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dalla tangente alla plusvalenza



da il manifesto
24 Novembre 2006

Dalla tangente alla plusvalenza
Il giudice Paolo Ielo, ex «mani pulite», parla dei nuovi reati finanziari e degli strumenti per combatterli. Ma avverte: «Il grande nemico è la prescrizione dei reati. La Cirielli ha peggiorato tutto»
Bruno Perini

Cirio, Parmalat, Antonveneta, scalata al Corriere della Sera , scandali bancari, bancarotte societarie, dissesti finanziari. L'elenco potrebbe continuare a lungo e toccherebbe le corde dell'intera comunità finanziaria. La storia della criminalità economica in Italia è di vecchia data e segna i passaggi importanti della prima repubblica e della seconda Repubblica. Si potrebbe risalire ai crack Ambrosiano e Sindona o forse più indietro, all'epoca giolittiana, ma per restare ai nostri giorni non si può dimenticare la madre di tutte le corruzioni: Tangentopoli. E' lì che inizia la storia recente del malaffare e della sua punibilità, è lì che si consumano i reati di corruzione, falso in bilancio e concussione. Ed è sempre lì che tra i grandi imputati compare il nostro ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, tuttora sotto processo per corruzione in atti giudiziari, come si evince dal rinvio a giudizio di qualche settimana fa. Ma la storia dei reati finanziari ha un capitolo ancora più recente, che inizia con i crac di Cirio e Parmalat e continua con gli eventi da codice penale che hanno portato alla scalata all'Antonveneta e al Corriere della Sera . Non si tratta più della volgare mazzetta ma di reati più sofisticati come l'insider trading, l'aggiotaggio e una sottilissima ma gigantesca speculazione finanziaria sulle plusvalenze che ha fatto registrare cifre da brivido se confrontate con quelle di Tangentopoli. Si dice che questo sia il nuovo volto della criminalità economica. Non più la bustarella ma pericolosi giochi di ingegneria finanziaria. Che strumenti possiede il codice penale per combattere questo tipo di reati finanziari? Pochi giorni fa lo studio legale anglosassone Norton Rose, in collaborazione con l'Università Statale di Milano, ha organizzato un convegno sui temi relativi alla difesa dei risparmiatori. Tra i relatori c'era anche il gip Paolo Ielo, uno dei magistrati che in veste di pubblico ministero ha partecipato alla stagione di «mani pulite». Gli abbiamo chiesto di tornare sull'argomento da lui trattato per capire qual è lo stato dell'arte in materia di reati finanziari e giustizia penale. «Io sono convinto che gli strumenti di diritto penale sostanziale, in materia di market abuse, siano oggi molto affilati. Si aggiunga l'esistenza dello strumento della responsabilità degli enti, introdotto nel 2001, che consente di ritenere enti e società responsabili per taluni reati commessi nel loro interesse. Una volta non era così. Difficilmente le imprese erano ritenute responsabili di un reato. Dal 2001 molto è cambiato da questo punto di vista e in casi anche recenti questa legislazione è stata messa a frutto. Peccato che questo tipo di strumento legislativo non sia stato esteso ai reati ambientali e agli infortuni sul lavoro, come era previsto dalla legge delega, ma resta pur sempre uno strumento importante». E allora, che cosa manca al codice penale per combattere i reati finanziari? Sembrava che con Tangentopoli reati di questo tipo fossero se non estinti, quanto meno ridotti. Invece si è passati, per così dire, dalla tangente alla plusvalenza. Qual è l'ostacolo principale? «Il problema più serio, soprattutto per questo tipo di reati, è l'effettività della risposta repressiva. E questa può essere realizzata soltanto attraverso la rapidità dei processi, che non vuol dire sommarietà dei processi». A volte si ha la sensazione di un gigantesco gioco dell'oca, nel quale si ritorna sempre allo stesso punto: la prescrizione, altro grande nemico dell'effettività della risposta repressiva. Per i magistrati è una specie di incubo. Cosa c'entra questo con i reati finanziari? «Le risponderò con una metafora: immagini il processo come una specie di circuito automobilistico, da percorrere entro una velocità massima. Da qualche tempo a questa parte da un lato si aggiungono al circuito sempre più curve, dall'altro si riducono i tempi massimi entro cui può essere percorso, accorciando i tempi di prescrizione, com'è avvenuto con la Cirielli». E allora? «Allora succede che i tempi della sentenza definitiva si dilatano sempre di più con effetti devastanti sulla effettività della pena. Se un imputato che ha commesso, ad esempio, reati finanziari - taluni dei quali come il falso in bilancio hanno tempi di prescrizione molto brevi - se la prova del reato è evidente ma vi è una prospettiva di prescrizione, egli non accetterà i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) che riducono i tempi processuali, e attenderà gli effetti dell'estinzione del reato». Ma il nuovo processo non doveva rendere più veloce la giustizia proprio con l'introduzione dei riti alternativi? «Il nuovo processo di tipo accusatorio funziona soltanto in relazione alla quantità di processi che vengono fatti con i riti alternativi. Ma se un imputato ha la quasi certezza della prescrizione è difficile che scelga i riti alternativi, sicchè si verifica un circolo vizioso per cui il sistema processuale non funziona come dovrebbe perché non si scelgono i riti alternativi, i riti alternativi non si scelgono nella speranza, tutt'altro che disperata, della prescrizione, connessa al mancato funzionamento del sistema processuale, e si rischia di lavorar per nulla». Dunque, senza i processi non ci sarà né deterrente né prevenzione. Il sistema politico in tutto ciò non ha nessuna responsabilità? Paolo Ielo preferisce non toccare il delicatissimo tasto della politica ma una battuta la fa: «Io credo che in materia di reati finanziari sarebbe sbagliato pensare soltanto alla repressione penale. E' necessaria una cultura della legalità nel settore che ancora non è completamente attecchita. Sul piano delle risposte tenga conto che negli Stati Uniti, dopo lo scandalo Enron, il sistema politico ha agito con celerità e efficacia attraverso la legge Sarbanes-Oxley (2002). Normativa che porta i nomi di due eletti al Congresso, uno repubblicano e l'altro democratico. Da noi ci hanno messo due anni per fare la cosiddetta legge sul risparmio». C'è si sostiene che alla fine Tangentopoli è stata inutile. Prima c'erano le tangenti, ora la mazzetta continua a circolare ma accanto a quella forma di corruzione ce n'è una più sofisticata che passa attraverso i giochi della grande finanza. Non era ancora finito il caso Parmalat che è scoppiato il caso Antonveneta. La stagione di mani pulite è passata dunque invano? Su questo punto Ielo non ha esitazioni. «Tangentopoli non è passatta affatto invano. E' stata una svolta importante perchè si è stabilito che tutta una serie di reati potevano essere perseguiti. Prima di allora le cose stavano diversamente. Ricordo che Pier Camillo Davigo, replicando a chi parlava di rivoluzione giudiziaria, definì Tangentopoli la restaurazione della legalità». Eppure i reati finanziari, pur avendo cambiato natura, continuano a perversare. «Ha detto bene lei: è cambiata la natura dei reati perseguiti perchè si è imposta una nuova realtà. Negli ultimi anni abbiamo avuto casi di default che hanno imposto alla magistratura nuovi tipi di indagine. Come dire, è la realtà che si è imposta con la forza dei fatti. Ma anche in questo caso, è bene ripeterlo, sarà determinante la velocità dei processi ed il ruolo della prescrizione, se in futuro vogliamo prevenire questo tipo di reati». Qualcuno invoca gli Stati Uniti e la democrazia americana a proposito del ruolo della magistratura. «Negli Stati Uniti quando si percorre un procedimento penale si va fino in fondo, senza prescrizioni. Qualche volta da noi si dimentica che la prescrizione è un costo per lo Stato».