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l'interesse generale ( COS'E? ? )



 L’interesse generale
Data di pubblicazione: 12.11.2006

Autore: Spinelli, Barbara

Quasi un’eco allo “scandaloso” sfogo di Prodi sulla follia degli italiani, un forte richiamo all’interesse comune. Da la Stampa del 13 novembre 2006

NEGLI ultimi articoli che ha scritto su la Repubblica, Eugenio Scalfari si domanda come mai la politica italiana funzioni così male, come mai sia così difficile far riforme che ridiano forza al paese, e va alla sostanza delle cose: quel che manca è la visione d'insieme, il senso di un interesse generale che trascenda i bisogni dei particolari e i diritti da essi accampati. È il motivo per cui quando guardiamo oggi all'Italia abbiamo l'impressione di stare davanti a uno specchio infranto: nei suoi minuscoli frammenti il singolo - gruppo o individuo che sia - guarda se stesso e si compiace di non veder altro che se stesso. Lo specchio è rotto, questa la triste verità, ma il singolo è come avesse dimenticato quel che un grande specchio può mostrare. Ciascuno si rimira nella scheggia e non pensa ad alcun altro: né al vicino né al lontano, né a chi gli è contemporaneo né a chi nascerà dopo di lui. Dopo di me venga pure il diluvio, dice a se stesso. La morale pubblica diventa oggetto di esecrazione, ed esecrabile è anche chi si dedica alla funzione pubblica. Il particolare giudica ambedue le categorie (morale e funzione pubblica) con un certo pudico fastidio, quasi ne avesse vergogna. Quando ne parla lo fa con parsimonioso distacco, come se l'etica pubblica fosse un affare di cuore: un affare che non deve intorbidire l'asciutta purezza del giudizio.
Scalfari pone una questione essenziale: la più essenziale forse delle questioni contemporanee. In altre parole si chiede se sia possibile, dopo il naufragio delle utopie che promettevano paradisi collettivisti di salvezza, avere ancora un'idea dell'interesse generale e del bene pubblico, o se il mondo che viviamo sia quello dove solo gli interessi particolari hanno visibilità, legittimità e potere. La questione è fondamentale per l'Italia, e Scalfari ricorda le ragioni storiche per cui da noi l'interesse generale è flebile: le frammentazioni dell'epoca dei comuni, il modo in cui si è fatta l'unità nazionale, privilegiando l'annessione a una comune identità. Si potrebbe aggiungere anche la malattia descritta da Leopardi: quello scetticismo ferocemente disilluso, incapace di immaginazione, che impedisce agli italiani di creare una «società stretta».
Ma la questione è essenziale per tutte le democrazie e per l'Europa intera, perché tutte hanno alle spalle quel naufragio delle utopie e tutte sono alle prese con gli effetti che esso ha avuto sul modo di pensare la politica e il governo, i diritti dell'individuo e i suoi doveri.
Ovunque è difficile ricominciare a discutere con serietà di interesse generale, anche se in Italia è difficile in modo specialissimo: nell'agorà, che è la piazza dove i cittadini discutono le loro comuni questioni, è l'idea stessa di questione comune che crea diffidenza, malessere, e chi la propone si isola, inascoltato o frainteso. Quel che seduce le penne e le menti sono le questioni del particolare, le cosiddette questioni-tabù, che il naufragio ha restituito alla vista dopo lungo occultamento. La perniciosa preminenza del pubblico sul privato e sull'individuale, le conseguenze di un interesse generale che soffoca le soggettività e financo le fedi: queste sono le questioni più seducenti. Vengono anche chiamate questioni politicamente scorrette, anche se nel frattempo son diventate le più corrette e correnti, anche tra molti che si dicono riformisti. La cosa veramente più scorretta, soprattutto in Italia, è parlare di interesse generale.
Eppure è di questo che urge parlare, se desideriamo contemplare sullo specchio un paesaggio leggermente più ampio, leggermente meno striminzito e breve della nostra persona. Se vogliamo metter fine alla frammentazione di cui ha parlato ieri il presidente Romano Prodi, quando ha detto: «Il paese è impazzito perché non è più capace di pensare al domani».
Naturalmente non è il paese ad avere tutte le colpe. I principali responsabili sono i politici e la classe dirigente - cioè tutti coloro che esercitano un'influenza sui cittadini anche se non governano - e il paese è piuttosto vittima del loro impazzimento (della frammentazione dello specchio): non si può accusarlo quando preferisce questo o quel partito. Governo e classi dirigenti modellano tuttavia la società civile, quando la influenzano con il proprio esempio, e anche la società ha sue responsabilità ed è soggetta a impazzimenti. Se per natura il popolo fosse incolpevole, i governi dovrebbero sempre decidere misure popolari e mai azzardarne di impopolari. Sicché è da meditare e non da scartare frettolosamente il punto che Prodi solleva quando accenna al paese impazzito e invita a non cercar conforto nelle favole: «È ora che i politici governino anche scontentando: scontentare a volte significa fare il bene di tutti».
Una cosa simile ha detto l'arcivescovo Bruno Forte, venerdì in una conferenza all'università di Chieti, accennando all'evasione fiscale e alla cultura dell'illegalità: se la classe dirigente non ricomincia a «cercare il bene comune più che quello della propria parte», se non rispetta i principi etici nell'ambito pubblico, per forza la società penserà che non pagare le tasse sia legittimo. Invece «è un peccato grave, è rubare!» ha ricordato Bruno Forte, raccontando subito dopo che nel confessionale nessuno mai gli confessa l'evasione. Vuol dire che evadere non è interiorizzato come peccato, dai più. Lo Stato derubato è qualcosa di distante, alieno: non è la personificazione di un superiore patto tra cittadini, che pagano tutti per pagare tutti di meno.
Nei secoli scorsi, è vero, l'interesse generale è stato deturpato. Lo fu sin dal '700, quando venne teorizzato da Jean-Jacques Rousseau. Hannah Arendt ricorda in alcune limpide pagine come l'idea di una volontà generale, di un corpo unanimistico della nazione, abbia ridotto gli interessi particolari a nemici eversivi del bene pubblico. Quest'ultimo è stato sacralizzato, estromettendo la libertà in nome di una falsa uguaglianza. La volontà generale di Rousseau «sostituisce la vecchia nozione di consenso, esclude ogni processo di scambio di opinioni e ogni eventuale tentativo di conciliare opinioni diverse». L'interesse del collettivo cancella le differenze, le spiana in nome di un'amorfa e unanimistica totalità, e sfocia infine «nella teoria del Terrore, da Robespierre a Lenin e Stalin»: una teoria secondo cui «l'interesse di tutti deve automaticamente e permanentemente essere ostile all'interesse particolare del cittadino». Il rivoluzionario collettivista esalta il sacrificio e l'abnegazione, deprezzando quel che c'è di più nobile nel sacrificio. «Il valore dell'uomo viene giudicato dal grado in cui egli agisce contro il proprio interesse e contro la propria volontà». (Arendt, Sulla Rivoluzione, ed. Comunità 1983)
La perversione dell'interesse generale è dunque denunciata con validi motivi. Troppe volte la persona è stata sacrificata sull'altare del bene pubblico, e l'interesse generale suscita scetticismo. Quel che si omette di dire tuttavia è che l'idea di bene comune è stata travisata, avvelenata. Nel comunismo non fu il bene pubblico a vincere: quando un partito si arroga il diritto di definire quale debba essere l'interesse di tutti, escludendo ogni dissenso, il bene pubblico torna a essere il male contro cui era stato invocato. Torna a essere interesse particolaristico, che non include ma esclude, il che vuol dire: l'interesse del più forte. La fine di questa perversione ha riportato infine la persona al centro dell'attenzione. Ha riscoperto i suoi diritti, ha introdotto i diritti della persona anche nel diritto internazionale. Ma ha anche generato nuovi squilibri: perché come salvare dalle macerie quello che c'era di costruttivo, di utile e di morale, nell'interesse generale? Come salvare Rousseau da Rousseau?
L’idea di Rousseau è che l'uomo sia buono per natura, e che la sua corruzione cominci con la differenziazione della società e con il razionale perseguimento dell'interesse particolaristico. Il seme totalitario è qui: è nel terrore di una virtù che si esprime nella volontà una e indivisibile. Quel che è accaduto nei secoli recenti ha smentito tale ipotesi, ma non interamente: l'uomo non è buono per natura, ma è pur sempre vero che la società può renderlo ancora più malvagio - può farlo impazzire - se è governata senza idea d'un interesse generale, d'un bene pubblico cui ciascuno concorre sacrificando un po' di se stesso ed equilibrando i diritti coi doveri.
Cos'è il bene pubblico? È tutto quello che il singolo (individuo, gruppo) non può tutelare da solo, nei tempi lunghi. L'educazione, la sanità, l'acqua, l'aria, e tante cose ancora: sono beni nell'interesse di ogni privato cittadino, ma non finanziabili dal privato. Per definizione, sono interessi della res publica, delle sue leggi e istituzioni. In molti casi neppure lo Stato-nazione può tutelare, ed è l'Unione europea ad occuparsene. Il pensiero moderno (a cominciare dai testi ultimi del filosofo Hans Jonas) aggiunge al classico interesse generale la responsabilità verso le future generazioni e anche verso il futuro della Terra minacciata. Una sorta di responsabilità per il futuro, un'«etica della distanza» che s'aggiunge all'etica della vicinanza e della contemporaneità.
Tutto questo è considerato fastidioso, troppo corretto. La rivoluzione conservatrice americana, cominciata nel '94 con le arringhe di Newt Gingrich contro le servitù della cosa pubblica e dello Stato, ha avuto e ha un'influenza grande ma in questi giorni si sta sfiancando. Trascurando l'interesse generale, queste rivoluzioni creano un vuoto che produce disgregazione, anomia, cultura dell'illegalità, e non per ultimo impossibilità di riforme. E siccome il bisogno di beni comuni e quindi di sicurezza permane, sono altri a riempire il vuoto: le chiese, le sette, le religioni, con le loro leggi esclusive. Oppure, in Italia, la mafia e la camorra.
Se i riformisti non vogliono questi vuoti converrà dirlo, e parlare un po' di interesse generale. Altrimenti non resterà che la compassione dei singoli verso i più deboli: una virtù che non dura nel tempo, che non si sostanzia in istituzioni durature come è accaduto con lo Stato sociale, che alimenta la lotta di tutti contro tutti, che promuove alla fine l'interesse del più prepotente. È la prossima perversione totalitaria in cui rischiamo di cadere.