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più finanza e meno petrolio per i big del petrolio



da repubblica di lunedi 12 luglio 2006
 
Più finanza e meno giacimenti i big del petrolio cambiano rotta
Volano i guadagni, ma non si cerca nuovo greggio

Grazie alle superquotazioni del barile, per i colossi mondiali del settore 120 miliardi di dollari di liquidità
Investimenti fermi al palo. Le compagnie preferiscono remunerare gli azionisti e comprare titoli
MAURIZIO RICCI

ROMA - Non c´è mai crisi per tutti, insegnano da due secoli gli studiosi dell´economia capitalistica. Indovinate, infatti, quando c´è stato l´ultimo boom dell´industria petrolifera? Fra il 1979 e il 1981, al culmine della grande emergenza-petrolio aperta dalla rivoluzione iraniana, quando il barile viaggiava oltre i 90 dollari (di oggi). Ma, per le grandi compagnie petrolifere, quel boom è niente rispetto a quello attuale. Gli esperti di una grande società di consulenza, la McKinsey, calcolano che, l´anno scorso, il cash flow - la differenza fra il contante incassato e quello speso - generato dai 5 giganti di Big Oil (Exxon. Shell, Bp, Chevron, Conoco) sia stato pari a 120 miliardi di dollari, una volta e mezza l´importo degli anni del dopo Scià. E la bonanza, ormai, va avanti da 3-4 anni. I testi di economia, tuttavia, non sono in grado di spiegare il passo successivo. Quando il prezzo sale, dicono questi testi, o la domanda dei consumatori si riduce o gli investimenti delle industrie aumentano per accrescere la produzione e soddisfare la domanda. Ma nessuna delle due cose sta accadendo. I consumatori si affollano alle pompe di benzina. E gli investimenti? Un rivolo. Anche meno, in proporzione, che negli anni magri.
Con quello che vale oggi l´oro nero, vi aspettereste che i grandi del petrolio si affannassero a mettere le mani su quanto più possono trovarne. Ma non è così. Fra il 1990 e il 2004, Big Oil aumentava le sue riserve - grazie a nuove scoperte - più di quanto ne consumasse, estraendolo dai pozzi. Fra il 2005 e il 2010, stimano gli esperti, il loro tasso di rimpiazzo delle riserve diventerà negativo. Solo la Chevron resterà, più o meno, in pari. Per le altre quattro grandi le riserve disponibili di un greggio, che si vende a 71,6 dollari a barile, ultima chiusura a New Tork, diminuiranno. E la cosa non sembra preoccupare i grandi petrolieri che stanno investendo con il contagocce nella ricerca di nuove fonti di approvvigionamento. Francesco Venanzi, su Nuova Energia, calcola che, mentre il torrente di liquidità che affluisce nelle casse - appunto il cash flow - si ingrossa, la quota destinata agli investimenti, in proporzione si riduce. Nel 2002, Big Oil investiva, in esplorazione e produzione, 83 dollari ogni 100 di liquidità. Nel 2003, 70. Nel 2004, 55 dollari. Questo non significa che gli investimenti siano stati tagliati. Semplicemente, in cifra assoluta sono rimasti più o meno gli stessi, mentre il fiume dei profitti travolgeva gli argini. Se aggiorniamo i dati di Venanzi con gli ultimi bilanci, fra il 2002 e il 2005, ad esempio, la Bp ha quasi quadruplicato il profitto netto. Ma, l´anno scorso, la quota di profitti reinvestita in esplorazione e produzione è stata solo del 62 per cento. I bilanci degli altri giganti si muovono nella stessa direzione. Nel 2005, la quota di profitti tornata all´attività petrolifera per Exxon è stata meno del 50 per cento. Per Shell, Conoco e Chevron è stata fra il 66 e l´85 per cento. Lo stesso vale per attori meno di prima fila: l´Eni è al 75 per cento. E se si guarda alle disponibilità effettive - ancora il cash flow - il panorama è anche più avaro: la Conoco ha reinvestito in esplorazione e produzione 65 dollari su 100, la Shell 57. Bp 44 e Eni 43. Negli anni ‘90, in media, ricorda la McKinsey, il 90 per cento del cash flow di Big Oil tornava sui pozzi e le raffinerie.
Allora, dove sono andati i megaprofitti di questi anni? A ingrassare le aziende. Più esattamente, ad esaltarne la quotazione in Borsa, cioè, per dirla con i manuali di management, ad aumentare il valore per gli azionisti. La McKinsey calcola che il valore delle multinazionali sia quasi triplicato, rispetto al 1990. Fra il 1999 e il 2004, mentre, a Wall Street, si guadagnavano in media 6 centesimi per ogni dollaro in azioni, chi aveva messo i soldi nell´industria petrolifera intascava 14 dollari per lo stesso dollaro. Big Oil ha cavalcato il boom dell´oro nero, azzerando i suoi debiti e, visto che di investire non ne aveva voglia, largheggiando in dividendi e in riacquisto (ai prezzi stratosferici correnti) di azioni proprie. Le priorità sono evidenti nei bilanci: l´anno scorso, Big Oil ha speso 71 miliardi di dollari in investimenti. Ma 74 miliardi in dividendi e buy backs. La finanza val più dell´oro nero. Non è, tuttavia, una sindrome da ritenzione che ha colto, improvvisamente, tutti gli amministratori delegati. E´ esattamente quello che consigliano gli esperti di management. Nei mesi scorsi, un lungo articolo sul trimestrale della McKinsey sollecitava i leader delle industrie petrolifere a non "perdere la disciplina del capitale". In altre parole, a non farsi trascinare dalla situazione di mercato ad una furia di investimenti, giustificati solo dagli alti prezzi attuali: si tratti dei pozzi in fondo all´oceano o del greggio ricavato dalle sabbie canadesi. La parola chiave di quell´articolo era: incertezza.
Nei budget di quest´anno delle aziende petrolifere, i conti si fanno sul barile a 35 dollari (erano 25 ancora l´anno scorso). Molti esperti ritengono che ormai il greggio abbia definitivamente scavalcato la soglia - almeno - dei 50 dollari, ma nessuno di questi, a quanto pare, lavora nelle divisioni finanza&controllo dei giganti del petrolio, dove il timore generale è quello di un improvviso rovesciamento, che faccia crollare le quotazioni del greggio, come è accaduto spesso in passato. Contro quei 35 dollari, ci sono costi crescenti. Nonostante i progressi della tecnologia, di cui i petrolieri si gloriano spesso, il costo di trovare ed estrarre un barile di petrolio, secondo il calcolo di una grande banca di investimenti, la Morgan Stanley, è oggi, in media di 10 dollari, il triplo di dieci anni fa. Di più, naturalmente, per i pozzi più difficili. In mare, prima, si trovava petrolio a 200 metri di profondità. Oggi, bisogna spesso arrivare anche a 3 mila. E un pozzo che, dieci anni fa, comportava un investimento di 10 milioni di dollari, oggi ne richiede 50.
Questi conti pesano per i giganti del petrolio perché sono i pozzi più difficili quelli che gli sono rimasti. In esaurimento i giacimenti del Mare del Nord e quelli degli Usa, il futuro di Big Oil è sotto l´Artico o in fondo al mare. Nel 1960, le Sette Sorelle del petrolio avevano a disposizione, come terreno di caccia, l´85 per cento delle risorse mondiali. Oggi hanno accesso libero al 16 per cento delle riserve e un accesso limitato - dai governi delle aree interessate - ad un altro 19 per cento. Dal resto, recinto esclusivo delle compagnie nazionali, soprattutto in Medio Oriente, sono esclusi per legge. Dal punto di vista del mercato del petrolio, e del suo prezzo, tuttavia, questa spartizione ha un´importanza relativa. Se Big Oil è riluttante ad investire nella ricerca di nuovi pozzi per allargare le riserve, altrettanto sembra esserlo il gigante Opec, che rappresenta i paesi produttori e le loro compagnie. Nei conti dell´Opec - in particolare quello delle riserve effettive - è difficile addentrarsi, ma le promesse di nuovo petrolio dall´Arabia saudita stentano a concretarsi. Quanto agli altri giganti, dal 1998 la produzione della compagnia nazionale del Venezuela è scesa del 48 per cento e di altrettanto quella dell´Iran. Complessivamente, la capacità produttiva dell´Opec, che era di 38 milioni di barili al giorno all´epoca della crisi petrolifera del 1979, è oggi, con una domanda mondiale raddoppiata, di 32 milioni di barili.
Secondo i pessimisti, la riluttanza di Big Oil a rituffarsi nell´esplorazione e le difficoltà dell´Opec ad aumentare la produzione, nonostante la bonanza di prezzi impazziti, sono la prova provata del progressivo esaurimento mondiale delle riserve petrolifere. Se hanno ragione, il prezzo del petrolio continuerà a salire. L´esperienza di questi anni dice, comunque, che non è Big Oil o l´Opec a doverci perdere il sonno: a guardar bene, dice Venanzi, la crisi petrolifera in atto è un gigantesco travaso di soldi dai consumatori «ad una ristretta cerchia di soggetti che decideranno a modo loro cosa farci: i vertici delle compagnie petrolifere, i loro azionisti, i governi dei Paesi produttori».