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per una civiltà capace di futuro : come coniugare la sobrietà con l'occupazione e la garanzia dei bisogni fondamentali per tutti .



da carta.org
[30.10.2006]

Come pesci in mezzo al mare
Francesco Gesualdi [Carta 39/06]

Il mondo siede su due bombe: quella sociale e quella ambientale. Mentre le risorse si fanno sempre più scarse, alcuni segnali, come il cambiamento del clima, ci mandano a dire che gli equilibri naturali si stanno alterando. Nel contempo sappiamo che tre miliardi di persone, metà della popolazione mondiale, vivono in condizione di povertà assoluta o quasi povertà assoluta. In altre parole non riescono a soddisfare neanche i bisogni fondamentali: il cibo, l'acqua potabile, il vestiario, l'alloggio, l'istruzione di base. Per contro il 20% della popolazione mondiale vive nello spreco più sfrenato.
Fino a qualche tempo fa si pensava che per risolvere gli squilibri mondiali dovevamo forzarci di portare tutti gli abitanti della Terra al nostro sesso tenore di vita. Poi questo obiettivo è stato abbandonato perché è risultato evidente che questa proposta è insostenibile. Difatti non si concilia con le capacità della Terra di fornire risorse, né di assorbire tutti i rifiuti che verrebbero prodotti. Facciamo un conto. Noi del Nord, che schematicamente possiamo definirci la parte ricca del pianeta, rappresentiamo appena il 15% della popolazione mondiale. Eppure consumiamo l'86% delle risorse della Terra e produciamo circa il 70% dell'anidride carbonica emessa ogni anno. In altre parole, se volessimo garantire ad ogni abitante della Terra il nostro stesso terrore di vita ci vorrebbero cinque pianeti da utilizzare come miniere, come foreste, come campi e come discariche di rifiuti.
Dunque dobbiamo scegliere. Se decidiamo di proseguire lungo la strada della prepotenza, continuiamo pure a consumare così, condannando buona parte dell'umanità nella miseria perenne. Se invece vogliamo fare una scelta di giustizia, allora dobbiamo rivedere in profondità i nostri consumi, in modo da lasciare al resto della popolazione mondiale le risorse e l'energia sufficienti per migliorare le proprie condizioni di vita. Ma, in concreto, di quanto dobbiamo tagliare i nostri consumi? Per rispondere a questa stessa domanda, qualche anno fa la Misereor tedesca ha finanziato una ricerca, che è stata pubblicata anche in Italia, dal titolo "Per una civiltà capace di futuro". La risposta è che se vogliamo garantire al pianeta la salute ambientale e sociale, dovremo ridurre i nostri consumi di materie prime dell'80-90% nel giro di 50 anni.
Di fronte all'idea di dovere ridurre i nostri consumi, la prima reazione è di panico. Nella nostra fantasia si affacciano immagini di privazioni e di sofferenze, ma nessuno propone di tornare alla candela o alla morte per tetano. Il nostro obiettivo deve essere la sobrietà.
Non è facile spiegare cos'è la sobrietà perché è più un modo di essere che di avere. A grandi linee possiamo dire che è uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti, che si organizza a livello collettivo per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni umani con il minor dispendio di energia, che dà alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali, sociali della persona umana.
Varie esperienze personali e di gruppo dimostrano che la sobrietà è possibile ed è liberante. Ma la sobrietà preoccupa per i suoi risvolti sociali. In primo luogo l'occupazione. Se consumiamo di meno, come creeremo nuovi posti di lavoro? Parallelamente siamo preoccupati per i servizi pubblici. Se produciamo di meno, e quindi guadagniamo di meno, chi fornirà allo stato i soldi per garantirci istruzione, sanità, viabilità, trasporti pubblici?
In conclusione, è possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e garanzia dei bisogni fondamentali per tutti? E' possibile passare dall'economia della crescita all'economia del limite, facendo vivere tutti in maniera sicura?
Nel mio libro Sobrietà affermo che è possibile purchè si sappiano mettere in atto quattro rivoluzioni: la rivoluzione degli stili di vita, la rivoluzione della produzione e della tecnologia, la rivoluzione del lavoro, la rivoluzione dell'economia pubblica. Per sommi capi si tratta di ridimensionare il globale, il mercato, e il denaro mentre dobbiamo rivalutare il locale, l'economia pubblica, l'uso diretto del lavoro. Su piccola scala, si stanno già sperimentando delle pratiche economiche che si ispirano a questi principi. Alcuni esempi sono i gruppi di acquisto solidale, la produzione di energia elettrica su base rinnovabile, le banche del tempo. Ma dobbiamo inventarci dei metodi per estendere queste pratiche a livello di sistema. Un passaggio che sembra obbligato è l'introduzione di un meccanismo di tassazione del tempo in associazione o in sostituzione della tassazione del reddito. Una sorta di servizio civile permanente articolato per quartieri e comuni in modo da rafforzare la partecipazione, il senso di comunità e di responsabilità.
Come il pesce non riesce a concepire altre forme di vita al di fuori di quella marina, allo stesso modo noi stentiamo a immaginare altri modi di organizzare la società e l'economia al di fuori della logica della crescita e conseguentemente del mercato e del denaro. Ma se riuscissimo di liberarci delle nostre gabbie mentali, scopriremmo che oltre oltre al vendere e comprare esiste la gratuità, la solidarietà, il bene comune, il fai da te, lo scambio interpesonale, tutti mattoni indispensabili per la costruzione di un'altra economia pensata non per servire i mercanti, ma la gente nel rispetto dell'equità, delle generazioni future e del pianeta.