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un manuale per gestire i beni comuni



estratti dal volume
Gestire i beni comuni
Manuale per lo sviluppo sostenibile locale

a cura di Alessandro Bratti e Alessandra Vaccari
 
2006 - pagine 376 - euro 24,00 - ISBN 88-89014-42-3

L’idea di approfondire gli strumenti per la sostenibilità locale nasce dalle esperienze del mio recente passato di amministratore locale e dalle esigenze che ho sentito di condividere con altri numerosi colleghi che hanno vissuto in prima persona la nascita e lo sviluppo delle nuove politiche ambientali, dal Summit di Rio (1992) ai giorni nostri, passando dalla fase delle politiche “contro” a quella delle politiche “per”.
Dalle parole di Alessandro Bratti, appare chiaro che Gestire i beni comuni rappresenta una guida per chi è responsabile di decisioni che coinvolgono il territorio e la comunità locale.
Le domande a cui dare risposta sono numerose: è possibile assumere decisioni senza una consultazione interattiva con i cittadini? Come può essere inserita la variabile ambientale nelle politiche di sviluppo? Lo strumentario a disposizione degli amministratori è proporzionato all’obiettivo?
La sostenibilità locale pone questioni che non sono risolvibili ricorrendo solo al tradizionale apparato amministrativo e gestionale. In Italia, nell’ultimo decennio, molti enti hanno sperimentato concretamente nuove politiche di sostenibilità, ma questo patrimonio di conoscenze non si è ancora strutturato in una vera e propria disciplina. I modelli e le applicazioni sono ancora giovani e stanno cercando di sintonizzarsi con le politiche tradizionali, a loro volta sottoposte a revisioni e trasformazioni.
Gestire i beni comuni non è soltanto un repertorio ragionato degli strumenti disponibili: tutti gli autori sviluppano una riflessione sui risultati concreti di ogni esperienza nel suo contesto socio-ambientale e propongono le possibili chiavi di integrazione tra i vari strumenti. Anche alla luce dei nuovi problemi che emergono ogniqualvolta le discussioni sul bene comune si trasformano in “conflitti ambientali”.

Il valore dei beni comuni

Un giovane politico americano, Bob Kennedy, assassinato nel 1968 durante una campagna presidenziale che forse avrebbe vinto, sostenne in uno straordinario discorso attraversato dalle nascenti sensibilità ambientaliste che il prodotto interno lordo “non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro giochi. È indifferente alla decenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre discussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi. Il prodotto interno lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la compassione, né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta, e può dirci tutto sull’America, eccetto se siamo orgogliosi di essere americani”.
Questa dichiarazione di Kennedy, a mio avviso, può essere un prologo perfettamente calzante in un ragionamento più ampio sul valore dei beni comuni e su come quantificarlo. È difficile, infatti, “monetizzare” valori importanti, come la qualità, le risorse ambientali, la coesione sociale, tutte quelle infrastrutture immateriali, insomma, fuori dai parametri dell’economia classica.
Oggi la qualità delle relazioni sociali, delle condizioni ambientali, dei processi produttivi e delle caratteristiche dei prodotti, delle procedure decisionali e amministrative, dell’offerta culturale e formativa, dei servizi di assistenza e di cura delle persone, costituisce il vero carattere dello sviluppo delle nostre società. Le persone e le comunità, i cittadini e gli utenti sempre più esprimono una domanda sociale di qualità alla quale le istituzioni, le imprese e più in generale la politica e la cultura devono rispondere. L’Europa, e in particolare l’Italia, è un importante laboratorio per comprendere le dinamiche e i processi che segnano e attraversano questo passaggio epocale. È il caso dei tanti territori cresciuti sulla valorizzazione del “made in Italy” e delle produzioni tipiche dove l’incrocio tra saperi tradizionali e innovazioni tecnologiche sviluppa economie ad alto valore aggiunto, che producono più benessere e consumano meno energia e risorse fisiche. È il caso della rinascita di quell’Italia dei piccoli Comuni in cui si trova custodito gran parte dell’intreccio di natura e di cultura che rappresenta la quintessenza dell’identità italiana. [...] l’Italia è tutto un proliferare di iniziative ed esperienze orientate alla qualità.
Un caleidoscopio di orgogli locali costitutivi dell’identità italiana, che hanno la qualità come elemento comune del loro codice genetico. A fronte dei processi di globalizzazione in atto le qualità territoriali possono rappresentare l’elemento caratterizzante del nostro paese che ne affermi le peculiarità in un contesto altrimenti fortemente omogeneizzante.
[...]
Ermete Realacci
Presidente VIII Commissione della Camera dei Deputati
(Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici)

 La gestione dei conflitti ambientali

[...] Situazioni di conflitto, a volte irreversibili, si manifestano quando le questioni in discussione riguardano l’autorizzazione e la costruzione di nuovi impianti (recupero o smaltimento di rifiuti, termovalorizzazione, impianti eolici ecc.) a prescindere dal fatto che questi siano o non siano all’interno di una pianificazione attenta alle questioni ambientali.
In questo caso anche il tema della percezione del rischio diventa un fattore da non trascurare.
Sunstein (2004) considera l’analisi costi-benefici fondamentale per affrontare il tema del rischio ambientale e della sua percezione da parte dei cittadini. Egli individua tre aspetti principali che un amministrazione dovrebbe affrontare: 1) cercare di stimare attraverso valutazioni quantitative l’ordine di grandezza di qualsiasi problema si debba affrontare; 2) stabilire le eventuali relazioni tra rischi differenti anche in termini quantitativi se è possibile; 3) cercare di impiegare strumenti efficaci ed economici al tempo stesso. I più importanti di questi vengono individuati nella diffusione dell’informazione, negli incentivi economici, nei contratti di riduzione dei rischi e nell’ambientalismo compatibile con il mercato. Gestire la percezione del rischio e favorire l’intelligenza di ogni problema all’interno del suo contesto più generale diventano così condizioni indispensabili per il contenimento dei conflitti.
Le difficoltà che gli amministratori locali incontrano nella costruzione di opere pubbliche non sono certamente una novità. Susskind J e Cruikshank (1987) scrivevano: “siamo giunti a un’impasse. Le amministrazioni pubbliche non riescono ad agire, anche quando tutti ritengono che qualcosa debba essere fatto… qualsiasi sforzo per costruire prigioni, autostrade, centrali elettriche, case di cura per malati mentali o case popolari è osteggiato da coloro che risiedono nei dintorni. Dal 1975 in questo Paese non è stato costruito neanche un impianto per il trattamento dei rifiuti pericolosi, anche se tutti ritengono che tali impianti siano necessari per evitare il fenomeno della discarica selvaggia”.
Il paese di cui si parla non è l’Italia bensì gli Stati Uniti. Questo problema infatti non è tipicamente locale ma riguarda tutti i paesi.
Come sostiene Bobbio (2004), le comunità locali (o addirittura microlocali) tendono a mobilitarsi contro progetti di interesse generale che percepiscono come una minaccia per i propri interessi (economici o legati alla salute). Da una recente indagine, inceneritori, centrali ma anche linee elettriche e rigassificatori risultano essere in Italia i casi più problematici. Nel nostro paese il fenomeno delle opposizioni a impianti e infrastrutture sta raggiungendo soglie critiche: la gara a chi contesta di più sembra travalicare le ragioni dello sviluppo sostenibile e della giusta ricerca di una valutazione partecipata dell’impatto delle grandi opere, per arrivare allo scontro tout court. Ormai non si fa differenza tra un termovalorizzatore e un impianto di compostaggio, tra la Tav e il ponte sullo stretto. La fenomenologia della contestazione investe anche impianti o infrastrutture ambientalmente sostenibili, come i parchi eolici o gli interventi di bonifica (Nimby Forum, 2006).
I dati aggiornati dell’Osservatorio Gestione dei conflitti ambientali e territoriali parlano oggi di 139 infrastrutture e impianti contestati, e l’analisi si riferisce al periodo dal 15 maggio 2005 al 15 febbraio 2006 (in tutto l’anno precedente erano stati rilevati 190 impianti e infrastrutture oggetto di blocchi e contestazioni da parte delle popolazioni locali). Il trend di “uscita” di articoli di stampa su questi temi è in crescita, con 307 articoli al mese e picchi di oltre 55 articoli al giorno.
Le contestazioni, come sempre, riguardano ogni tipologia di nuovo insediamento industriale sul territorio: ponti, strade, ferrovie, centrali per la produzione di energia elettrica, impianti per il trattamento dei rifiuti. Al top delle contestazioni, come si può immaginare, la tratta ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione; seguono il termovalorizzatore di Trento, la centrale di Bertonico, il termovalorizzatore di Firenze, il rigassificatore di Brindisi.
In tutti questi casi emerge che il fattore scatenante risiede nella carenza di una comunicazione adeguata da parte dei soggetti che propongono gli impianti e le infrastrutture, dalla quale, a cascata, derivano prima legittime diffidenze e poi polarizzazioni che si radicano e divengono inconciliabili.
A volte le comunità interessate possono avere ottime ragioni per opporsi o per lo meno per “volerne sapere di più” rispetto a realizzazioni che cadono sul proprio territorio e che ne influenzano lo sviluppo per il futuro. Le comunità locali sono spesso in grado di difendersi efficacemente, anche trovando alleati importanti negli organi di stampa locali. Si formano comitati spontanei, si organizzano assemblee, proteste. [...]
Le autorità locali e il clima

Gli accordi per l’attuazione del Protocollo di Kyoto hanno previsto il ricorso a strumenti flessibili, i Clean Development Mechanisms e i Joint Implementation, basati sulla collaborazione tra paesi diversi e su strumenti di mercato idonei a contenere il costo globale degli adeguamenti, come ad esempio lo scambio di quote di emissione (emission trading), potenzialmente utilizzabile anche da soggetti che oggi non sono vincolati all’obbligo, ovvero gli enti locali, almeno quelli di dimensioni medio-grandi.
Considerando la tipologia delle azioni definite in Italia per la riduzione dei gas serra (deliberazione Cipe 12 novembre 1998), se si eccettuano i pochi interventi che possono essere realizzati solo a scala nazionale (interventi per incrementare l’efficienza del parco di generazione elettrico e le misure di politica industriale), tutte le altre azioni (la riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti, nell’edilizia residenziale e terziaria e nei settori non energetici, la produzione da fonti rinnovabili e l’assorbimento della CO2 nelle aree naturali o a pascolo) trovano il terreno ideale di realizzazione nella dimensione locale o nel coordinamento e decentramento dell’azione tra i livelli nazionale e locale.
Se, come affermava già nel 1992 l’Agenda 21 adottata a Rio de Janeiro, molti problemi ambientali e di sviluppo – e spesso le loro soluzioni – affondano le radici nella dimensione locale, anche le strategie energetiche, strettamente correlate ai cambiamenti e ai rischi ambientali locali e globali, trovano nella dimensione locale un terreno ideale di sviluppo e realizzazione.
[...]
Le pubbliche amministrazioni e in particolare gli enti locali realizzano, gestiscono e mantengono infrastrutture e servizi sociali, economici e ambientali, hanno responsabilità e compiti in materia di pianificazione e gestione territoriale e urbanistica, definiscono le politiche e le regole ambientali e igienico-sanitarie locali, attuano e supportano le normative e le politiche nazionali.
Inoltre la pubblica amministrazione non è solo attore delle politiche pubbliche, ma è anche un grande consumatore di beni e utente di servizi energetici impiegati per produrre ed erogare servizi ai cittadini. Gli enti locali gestiscono anche importanti parchi veicolari e immobiliari (edilizia popolare, scuole, impianti sportivi, palazzi di uffici ecc.) e infrastrutture di varia natura, il cui funzionamento assorbe energia, consuma beni e servizi, impiega forza lavoro che a sua volta utilizza servizi di trasporto.
E ancora: gli enti locali partecipano talvolta al capitale di aziende o costituiscono consorzi che gestiscono servizi pubblici: dai trasporti ai servizi idrici, dalla gestione rifiuti ai servizi energetici in senso stretto (gas ed elettricità).
Insomma nel complesso delle funzioni, competenze e attività riconducibili alla responsabilità degli enti locali si possono facilmente individuare opportunità di intervento rilevanti per orientare il modello energetico-ambientale locale, anche attraverso l’assunzione di un ruolo guida nella promozione delle scelte di consumo. Le autorità locali sono attori importanti per l’aggregazione della domanda e per la qualificazione dell’offerta, per l’incentivazione di nuovi comportamenti e stili di vita, per la promozione di condizioni favorevoli allo sviluppo di mercati locali, di investimento in nuove produzioni e attività di servizio e per la creazione di opportunità di lavoro nel settore dell’efficienza negli usi finali dell’energia e nello sviluppo delle fonti rinnovabili. [...]