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verso un piano energetico nazionale energia prima grande opera pubblica




 
Verso un piano energetico nazionale
La partita iniziata a Kyoto per un sistema sostenibile
Mirko Lombardi
Con il ddl del ministro Bersani si è aperto il confronto in Parlamento e nel Paese sulla politica energetica. D'altronde questo tema è aperto in Europa ed il dibattito si intensificherà anche in vista del G8 di luglio a Sanpietroburgo. Ora bisogna stare al punto.
Da noi è ancora dura, fatica a passare l’idea che sia necessaria una ricognizione puntuale sui fabbisogni reali di energia. Ma da qui bisogna iniziare perché è vero che il Paese non può rimanerne senza, ma la vulgata corrente (ed è una campagna mediatica raffinata ed insinuante) mira ad alimentare paure di black-out, scenari di case al freddo e al gelo affinchè l’opinione pubblica si schieri contro “quelli che dicono sempre di no a tutto”. Eppure sugli stessi giornali sono costretti a dare conto delle gravissime condizioni ambientali, del clima ormai mutante per l’effetto serra, degli effetti catastrofici dell’uso dei combustibili fossili. Inizia da qui una buona politica energetica. Da Kyoto. Partire però, non invocarlo nei convegni. E cominciare a scrivere numeri, percentuali, obbiettivi concreti e misurabili e non solo nelle relazioni, ma nei provvedimenti esecutivi di Governo che poi devono essere verificati nella loro attuazione, monitorati nella loro efficacia. Programmi, piani, investimenti, ricerca. E tanto coinvolgimento partecipativo fin dalla definizione degli obbiettivi. Perché se c’è un potenziale amplissimo di risparmio energetico, la suo realizzazione passa anche dalla condivisione di massa alle buone pratiche. Dunque massima efficienza degli impianti, risparmi, patrimonio edilizio con bassa dispersione e sviluppo di fonti energetiche rinnovabili.
Queste linee guida sono nel programma dell’Unione, ma non si intravedono nel ddl di Bersani. Il rischio è di accettare un ruolo subalterno dell’Italia nella “divisione internazionale dell’energia” facendo del nostro Paese non un protagonista del segmento alto della ricerca e della realizzazione di tecnologia, produzione di efficienza energetica e di fonti rinnovabili, ma luogo di stoccaggio e di transito metaniero per l’Europa. Il che porterebbe pure una manciata di royaties per questo servizio, ma alla stregua di un rivenditore, anzi di un distributore senza margini di decisione su strategie modalità e prezzi. E soprattutto con impatti ambientali (diffusione di rigassificatori) inaccettabili. Certo molte potenti compagnie sarebbero allettate dall’aver trovato nel Mediterraneo un luogo, l’Italia, ove collocare le loro pipeline per fornire l’Europa o l’attracco per le loro navi gasiere, ma questo non è propriamente quello che si chiama attrarre investimenti utili in settori strategici.
E allora bisogna cambiare prospettiva, sapendo che non è facile, perchè l’inerzia delle politiche liberiste è forte e per questo è indispensabile il dispiegarsi della intelligenza e della forza dei movimenti e delle miriadi di vertenze territoriali sull’energia. Si prepari una Conferenza Nazionale dell’Energia coinvolgendo forze politiche ed istituzionali, forze sociali e di movimento per porre le basi ad un piano energetico collocato realisticamente, ma ambiziosamente ai piani alti di Kyoto.
Questa strategia aiuterebbe anche ad una collocazione più avanzata dell’Italia in Europa che guardi e si ponga come protagonista delle parti più innovative e positive dell’impegno europeo (Libro verde) sull’ambiente e l’energia e non a quelle più negative e contraddittorie dell’uso dei combustibili fossili e del rilancio del nucleare.


Il ministro dell’Ambiente ha parlato della necessità di avere una strategia che tenga dentro tutto, dall’“emission trading” alla pianificazione dei trasporti urbani. E ha chiesto al ministro dell’Economia le risorse finora negate o sprecate
«Energia, prima grande opera publica»
Gemma Contin
Il ciclone Berlusconi si è abbattuto sull’Italia e ha lasciato dietro di sé una New Orleans su scala nazionale.
Prima audizione del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, ieri, davanti alla XIII Commissione del Senato, incalzato dal presidente Tommaso Sodàno; e, quasi in contemporanea, del ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, davanti all’VIII Commissione della Camera, “interrogato” dal presidente Ermete Realacci.
Ne sono emersi due quadri da far rizzare il pelo sulla schiena, che travalicano di gran lunga la questione principale, riguardo al decreto Bersani sull’energia, il quale solleva una serie di perplessità: per l’eccesso di tempestività nell’emanzione, per l’avocazione della questione energetica al solo dicastero dello Sviluppo economico, per la mancata “concertazione” con gli altri dicasteri coinvolti come appunto l’Ambiente.
Situazione sconcertante anche per le infrastrutture, in particolare per la fusione Autostrade-Abertis, sulle concessioni e il rispetto degli accordi con l’Anas, con il ministro Di Pietro che ha contestato quanto pattuito sotto il precedente governo, chiedendo «la rinegoziazione delle condizioni relative alla concessione della rete autostradale» e auspicando un regime sanzionatorio più severo, che imponga ad Autostrade il rispetto degli impegni - e delle attività di manutenzione del sistema viario - previsti dalla concessione di un servizio pubblico.
Di trasporti e infrastrutture ha parlato anche il ministro dell’Ambiente al Senato, dopo le sollecitazioni del senatore Sodàno, che si è concentrato di più sulla questione del decreto energetico, sul governo delle acque, sul ciclo dei rifiuti, sulla delega ambientale varata negli ultimi giorni di governo dal centrodestra, i cui decreti attuativi emanati addirittura in maggio, dopo che Berlusconi era già stato battuto alle elezioni politiche, hanno avuto un doppio effetto: di “svuotare” la normativa ambientale del precedente decreto Ronchi; di attirarsi una caterva di sanzioni da Bruxelles che rischiano di far pagare all’Italia multe per 11milioni di euro.
Dopo aver parlato anche della “legge obiettivo” - che «invece di snellire e accelerare l’avvio delle opere pubbliche ha finito per essere pasticciona e frenante, nonostante la cancellazione della Via e della Vas sulle grandi opere» - il ministro si è intrattenuto a lungo sul tema energetico, chiarendo in primo luogo che «il governo è contrario al nucleare», e poi sostenendo che «occorre un Piano energetico nazionale, per il quale è auspicabile un approccio programmatico e non ideologico» improntato all’efficienza e al risparmio, «affrontando in Parlamento la grande questione delle energie alternative, con un grosso investimento che il governo intende fare nel fotovoltaico e su un eolico di qualità».
Pecoraro Scanio ha parlato anche dei rigassificatori sostenendo che «non possiamo parlare di un impianto tirrenico e uno adriatico se prima non sappiamo quale sia la mappatura del fabbisogno. Soltanto dopo si potrà affrontare la questione nella sua dimensione reale», elaborando un piano energetico complessivo, ovvero una strategia che tenga dentro tutto, dall’“emission trading” agli impegni assunti a livello internazionale, fino alla pianificazione dei trasporti urbani e al problema dell’approvvigionamento.
«Solo allora - ha detto il responsabile del Ministero di via Cristoforo Colombo - potremo dire quanti e dove devono esser dislocati i rigassificatori». E solo nell’ambito di «un piano che si sviluppi nell’arco dei prossimi cinque anni e che trovi un’ampia convergenza in Parlamento».
Infine, dopo aver chiesto un impianto “selettivo” al ministro dell’Economia nella destinazione delle risorse, «andando a guardare chi ha sprecato di più negli anni scorsi e chi invece è stato penalizzato di più», ha invocato ancora una volta “la concertazione” tra tutti i ministeri che in qualsiasi modo abbiano giurisdizione sulla questione energetica, finendo con il léggere un lungo documento predisposto dalle direzioni dell’Ambiente e del Territorio, in cui si elencano sia le “difformità” rispetto alle norme Ue sia i rischi della “legge delega berlusconiana in materia di governo del territorio”, che Pecorario Scanio ha definito «portatrice di grave danno, nocumento e pregiudizio al Paese». 

Il problema non è di produzione o di scarso approvvigionamento
Ma l’Italia è veramente povera di risorse?
Gianni Naggi

Ma è davvero così critica la situazione energetica nel nostro Paese? Il disegno di legge, presentato dal ministro Bersani in questi giorni e approvato dal Consiglio dei Ministri, ha al centro provvedimenti per garantire l’approvvigionamento energetico. Da cosa nasce questa convinzione che coinvolge anche l’opinione pubblica? Probabilmente dall’interpretazione data ad alcuni momenti: i black-out controllati di tre anni fa; il black-out notturno nel settembre 2003 e la recente crisi nell’approvvigionamento del gas dalla Russia. Ma se analizziamo le cause dei tre eventi, così diversi fra loro, vediamo che non sono dipesi da scarso approvvigionamento e produzione elettrica, bensì dalla mancanza di una politica di controllo ed indirizzo, insieme a processi di liberalizzazione selvaggia.
Nel primo caso, nella torrida estate di tre anni fa, utilizzavamo appena 49.000 MW di potenza sui 77.000 installati. Ma molti degli impianti erano fermi perché fuori norma. In quell’occasione, i gestori ottennero una deroga che permise per 18 mesi di reimmettere nei fiumi o nel mare l’acqua di raffreddamento con una temperatura maggiore di due gradi a danno dell’ambiente.
In occasione del black-out del settembre 2003, con grande faccia tosta, si cercò di imputare il fatto alla nostra insufficiente produzione energetica, ma era evidente che nella notte di un sabato qualunque l’energia richiesta era un terzo della domanda abituale. Naturalmente questi due episodi favorirono la concessione a realizzare nuove centrali per oltre 10.000 MW, giustificando la famigerata “legge obiettivo”.
La riduzione di gas dalla Russia di quest’inverno è stata invece utilizzata per invocare decine di rigassificatori per garantire una diversificazione delle fonti. Occorre ricordare che siamo riforniti da quattro metanodotti (da Mare del nord, Russia, Algeria e Libia).
La riduzione massima dell’approvvigionamento in quei giorni, equivalse al 2,3% delle nostre forniture totali, poiché dalla Russia proviene appena un quarto delle nostre importazioni. Ci risulta invece che, nell’inverno è stata venduta energia elettrica, prodotta da gas, per oltre un milione di megawattora. Anche direttamente il gas è stato venduto ad altri paesi europei. E poi, quali sono le attuali capacità di stoccaggio? Il gas si può immagazzinare quando il fabbisogno è più basso per utilizzarlo nei momenti di maggiore domanda.
Altra cosa curiosa di cui quasi nessuno parla (riportata solo da Carta) è un rapporto dell’Eni che evidenzia la preoccupazione per una bolla di eccessiva disponibilità di gas nei prossimi anni.
Non è nemmeno così vero che le altre aree geografiche da cui importare siano più sicure, visto che si tratterebbe prevalentemente di Nigeria e Paesi del Golfo.
Ma allora, quanto gas via nave serve veramente all’Italia? Va ricordato che nel 2004 in Europa l’uso di GNL fu il 9% sul totale. La vera motivazione sembrerebbe un’altra, infatti una relazione della Commisione Attività Produttive della Camera dei Deputati, del marzo scorso, conclude: “Obiettivo principale della politica energetica nazionale, da realizzarsi nei prossimi anni, ed al quale dovranno concorrere tutti i soggetti istituzionali, è mettere in atto tutte le azioni necessarie perché l’Italia divenga esportatore stabile di gas naturale e di elettricità verso i Paesi centro-europei, realizzando sul proprio territorio un centro di scambi basato su di una trasparente ed efficiente borsa del gas naturale e proseguendo nella realizzazione di impianti di produzione e di trasporto di elettricità efficienti ed economici”.
Sorge una domanda: questa politica è condivisa dall’attuale Ministro? Voglio ricordare che il Programma dell’Unione dice: “Noi crediamo che il Protocollo di Kyoto rappresenti un’opportunità per l’innovazione delle politiche energetiche e per una riduzione della dipendenza dall’importazione di combustibili fossili”.
Se così non fosse l’Italia correrebbe un grosso pericolo, quello di ripetere la brutta esperienza dello scorso secolo, quando furono insediate raffinerie e petrolchimici che hanno compromesso vaste aree costiere e dell’entroterra. La politica di liberalizzazione del settore, realizzata nel nostro paese in questi anni, ci sta mettendo nelle mani delle grandi multinazionali che vedono nuovamente le nostre coste come un boccone appetitoso da cui propagare le proprie attività. Queste società sono l’Edison, l’Endesa, la Natural gas, la British gas e altre che stanno spingendo per costruire i loro rigassificatori. Trasformando così il Mediterraneo non come nostra occasione di rinnovamento del sistema energetico basato su minori consumi e alimentazione da sole, vento e maree, ma come immenso terminale contaminato e proteso verso il Centroeuropa.
E’ anche contro questo pericolo che giovedì i nostri rappresentanti parlamentari si incontreranno al Senato con i Comitati che da anni lottano contro l’insediamento di centrali e infrastrutture energetiche nocive ed impattanti. Occorre che l’attuale governo definisca una sospensiva alla realizzazione degli impianti in questione, ed avvii un’ampia Conferenza Nazionale per l’Energia e l’Ambiente finalizzata alla elaborazione di un Piano Nazionale che nel nostro paese manca da diciotto anni. 

In Italia un immenso giacimento di inefficienze
Rovesciamo la priorità: meno consumi
Massimo Serafini e Mario Agostinelli*

La strada da seguire, per portare il paese fuori dalla crisi energetica che vive, non è quella indicata dal disegno di legge Bersani. Il provvedimento non risolve né il problema della nostra dipendenza energetica dall’estero, né migliora il nodo delle difficoltà di approvvigionamento ed infine è inefficace anche sul problema dei costi dell’energia. Soprattutto elude completamente i due grandi problemi, con cui qualsiasi scelta energetica dovrà necessariamente misurarsi, per essere efficace: la scarsità delle risorse e il mutamento climatico in atto.
E’ irrealistico ed inefficace un progetto energetico che non dia risposte al fatto che, nei prossimi anni, l’offerta di risorse fossili non sarà in grado di soddisfare una domanda in crescita esponenziale (Cina ed India). E’ da quest’impossibilità che si alimentano guerre e terrorismi. Così come ha poco senso definire strategie energetiche prescindendo dal fatto che, anche se ci fossero combustibili fossili per tutti, la loro combustione per ricavarne energia, alimenterebbe un incontrollato e disastroso cambiamento climatico (Kyoto non è neppure citato dalla legge Bersani). Il provvedimento proposto incatena, per un lungo periodo, il paese alle fonti fossili, carbone compreso, lo condanna a non rispettare gli impegni di Kyoto, (esponendolo a pesanti sanzioni) e a riempire il nostro territorio di infrastrutture e tecnologie energetiche legate ai combustibili fossili, penalizzando quelle rinnovabili. Questo progetto non corrisponde neppure al programma dell’Unione. E’ possibile un’altra strada più coraggiosa ed innovativa? Lo è rovesciando le priorità. In primo luogo dicendo con forza agli italiani che è necessario e possibile ridurre i consumi di energia a parità di servizi. Bisogna solo decidere di sottoporre il paese a una cura di efficienza e di diffondere fra la popolazione usi intelligenti dell’energia. L’Italia non possiede nel suo sottosuolo né petrolio, né carbone, né gas. Abbiamo però un immenso giacimento di inefficienze ed usi irrazionali da prosciugare. Studi accurati hanno appurato che questo giacimento è stimabile in oltre il 40% dell’attuale fabbisogno energetico. Prima di decidere quante risorse fossili importare, sarebbe meglio stabilire quanto di questo 40% s’intende organizzare, nel corso della legislatura, sapendo che organizzarlo è, per il primo 20%, a costi negativi (vale a dire ci si guadagna). Bisogna dunque andare oltre le modeste misure sul risparmio previste da Bersani e proporre un progetto che punti a organizzare, entro la legislatura, almeno il 10% di quel 40% possibile. Per farlo serve un intervento pubblico che stabilisca regole chiare, incentivi e disincentivi mirati e una diffusa campagna di informazione. Insieme al risparmio il “paese del sole” può ulteriormente ridurre la dipendenza energetica dall’estero e realizzare Kyoto, con un forte sviluppo delle vere rinnovabili. In primo luogo ponendo la parola fine allo scandalo tutto italiano delle fonti assimilate (rifiuti), su cui attualmente si spendono due miliardi di euro degli italiani ogni anno. Si decida dunque, predisponendo gli strumenti (conto energia identico a quello tedesco) atti a portare, entro la legislatura, al 25% il contributo di sole, vento e biomasse alla produzione di elettricità, come ci chiede la Ue. Da questo cuore strategico era necessario partire prima di discutere di nuova offerta o rigassificatori e non viceversa. C’è tempo per correggere il tiro. Serve solo la volontà politica di volerlo fare. Essa però non nasce dai rimproveri a questo o quel ministro, ma dalla capacità che avremo di costruire una forte pressione sociale sul governo, cominciando ad indirizzare la diffusa resistenza delle popolazioni ad ospitare insediamenti energetici tradizionali, verso questo progetto alternativo.
*Portavoci del contratto mondiale dell’energia