stabilizzatori, additivi ritardanti di fiamma e pigmenti utilizzati per
modificare le proprietà del materiale polimerico di base. La procedura è
complicata dagli elementi attaccati agli involucri: etichette, feltrini,
imbottiture antiurto ecc.
(…)
I prodotti a prevalente contenuto di metalli possono essere ferrosi (ferro,
acciaio) o non ferrosi (alluminio, rame, metallo prezioso). Si tratta
essenzialmente di grandi elettrodomestici bianchi (lavatrici, lavastoviglie
ecc.) e di piccoli elettrodomestici, ma anche di componenti di PC e
telefoni cellulari.
I metalli possono essere riciclati quasi all’infinito. Separare i materiali
ferromagnetici, con metodi magnetici, è abbastanza semplice. Studi recenti
hanno dimostrato che è possibile combinare l’uso di sistemi di visione
“true color” e di calcoli ad alte prestazioni, ottenendo così operazioni di
selezione e frantumazione accurate, efficienti ed economiche dei metalli
non ferromagnetici (alluminio, rame, ottone, bronzo, ottone patinato,
piombo, zinco, acciaio inossidabile). Il recupero dei metalli può avvenire
tramite frantumazione, incenerimento o raffreddamento (applicazioni con
circuiti stampati). I metalli preziosi, quali oro e argento, possono essere
rimossi da componenti e circuiti stampati tramite processi chimici.
Al momento, l’identificazione e la separazione dei prodotti a prevalente
contenuto di vetro (come televisori e monitor) è tra le più problematiche.
Il tubo catodico che costituisce il 50- 55% di un televisore, deve essere
diviso in vetro dello schermo (o pannello) e vetro conico (imbuto). Il
primo è costituito da bario e stronzio mentre il secondo contiene
soprattutto piombo. La separazione dei due vetri è l’operazione più critica
nel riciclaggio dei CRT. Sono stati testati vari metodi meccanici (getto al
plasma, getto d’acqua, taglio a laser) o termici (con resistenza elettrica)
per separare e riciclare i tubi catodici. Vari metodi meccanici o chimici
vengono utilizzati per pulire i vetri dei pannelli CRT dalle pellicole di
rivestimento.
(…)
Nelle applicazioni di mercato va anche considerata la riparazione e il
reimpiego di vecchie apparecchiature, incoraggiata direttamente dalla
direttiva europea.
La riparazione e il reimpiego di prodotti permette non soltanto di
risparmiare i costi di trattamento e riciclaggio, ma assicura anche
vantaggi economici grazie alla rivendita dei prodotti usati a un prezzo
inferiore. Queste attività costituiscono un nuovo settore economico (con
scarse interferenze con le attività esistenti) in cui un nuovo tipo di
industria (piccole imprese e associazioni di beneficenza) può trovare
grosse opportunità, ad esempio per rimettere in commercio gli
elettrodomestici. Uno sbocco particolarmente adatto alle imprese sociali
impegnate in attività di reimpiego, che offrono lavoro, formazione e
competenze a disoccupati di lunga durata e portatori di handicap (ACRR,
2003).

Il recupero dei rifiuti urbani

“La produzione di rifiuti urbani in Italia ha fatto registrare, tra il 2000
e il 2003, una decisa riduzione dei tassi complessivi di crescita, dopo gli
incrementi più consistenti evidenziati negli anni precedenti. A fronte di
una crescita media annua pari al 3% nel periodo 1995-2000 si assiste
infatti a un tasso medio dell’1,3% circa tra il 2000 e il 2003. In tale
anno sono state prodotte circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti, con un
incremento intorno allo 0,6% rispetto al 2002.
Tale andamento risulta concorde con quello dei principali indicatori
economici, come prodotto interno lordo e consumi delle famiglie a cui la
produzione rifiuti è legata e che nello stesso periodo hanno fatto
registrare trend di crescita ridotti.
La produzione pro capite italiana, seppur in crescita, risulta in ogni caso
ancora ampiamente al di sotto del media dell’Unione Europea (EU 15): 516
kg/ab.anno contro circa 550 dell’Europa nel 2001.
Complessivamente l’Italia si colloca al decimo posto per produzione pro
capite.
La capacità di recupero e riciclo sia di materia che dal punto di vista
energetico è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, anche se la
discarica rimane la principale forma di smaltimento.
La raccolta differenziata degli urbani nel 2003 ha raggiunto a livello
nazionale il 21% della produzione di rifiuti (quasi 6,5 milioni di
tonnellate raccolte), supportando il mercato e le attività di riciclo di
diversi materiali quali carta, vetro, metalli e plastica o trovando uno
sbocco mediante recupero energetico.
In particolare, sono state raccolte circa 1,9 milioni di tonnellate di
carta e altrettante di rifiuti organici/verde. Ciascuna di queste frazioni
costituisce il 30% circa della raccolta differenziata totale, con una forte
crescita dei quantitativi raccolti nel periodo considerato (+72% per l’organico,
+61% per la carta). Un ulteriore 15% è costituito da vetro e il 4% da
metalli (acciaio, alluminio).
Nel periodo 1999-2003 sono inoltre cresciuti gli impianti di compostaggio
da frazioni selezionate, gli impianti per la biostabilizzazione del rifiuto
indifferenziato e la produzione di CDR e gli impianti di incenerimento con
recupero di energia. Tale evoluzione ha consentito una forte riduzione
dello smaltimento in discarica, passato dal 74,4% al 53,5%. Il trattamento
meccanico biologico dell’indifferenziato, con produzione di CDR, è passato
dall’8,1% al 22,2%. Significativa la crescita del compostaggio da matrici
selezionate (dal 2,9% al 8,1%), mentre resta stabile la voce relativa all’avvio
verso il riciclo di materia (computata nella voce “altro”).
Nel complesso, il mercato del recupero dei rifiuti urbani è costituito da
materiale secco differenziato da conferire al riciclo, dal compost ricavato
dai rifiuti organici e verde e dal combustibile ricavato dai rifiuti (CDR).
Quello degli impianti dedicati alla produzione di CDR rappresenta tra i
diversi sistemi di recupero quello in fase di maggiore espansione (si veda
a questo proposito lo studio Light My Fire, Il Mercato dei Rifiuti in
Italia, MCC Capitalia Gruppo Bancario, 2004). Tra il 2001 e il 2002 si è
riscontrato infatti un aumento notevole in termini impiantistici (da 65 a
90 unità) e di quantità complessivamente trattate (da 3,8 milioni di
tonnellate di RSU a più di 5 milioni). Ad oggi tuttavia lo sbocco per il
CDR rimane ancora al di sotto delle potenzialità tecnologiche e di mercato.
Se la maggior parte del combustibile attualmente prodotto è ancora smaltito
in discarica, è tuttavia evidente una significativa inversione di tendenza:
da un lato si sono registrate le prime importanti esperienze di utilizzo di
CDR su scala industriale su impianti esistenti; dall’altro, si prevede
entro il 2006/2007 la realizzazione nel Sud Italia di 11 nuovi impianti per
il trattamento termico di rifiuti e CDR. Un’ulteriore spinta all’utilizzo
di CDR proviene infine dal divieto di smaltire in discarica rifiuti
combustibili con PCI superiore a 13.000 KJ/Kg, a partire dal 2007.

La dimensione ambientale del riciclo

“Di particolare rilievo è la dimensione ambientale del recupero e riciclo.
Finora questa dimensione è stata confinata alla gestione dei rifiuti. È
questo - ovviamente - l’aspetto dominante e, in parte, anche il motore
delle stesse attività industriali. Ma gli effetti ambientali dell’economia
del riciclo vanno ben oltre. Attraverso il recupero e il riciclo dei
materiali, l’economia del riciclo contribuisce in maniera sostanziale all’ecoefficienza
generale del sistema, determina significativi risparmi energetici e di uso
di risorse non rinnovabili, consente apprezzabili riduzioni delle emissioni
sia nella produzione sia nello smaltimento finale.
In Italia, secondo i dati aggregati disponibili, le operazioni di riciclo
dei rifiuti urbani, nel 2003, hanno consentito la valorizzazione di circa
6,5 milioni di tonnellate di materiali (3,4 milioni di tonnellate
escludendo la frazione organica). Questi flussi sono stati oggetto di
effettivo riutilizzo industriale in maniera variabile a seconda della
tipologia di materiale, ma comunque per una quota che complessivamente può
essere valutata non inferiore al 75%.
Nella gestione dei rifiuti urbani la raccolta differenziata e il riciclo
hanno rappresentato la principale innovazione gestionale e la più
significativa forma di trattamento alternativa alla discarica, con una
incidenza circa doppia rispetto all’incenerimento (considerando, tra l’altro,
che i trattamenti meccanico-biologici generano oggi importanti quantità di
residui soggette comunque allo smaltimento in discarica).
Nel settore dei rifiuti industriali - dove la contabilità è più incerta -
le operazioni di riciclo hanno apparentemente riguardato circa 44 milioni
di tonnellate di materiali (di cui 1,4 milioni costituiti da rifiuti
pericolosi). Per i rifiuti non pericolosi, le quantità avviate al
recupero/riciclo delle sostanze inorganiche subiscono un incremento
notevole arrivando a circa 21 milioni di tonnellate. Nella maggior parte
dei casi si tratta di recuperi di inerti da demolizione e costruzione
effettuata attraverso l’impiego in rilevati e sottofondi stradali,
rimodellamenti morfologici, riempimenti di cave, ricopertura delle
discariche. Ampiamente diffuso risulta anche il riciclo /recupero di
metalli o di composti metallici, pari a circa 8,83 milioni di tonnellate,
di cui oltre 2 milioni trattati dagli impianti di frantumazione di rottami
(circa il 64% provenienti dal settore dell’autodemolizione). A ciò si
aggiungono i recuperi di metalli o composti metallici pericolosi per circa
635.000 tonnellate che comprendono anche la quota di rifiuti trattata negli
impianti di recupero delle batterie esauste e negli impianti di recupero
dell’alluminio secondario. Importante anche la quota di riciclo di sostanze
organiche, per circa 7 milioni di tonnellate. Un flusso significativo è
anche il recupero e la rigenerazione di solventi, pari a circa 255.000
tonnellate.
Tra i recuperi di rifiuti speciali vengono infine contabilizzati anche il
recupero attraverso spandimento sul suolo - caratteristico dei fanghi di
depurazione - per circa 3,6 milioni di tonnellate e il recupero energetico
che riguarda 2.335.000 tonnellate di rifiuti speciali.
La riduzione dei rifiuti - e di conseguenza dei fabbisogni di smaltimento e
deposito nel suolo delle emissioni atmosferiche e idriche connesse a
trattamenti e smaltimenti - costituisce solo uno dei benefici ambientali,
anche se il più evidente e immediato.
Le operazioni di riciclo comportano, come effetto del reimpiego industriale
dei materiali e quindi della sostituzione di cicli produttivi basati su
materie prime, ulteriori benefici ambientali:
- una riduzione dell’estrazione di risorse non rinnovabili (quelle
direttamente sostituite e quelle indirettamente sostituite come ausiliari);
- una riduzione dell’estrazione di risorse rinnovabili che - ad esempio nel
caso di prodotti forestali - su scala globale implica una riduzione della
perdita di biodiversità (anche se su scala regionale europea l’incremento
di consumi forestali è bilanciato invece da una espansione delle superfici
forestate);
- la riduzione dei consumi energetici, in primo luogo di quelli basati su
consumi di risorse fossili (in dimensioni però diverse a seconda dei
materiali e delle provenienze geografiche), caratteristica comune a tutti i
processi di produzione di materie seconde;
- la riduzione delle emissioni atmosferiche direttamente o indirettamente
connesse ai cicli produttivi sostituiti (che deve però essere bilanciata
con le specifiche emissioni dei cicli basati su materie seconde);
- la riduzione dei consumi idrici e delle emissioni idriche direttamente o
indirettamente connesse ai cicli produttivi sostituiti (che deve però
essere bilanciata con le specifiche emissioni dei cicli basati su materie
seconde).
Una particolare attenzione dovrebbe essere posta ai benefici in termini
energetici e di emissioni climalteranti.
Lo studio condotto, utilizzando una pluralità di fonti, mostra la rilevanza
dell’economia del riciclo per acquisire gli obiettivi di risparmio
energetico e di riduzione dei gas di serra.
I dati disponibili - pur non omogenei - concordano sui benefici derivanti
dal riciclo, sia per ridurre gli impatti sull’intero ciclo di vita
(riducendo consumi ed emissioni legati all’approvvigionamento e lavorazione
delle materie prime) sia, in alcuni casi, per ridurre gli impatti nel ciclo
produttivo diretto.