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biocombustibile a rischio inquinamento



da liberazione di domenica 2 luglio 2006
 
BIOCOMBUSTIBILE A RISCHIO INQUINAMENTO
 
Quanta energia serve per produrre un barile di carburante alternativo? Se i frutti della tera diventano benzina, da dove arriva il cibo, e con quali costi ambientali? E come si blocca il rischio ogm?
 
di sabina morandi
 
Alla fine degli anni Novanta impazzava la "genomania" : ogni giornospuntavano nuove compagnie biotech che andavano a gonfiare la bolla speculativa improvvisamente scoppiata a cavallo del nuovo millenio. Oggi, assicura il Financial Times, a Wall Street si respira la stessa frenesia, solo che a causarla stavolta non sono i geni, ma l'etanolo e biocombustibili affini che potrebbero, parola di bush, liberare gli Stati Uniti dal ricatto del petrolio straniero. Insomma, basta fondare una compagnia che ha qualche connessione con i combustibili "verdi" per venire sommersi da una pioggia di soldi, sotto forma di esenzioni fiscali, contributi alla ricerca e via dicendo. Però se ci si riesce a sottrarre all'ebbrezza da etanolo e derivati, i supposti benefici per l'ambiente e per il settore energetico appaiono di molto sovrastimati anche perchè la maggior parte dei fondi vengono riversati in tecnologie già vecchie di un decennio. Senza contare che una transizione completa verso l'impiego dei biocombustibili nelle zone temperate richiederebbe la riconversione di buona parte delle culture alimentari, creando una dipendenza dalle importazioni di cibo che potrebbe avere conseguenze ancor più pesanti di quella dal petrolio.
 
I trucchi del Bush "ambientalista"
A prima vista l'idea di produrre combustibili dalle piante sembra davvero buona. Da anni si parla di ricavare energia dalle biomasse e i biocombustibili sembrano soltanto un'estensione di questa tecnologia. La differenza è però fondamentale: le biomasse sono scarti e rifiuti organici, non produzioni apposite. Tuttavia i politici d'Oltreoceano e, in parte anche quelli europei, non sembrano interessati a queste sottigliezze e si sono tuffati entusiasticamente nella partita dei biofuel. Non tanto perchè sperano di utilizzarli per affrontare l'epocale transizione al di fuori dei combustibili fossili senza cambiare di una virgola le nostre abitudini di consumo, quanto perchè risolvono alcuni problemi contingenti come ad esempio il sostegno all'agricoltura che americani ed europei continuano a dare malgrado sia considerato contrario alle leggi del mercato ( e infatti è proibito a tutti, tranne che a loro). Da qualche mese basta far balenare i combustibili verdi per ottenere esenzioni fiscali ( negli States ) o importanti deroghe al rigido sistema delle quote di produzione agricole ( in Europa ). Nel frattempo sia la Commissione Europea che l'amministrazione statunitense si danno da fare per rendere, come si dice, l'ambiente il più favorevole possibile agli affari: in entrambi i paesi sono stati decisi sostanziosi aumenti nella proporzione fra etanolo e petrolio contenuti nella benzina d'uso comune. Bush, in accordo con i produttori di auto e con le industrie dell'etanolo, utilizza ogni microfono per sponsorizzare l'impiego dell'E85, una mistura dove l'etanolo è presente all'85 per cento e utilizzabile solo per alimentare il motore di alcune macchine opportunamente modificate. In Europa attualmente è la Svezia a premere sull'acceleratore con esenzioni fiscali e forti contributi governativi, ma sono molti i paesi ( compresa l'Italia ) in cui vengono prese misure in tal senso.
Secondo la Renewable Fuels Association di Washington, un gruppo che fa lobbyng per la diffusione dei biocombustibili, negli Stati Uniti sono in costruzione 32 raffinerie per etanolo mentre 8 delle 102 già costruite vengono ampliate. La capacità produttiva statunitense dovrebbe raddoppiare entro l'anno, dopo essere aumentata già di un terzo negli ultimi due, arrivando a coprire il 2 per cento del combustibile da trasporto con il biofuel. Quanto è ragionevole questo passaggio? Dal punto di vista dell'effetto serra - che però non è quello della Casa bianca ancora impegnata a contestarne la legittimità scientifica - l'impiego dei biocombustibili può effettivamente ridurre le amissioni da trasporto, che costituiscono circa un quarto delle emissioni globali di gas serra, anche perchè crescendo le piante assorbono un pò del biossido di carbonio che emetteranno una volta trasformate in combustibile. Ma quel che non si dice è che si tratta di un risparmio molto ridotto perchè, alle latitudini di Europa e Stati Uniti, per coltivare la benzina verde serve un sacco di terra. In realtà convertire mais, grano, barbabietole da zucchero o girasoli in combustibile richiede una lavorazione abbastanza complessa e dispendiosa in termini energetici ( per far funzionare una raffineria occorre pur sempre dell'energia ) cosa che rende l'operazione decisamente costosa. Ora, sebbene gli incentivi possano rendere tali costi molto leggeri in termini monetari, dal punto di vista energetico è tutta un'altra questione. Insomma, se per trasformare il raccolto di un campo in un barile di combustibile ne occorrono due, forse la cosa può convenire nell'immediato - specie se il governo ti paga per farlo - ma alla lunga non può che essere controproducente.
Quando poi si cerca di capire con precisione quanto sia davvero "verde" il biocombustibile, ci possono essere spiacevoli sorprese. Secondo uno studio condotto da Alexander Farrell della University of California e pubblicato su Science, ad esempio, l'impiego massiccio dei biocombustibili con i processi produttivi odierni potrebbe ridurre le emissioni appena del 13 per cento, una riduzione che anche la Commissione Europea giudica " modesta " soprattutto comparata con le misure di efficienza e di risparmio che potrebbero abbattere le emissioni del 25-30 per cento ( ma c'è chi dice di più ) a costi molto più contenuti. Cercare insomma di risolvere il problema del riscaldamento globale riconvertendo alcune colture alla produzione dell'energia potrebbe risultare decisamente antieconomico: " le emissioni di gas serra possono essere ridotte di più investendo gli stessi soldi in altri settori ", come si può leggere nel rapporto presentato il 12 giugno da Stavros Dimas, Comissario Europeo per l'ambiente. Ovviamente per gli Stati Uniti , dove l'evidenza del cambiamento climatico è ancora fortemente  contestata, l'accento cade come al solito sul problema della dipendenza dal petrolio mediorientale. In questo caso, visto che il biocombustibile può essere sintetizzato impiegando anche il gas e il carbone di cui il paese è ricco, l'etanolo può davvero aiutare a ridurre le importazioni di petrolio che, in prospettiva, sono destinate ad aumentare visto il progressivo declino della produzione americana che ha raggiunto il suo picco massimo negli anni settanta). Ma gli stessi impianti potrebbero venire utilizzati direttamente per produrre energia da riscaldamento e rimpiazzare i derivati del petrolio attualmente in uso, con lo stesso beneficio, costi più bassi e un analogo tasso di inquinamento. Inoltre è da dimostrare che l'impiego di biofuel possa davvero convenire agli automobilisti come sostiene Bush visto che l'etanolo contiene meno energia del petrolio e quindi, per percorrere la stessa distanza, alla fine sono necessari più litri.
 
Iveri beneficiari?
La lobby dell'agrobusiness
Quando fa il suo esordio una nuova strabiliante trovata tecnologica è buona regola cercare di individuare gli interessi economici che la sostengono. Di sicuro la sbronza da etanolo di Wall Sttreet è molto gradita ai produttori statunitensi di automobili da sempre impegnati in un feroce braccio di ferro con il governo federale per non farsi imporre standard di efficienza che farebbero fuori una vasta gamma di veicoli di lusso ( e spazzerebbero via quella nuova forma di suicidio energetico che sono i Suv). Relativamente nuova è invece l'alleanza delle case automobilistiche con le imprese agroindustriali alle quali viene garatita la produzione di auto più efficienti  nell'impiego di benzine derivate dai raccolti delle grandi piantagioni. Il problema, fanno notare gli ambientalisti, è che queste tecnologie sono lontane almeno 15 o 20 anni mentre le alternative sarebbero disponibili fin da ora se si volesse imboccare la strada che ha fatto la fortuna delle efficienti macchine giapponesi o europeee. Inoltre, visto che lo schema di esenzioni fiscali voluto da Bush è ben poco articolato, si rischia di rimanere incastrati nella vecchia tecnologia e nelle sue versioni meno efficaci. Ci sono anche casi in cui la riconversione affrettata di alcuni impianti a carbone per la produzione di etanolo alla fine risulta più inquinante della normale benzina come è accaduto con una raffineria del North Dakota. Ovviamente se gli incentivi fiscali non sono collegati con i metodi produttivi - premiando quelli meno inquinanti invece di una distribuzione " a pioggia " - i produttori saranno spinti soltanto a ridurre i costi e non le emissioni di gas serra o il consumo di petrolio. In realtà la prima esigenza di Bush il petroliere, alle prese con un drammatico calo di consensi in un anno elettorale, non riguarda tanto i consumi energetici quanto la montagna di soldi pubblici che ogni anno vanno a finire nelle casse delle grandi compagnie dell'agrobusiness. Abitudine bacchettata dal WTO che chiede, da anni, di riformare il sistema statunitense di sussidi all'agricoltura come richiede il dogma del liberismo globale. Certo, una riforma articolata dell'agricoltura intensiva attualmente basata sul petrolio e sul gas sia per la meccanizzazione che per gli additivi chimici, potrebbe davvero ridurre emissioni e consumi in modo consistente, ma è un'idea che non sembra nemmeno sfiorare il presidente nella sua versione " verde ".
Gli europei, dal canto loro , sono più cauti anche se, singolarmente, molti paesi stanno attuando la stessa strategia - vedi ad esempio la Germania - più o meno con le stesse motivazioni dell'amministrazione USA. Anche in questo caso gli incentivi al biocombustibile possono essere utilizzati dai singoli paesi per aggirare i paletti posti dalla Politica agricola comunitaria ( da poco riformata su richiesta del WTO ) e continuare a sovvenzionare i propri agricoltori. Secondo Peter Tajan, segretario generale della European Petroleum Industry Association, si starebbe addirittura profilando " la creazione di una Pac parallela con un nuovo sistema di sussidi ". Il pericolo è di rendere alquanto difficile abbandonare la coltivazione della prima generazione di combustibili quando, in un prossimo futuro, si dovessero presentare delle alternative più avanzate alle tecnologie e alle colture di oggi. Senza parlare del fatto che, con il prevedibile aumento dei combustibili fossili all'orizzonte, sarebbe più sensato invece provare a "disintossicare" l'agricoltura dalla sua dipendenza dall'oro nero, magari cominciando a recuperare quel ciclo corto - produrre più vicino a dove si consuma -  che consentirebbe un abbattimento significativo della bolletta energetica dei singoli paesi. Al contrario la diffusione delle coltivazioni energetiche, per ottenere risultati significativi, è destinata a monopolizzare la superfice coltivata costringendo i paesi europei a dipendere sempre più dalle importazioni per l'approvigionamento alimentare, con ulteriore dispendio di energia per il trasporto delle merci.
 
I dubbi degli europei
In sostanza, se viene privilegiato l'obbiettivo di abbattere le emissioni inquinanti più che gli interessi della lobby agrochimica, gli unici biocombustibili davvero efficienti provengono dal sud del mondo dove le coltivazioni di canna da zucchero o di olio di palma asiatico godono dei vantaggi del clima. Peccato che le importazioni dell'etanolo brasiliano o dell'olio asiatico siano penalizzate dalle alte tariffe doganali pretese dai produttori locali. Il problema è che, con la tecnologia corrente, le coltivazioni energetiche nei paesi temperati sono così inefficienti da richiedere grandi estensioni agricole. Secondo il già citato studio della Commissione europea, per conseguire l'obbiettivo di rimpiazzare il 5,75 per cento del petrolio e del diesel con i biocombustibili che Bruxelles si è data bisogna riconvertire almeno il 19 per cento della terra utilizzata per produrre cibo. Se poi gli americani riuscissero davvero a far andare una macchina su dieci a biocombustibile dovrebbero riservare, secondo l'Ocse, un terzo della terra coltivabile a questa produzione.
Anche i produttori di automobili non sono troppo convinti. La Volkswagen ad esempio ha fatto sapere che non considera affatto conveniente promuovere la produzione di auto " flessibili ", in grado cioè di marciare con una quantità maggiore di biofuel. La casa tedesca mette in guardia sugli alti costi della ristrutturazione dell'infrastruttura necessaria a distribuire combustibili come l'E85, costi tutto sommato inutili visto che le macchine attualmente in circolazione possono marciare con il 10 per cento di etanolo nel motore, il che già corrisponde a più di cinque volte la domanda attuale di etanolo. Volkswagen spinge invece per i bio-combustibili di seconda generazione e lavora alacremente con un'azienda biotecnologica, la canadese Iogen, per studiare la possibilità di impiegare gli scarti della lavorazione della cellulosa. La cosa sarebbe anche sensata se non fosse la premessa per un ritorno in grande stile degli ogm, cacciati dalla diffidenza dei consumatori e rientrati dalla finestra delle buone intenzioni "verdi". Va ricordato che il principale problema delle colture transgeniche non è legato al consumo alimentare ( a proposito del quale comunque sarebbero necessari opportuni studi ) quanto all'impatto della loro diffusione sulla biodiversità e sulle altre coltivazioni, per non parlare dell'ecosistema nel suo complesso. La possibilità che gli ogm vengano reintrodotti per motivazioni virtuose come l'abbattimento dei gas serra va attentamente valutata, soprattutto quando, dati alla mano, l'effettiva riduzione delle emissioni, così come del petrolio, non appare così significativa.
Meglio forse cominciare a fare quello che già sappiamo fare - cioè consumare di meno e in modo più efficiente con tecnologie già disponibili - prima di inseguire la nuova fantasmagorica invenzione su cui riversare soldi e speranze. Ai fan di questa nuova tecnologia consigliamo insomma di farsi bene due conti prima di dichiarare, come ha fatto qualche mese fa il nuovo vicedirettore generale della Fao per il Dipartimento dello sviluppo sostenibile, Alexander Muller: " Nei prossimi 15-20 anni è probabile che assisteremo a un maggiore impiego di biocombustibili, che potrebbero arrivare a coprire sino a un buon 25 per cento del fabbisogno energetico mondiale". Se ciò dovesse avvenire forse gli africani potrebbero scorrazzare allegramente in auto su e giù per la savana, ma di certo non avrebbero risolto l'annoso problema della denutrizione dovendo dedicare ampie estensioni di terra coltivabile alla produzione di benzina vegetale. E che dire della Cina, già alle prese con un drammatico problema di riduzione dei terreni coltivabili per via della diversificazione e del supersfruttamento degli anni passati? La connessione fra coltivazioni energetiche e sicurezza alimentare è qualcosa che, forse, un alto funzionario della Fao dovrebbe saper fare.