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il lessico della stangata



da la stampa lunedi 19 giugno 2006
 19 giugno 2006
SELETTIVITA’, RIGORE, RISPARMI
Il lessico della stangata
di Luca Ricolfi

Nella campagna elettorale i leader dell’Unione non si sono stancati di ripetere che non avrebbero aumentato le tasse, reagendo con stizza a quanti pronosticavano che lo avrebbero fatto. Si sono impegnati a ridurre il cuneo fiscale di 5 punti entro il primo anno di governo, spingendosi a promettere 350 euro all'anno in più in busta paga. A chi chiedeva come avrebbero fatto a mantenere gli impegni, e che razza di idea avevano dello stato dei conti pubblici per fare promesse così incaute, hanno sempre opposto silenzio o parole di nebbia.

Ora il nuovo governo ci informa, settimana dopo settimana, che i conti pubblici non vanno, che il deficit lasciato dal centro-destra è più ampio del previsto, e che forse si dovrà annacquare o spostare nel tempo qualche promessa. Certo nessuno dei nostri governanti ha ancora trovato il coraggio di dire agli italiani che devono prepararsi a fare dei sacrifici, ma i segnali sono inequivocabili. E' come quando un medico sensibile deve annunciare a un paziente una verità scomoda: la prende alla larga, usa termini tecnici, gira intorno al problema, sottolinea l'impossibilità di una diagnosi certa, ma più lui mena il can per l'aia più tu senti perfettamente che il colpo sta per arrivare. Nella politica è lo stesso: c’è un lessico che annuncia immancabilmente la stangata, come le rondini che volano basse alla ricerca di insetti annunciano la pioggia. Le rondini del centro sinistra sono parole come armonizzare, riallineare, aggiornare, riequilibrare (leggi: più tasse), rimodulare nel tempo (leggi: per ora non se ne parla), selettività dei benefici (leggi: non per tutti), rigore, risparmi, razionalizzazione (leggi: tagli ai servizi).

Ora io qui non voglio discutere, entrando nel merito, della pioggia che sta per arrivare, se non altro perché alle nuvole non si comanda. Vorrei solo chiedere: perché cascate dal pero? Perché fingete di stupirvi di quel che, a piccole dosi, ci state rivelando? Perché, durante la campagna elettorale, avete trattato con sufficienza quanti vi chiedevano in che mondo vivevate?

Già, perché il punto è che non c’è proprio niente di nuovo nelle cifre che stanno circolando in queste settimane. Semmai ci si potrebbe chiedere come mai il governo sia ancora così prudente nel dipingere una situazione i cui contorni sono ormai chiari da tempo, e che è peggiorata sensibilmente fin dall'inizio del 2005.

Proviamo a ricapitolare. L’Italia è fuori dai parametri di Maastricht (deficit sotto il 3%) dal 2001, ossia dall'ultimo anno di governo del centro sinistra. Da allora solo nel 2002 il deficit è stato - di un soffio - sotto la fatidica soglia del 3%. Nel 2003 e nel 2004 il deficit è stato del 3,4%. Quanto al 2005, solo l'ostinazione dei governi (Berlusconi e Prodi) a usare le cifre Istat può far credere che il deficit sia «solo» al 4,1%. Negli ultimi anni il primo dato comunicato dall'Istat è sempre stato di molto inferiore al valore definitivo stimato dall'Istat stesso negli anni successivi. Mediamente la sottostima Istat è stata di 0,7 punti di Pil, pari a circa 10 miliardi di euro, dunque se ci basiamo sull'esperienza passata il deficit del 2005 potrebbe essere prossimo al 4,8%, con un peggioramento sul 2004 di 1,4 punti di Pil. E' interessante il fatto che questa rozza (ma realistica) valutazione è comunque più ottimistica di quella che si ottiene lavorando sui dati - assai più stabili di quelli Istat - forniti dalla Banca d'Italia fin dai primi mesi del 2006, ossia prima del voto di aprile: secondo i bollettini mensili della Banca d'Italia il peggioramento dei conti pubblici fra il 2004 e il 2005 è stato di 1,6 punti di Pil se misurato mediante il fabbisogno lordo del settore pubblico, e addirittura di 2,5 punti di Pil se misurato mediante lo stock del debito. Ma se il deficit del 2005 è sottostimato di quasi un punto di Pil, quanta fiducia possiamo avere nelle stime del 2006?

Un discorso altrettanto drammatico si potrebbe fare sulle grandi opere: fin da febbraio di quest'anno il debito occulto delle grandi opere era stato quantificato in oltre 30 miliardi di euro, con un onere annuo di almeno 10 miliardi nel biennio 2006-2007 (vedi ad esempio La Stampa del 3-4-2006). La conclusione è semplice: la correzione strutturale di 30 miliardi di euro (2 punti di Pil) indicata dal governatore della Banca d'Italia è il minimo che dovremo fare per rientrare nei parametri di Maastricht. In più, come ha capito al volo il ministro Di Pietro, bisognerà trovare parecchi miliardi all'anno per non chiudere troppi cantieri. Anche rinunciando alla riduzione del cuneo fiscale, alle «misure per lo sviluppo», ai nuovi ammortizzatori sociali, il conto - a occhio e croce - è di 2000 euro a famiglia.

Tutti i dati di base della situazione erano noti prima del voto di aprile. Perciò, lo ripeto: perché avete fatto finta di niente per mesi, e ora mostrate di cascare dal pero?