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legambiente: la sfida energetica senza atomo e barile. Si può, si deve, conviene



 

LEGAMBIENTE:

 

LA SFIDA ENERGETICA SENZA ATOMO E BARILE. SI PUO', SI DEVE, CONVIENE

in attesa del vertice dei potenti in Russia. Strategie e improvvisazioni per un'idea di sviluppo

di maurizio gubbiotti

 

Esiste un brusco cambiamento nel Vertice di San Pietroburgo rispetto ai precedenti, e che segna una forte discontinuità con le tematiche e gli impegni precedentemente assunti, questa volta il tema dello sviluppo risulta assente dall’Agenda G8. E penso sia complicato oltre che grave e ingiusto per i Paesi G8, gli stessi che nel 2000 hanno firmato la Dichiarazione del Millennio, parlare di sicurezza energetica, istruzione e malattie infettive, senza porre in primo piano il problema della lotta alla povertà energetica, del diritto all’educazione primaria per tutti, dell’accesso universale alla terapia nel contesto generale del raggiungimento degli MDGs.

Come hanno ben sottolineato con un documento congiunto, proprio in occasione di questo G8, le Accademie delle Scienze di alcuni grandi paesi sia sviluppati che in via di sviluppo,  “Un largo consenso internazionale riconosce tre, principali e correlate componenti dello sviluppo sostenibile: prosperità economica, sviluppo sociale e protezione dell’ambiente”.  Ma lo sviluppo su cui ci siamo fino ad oggi orientati è insostenibile da un punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Un mondo diverso è possibile allora, se si saprà costruire un altro modello energetico equo e democratico, non più alimentato dai combustibili fossili e dal nucleare, ma basato sul risparmio dell’energia e sull’uso distribuito e sostenibile delle risorse rinnovabili quali sole, vento, biomasse, geotermia, mini idroelettrico e maree. La transizione ad un’economia “leggera” nell’uso delle risorse energetiche richiede una duplice strategia: la reinvenzione dei mezzi (efficienza) e una prudente moderazione dei fini (sufficienza).

E’ necessario uscire dall’utilizzo di combustibili fossili in quanto si tratta di risorse non rinnovabili, destinate ad un rapido esaurimento. Le principali compagnie petrolifere prevedono che, dal 2020, l’offerta di petrolio non potrà più coprire la crescita della domanda, lo stesso fenomeno è destinato a presentarsi per il gas, nella migliore delle ipotesi, un decennio dopo, ed il carbone, che dal punto di vista climatico è l’opzione peggiore a causa del suo alto contenuto di carbonio, agli attuali consumi, potrebbe durare altri 300 anni (se diventasse la principale fonte di energia si esaurirebbe in meno di 50 anni). Le risorse fossili poi risultano sempre più costose, non solo perché ad una domanda in crescita corrispondono sempre meno risorse disponibili, ma anche perché sono sempre più elevati i costi di estrazione (pozzi più profondi e di difficile accesso) di trasporto e delle “esternalità” (danni ambientali, climatici e sulla salute pubblica) e la loro combustione provoca gravi alterazioni all’atmosfera.

Al tempo stesso però va rigettata qualunque proposta di uscita dai fossili rilanciando il nucleare, cosa tra l’altro molto attuale proprio nell’appuntamento di San Pietroburgo, perché l’energia nucleare comporta un modello di generazione centralizzato, basato su centrali di elevata potenza, del tutto inaccettabile dal punto di vista della sicurezza e della gestione delle scorie. Un modello che richiede sistemi di gestione monopolistici, autoritari ed antidemocratici spesso in opposizione alle comunità locali, il nucleare espone il mondo a rischi di proliferazione delle armi nucleari e al terrorismo e non è in grado di risolvere né il problema energetico né quello del cambiamento climatico.

L'energia nucleare rappresenta nel mondo una fonte di produzione energetica che si aggira, secondo gli ultimi dati dell'Agenzia Mondiale per l'Energia Atomica (AIEA) sul 16% dell'elettricità prodotta per il pianeta e di questa molta riguarda gli ex Paesi dell’Est. D’altra parte i numeri parlano chiaro e in questi Paesi sono attivi 26 impianti nucleari per un totale di 79 reattori, di cui 39 con un tempo di vita che va dai 20 ai 33 anni, realizzati con le obsolete tecnologie sovietiche (Rbmk e Vver), e altri 9 in costruzione. È questo il “fardello” dell’energia atomica portato dai Paesi dell'Est nel panorama dell’attuale Europa a 25 cui si aggiunge il contributo portato dai candidati a entrare con il prossimo allargamento (Romania e Bulgaria sono in fase di pre-adesione e la loro ammissione è prevista per il 2007). Già l’ingresso nell'Unione Europea nel 2004 per molti di essi - Lituania, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria, Slovenia - ha richiesto un impegno da parte dei nuovi aderenti al fine di rispettare le norme di sicurezza e un’assunzione di responsabilità per la chiusura dei reattori più vecchi. Milioni di euro sono stati e saranno investiti in questi anni proprio per lavori di ammodernamento, messa in sicurezza o chiusura, ma nonostante questo, permangono gravi rischi per le popolazioni europee. Solo producendo elettricità e calore con le risorse solari e usando l’energia prodotta con razionalità efficienza e senso del limite si può garantire a tutti l’accesso all’energia e di conseguenza combattere la povertà ed il sottosviluppo e nel contempo limitare i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria, che l’attuale modello di sviluppo produce.

 

Un’Europa diversa è possibile quindi solo con un sistema energetico  alternativo.

Povera di risorse fossili, più attenta degli Stati Uniti ai bisogni sociali e agli obiettivi di tutela ambientale, l’Europa ha tutto l’interesse di porsi all’avanguardia della battaglia per un nuovo modello energetico.  Ma l’attuale liberalizzazione selvaggia del mercato ha ulteriormente allontanato la gestione del sistema energetico da criteri accettabili di equità sociale, di tutela ambientale, di prevenzione del rischio climatico e sicurezza del servizio. Le tariffe sono le stesse di ieri, e nel frattempo sono peggiorati lo stato di manutenzione della rete e la qualità del servizio. Di fronte all’ormai conclamata insostenibilità sociale ed ambientale dell’attuale sistema energetico (basti pensare alle migliaia di vecchi lasciati morire nelle settimane del “gran caldo”), un’Europa, sempre più indipendente dal petrolio, non solo è possibile, ma è quanto mai necessaria.

 

I terreni su cui costruire una svolta radicale nelle politiche energetiche dell’Europa riguardano il rifiuto della logica della guerra preventiva, della guerra per il petrolio, del riarmo. La costruzione delle condizioni, ovunque, per una fuoriuscita dal nucleare sia civile che militare, riducendo i consumi energetici, intervenendo sui modelli di produzione e di consumo,

raggiungendo, nei tempi previsti e anche su base unilaterale, gli obiettivi di riduzione dei gas climalteranti stabiliti nel Protocollo di Kyoto. Ciò andrà fatto senza un utilizzo massiccio dei meccanismi flessibili (in particolare la “truffa” dei crediti di emissione) previsti dal trattato, e cercando anche di andare oltre lo stesso Kyoto. La stessa comunità scientifica mondiale richiede, infatti, impegni di riduzione dei gas serra del 70%. L’obiettivo che l’Europa deve realizzare è di ridurre le emissioni di CO2 del 35% entro il 2020, rispetto al 1990.  Il favorire lo sviluppo di cicli produttivi a minore impiego di materie prime e di energia e a più basso impatto inquinante, disincentivando i fenomeni di delocalizzazione delle attività produttive che approfittano dell’assenza nei Paesi poveri di regole per la tutela del lavoro e dell’ambiente. Facendo una forte programmazione pubblica degli interventi in campo energetico, basata su criteri di trasparenza, sostenibilità ambientale e controllo democratico, che si realizzi attraverso impegni di collaborazione fra le diverse istituzioni locali e le imprese.

 

Per tutte queste ragioni proprio le realtà promotrici del Contratto mondiale per l’energia e il clima, che tra l’altro si pone l’obiettivo strategico e di lungo periodo che entro il 2050, i consumi non rinnovabili, pro-capite, si attestino in ogni Paese del mondo entro la soglia di 1 tep fossile, sfida non banale considerando che oggi un europeo consuma mediamente 3 tep d’energia l’anno, e un americano arriva quasi agli 8,  organizzeranno il 15 luglio, insieme ai parlamentari europei della Gue, Roberto Musacchio e Vittorio Agnoletto un incontro parallelo allo svolgimento del Vertice ufficiale a San Pietroburgo, con il coinvolgimento di molte delle organizzazioni non governative e associazioni ambientaliste russe.

 

Maurizio Gubbiotti

Coordinatore Segreteria Nazionale Legambiente

Responsabile Dipartimento Internazionale Legambiente