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le radici perdute dell'uomo contemporaneo



dal corriere della sera di giugno 2006
Identità:  le radici perdute dell´uomo contemporaneo
TZVETAN TODOROV

NON SONO ovviamente il primo a interrogarmi sui tratti caratteristici dell´identità europea. All´indomani della prima guerra mondiale, il poeta e saggista francese Paul Valéry ne aveva proposto un´interpretazione che aveva conosciuto una grande notorietà. Io chiamo europei, diceva in sostanza Valéry, i popoli che nel corso della loro storia hanno subito tre grandi influenze: quelle che possono essere simbolizzate dai nomi di Roma, Gerusalemme e Atene. Da Roma vengono l´impero con il potere statale organizzato, il diritto e le istituzioni, lo status di cittadino. Da Gerusalemme, o per meglio dire dal cristianesimo, gli europei hanno ereditato la morale soggettiva, l´esame di coscienza, la giustizia universale. Atene, infine, aveva lasciato in eredità il gusto della conoscenza razionale, l´ideale di armonia, l´idea dell´uomo come misura di tutte le cose.

Chiunque possa fregiarsi di questa tripla eredità, concludeva Valéry, può a giusto titolo essere definito europeo.
Il cristianesimo ci ha lasciato in eredità non soltanto le idee di individuo e di universalità, o il gusto della conoscenza del mondo, ma anche, per quanto possa apparire paradossale, l´idea di laicità. È con le frasi del Cristo, «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21), oppure «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), che la necessità di separare terra e cielo, gli affari dello Stato e quelli della Chiesa, compare per la prima volta. Il teologico non conduce al politico, la trascendenza è vissuta in modo individuale. La tradizione greca, a sua volta, ci trasmette anche un´idea politica importante, quella di democrazia. La comunità di tutti i cittadini è ormai responsabile del destino politico dello Stato nel suo insieme. Il potere assoluto del tiranno, del re o degli aristocratici, vale a dire di una minoranza, è messo in discussione. La democrazia greca, ovviamente, è imperfetta rispetto alla forma che hanno assunto oggi le nostre esigenze democratiche, perché più della metà della popolazione, all´epoca, ne era esclusa: le donne, gli stranieri, gli schiavi. Ma resta comunque il fatto che quella è stata la prima apparizione del concetto di sovranità popolare.
Potremmo anche aggiungere altre fonti dell´identità europea, oltre a quelle scelte da Valéry , potremmo in particolare insistere sui contributi dell´epoca moderna, che ci sembrano altrettanto essenziali per l´identità culturale del nostro continente. Il secolo dei Lumi, che sintetizza e sistematizza il pensiero europeo dei secoli precedenti, occuperebbe in questo caso un posto di primo piano. L´idea di autonomia, messa in risalto da Kant, consiste nell´affermare che ogni essere umano è in grado di conoscere il mondo autonomamente, e di decidere del proprio destino. Proprio come il popolo è sovrano in una democrazia, l´individuo lo può diventare nel proprio ambito personale. Il XVIII secolo vede inoltre l´avvento dell´umanesimo, vale a dire della scelta che consiste nel fare dell´uomo stesso la finalità dell´azione umana. Lo scopo dell´esistenza umana sulla terra non è più cercare la salvezza della propria anima nell´aldilà, ma raggiungere la felicità sulla Terra. Il riconoscimento di una pluralità legittima, che sia quella delle religioni, quella delle culture o quella dei poteri in seno a uno Stato, va ad aggiungersi anch´esso all´eredità che l´Illuminismo ha lasciato all´identità europea: essa incorpora il concetto di pluralismo.
Arrivati a questo punto, non possiamo fare a meno di provare un certo orgoglio – come ci sembra bella l´Europa, come coincide felicemente con i valori che ricevono oggi unanime approvazione! – e allo stesso tempo un certo disagio: è la stessa soddisfazione che ricaviamo da questo quadro a metterci sull´avviso. E se fosse il presente a dettarci questa lettura benevola del passato? Non stiamo forse reiterando il nostro ideale contemporaneo, contentandoci di cercargli delle prefigurazioni storiche? Queste prefigurazioni esistono, senza dubbio, ma sono ben lungi dall´essere le uniche; scegliendo queste a discapito di altre, ci affidiamo a una lettura estremamente selettiva del passato. L´idea di uguaglianza fra tutti gli esseri umani ci viene dalla storia europea, ma anche quella di schiavitù non le è certo estranea. La tolleranza è europea, ma il fanatismo e le guerre di religione lo sono altrettanto. Il rispetto dell´autonomia di ognuno è una conquista europea, ma anche conquiste molto più materiali, la sottomissione dei popoli stranieri alla volontà del più forte, l´imperialismo stesso, appartengono al patrimonio europeo. Scegliendo nel passato unicamente ciò che conviene al presente, tradiamo la storia reale sostituendola con una storia pia, conforme alle esigenze del "politicamente corretto" del momento.
Per uscire dall´impasse in cui ci troviamo, mi vedo obbligato a modificare il mio quadro concettuale iniziale. E, per cominciare, a ricordare che l´identità collettiva di cui l´individuo è parte non è mai unica. Gli esseri umani non hanno alcuna difficoltà ad assumere più identità alla volta, e dunque a provare molteplici solidarietà. Questa pluralità è la regola, non l´eccezione. Oltre che, per fare un esempio, "francese", io mi riconosco anche come originario di una certa regione, come uomo o donna, come un adolescente o un pensionato, come un individuo appartenente a un determinato ambiente, che esercita una determinata professione, che professa una determinata religione. Per fortuna, non dobbiamo preoccuparci di insegnare alle persone come convivere con molteplici identità: ognuno, come un giocoliere, maneggia questa pluralità con la massima facilità! Lascio per il momento da parte la mia identità sessuale, o professionale, o generazionale, concentrandomi sulle entità geografiche.
Come situare adesso, di fronte alle identità locali, nazionali e universali, a cui nessuno vuole rinunciare, un´identità spirituale europea? C´è ancora spazio per essa? Io credo di sì, ma a condizione di darle un contenuto preciso. L´unità della cultura europea risiede nella sua capacità di gestire le diverse identità regionali, nazionali, religiose, culturali che la costituiscono, e di trarne profitto.
I pensatori del XVIII secolo introducono il pluralismo come valore all´interno dello Stato: Montesquieu interpreta la contrapposizione fondamentale tra Stati moderati e Stati tirannici come quella tra la ripartizione dei poteri tra più soggetti o la loro concentrazione nelle mani di uno solo; solo gli Stati moderati favoriscono la libertà; e, parallelamente, affermano i benefici del pluralismo su scala internazionale: l´equilibrio è meglio dell´unificazione. Noi abbiamo seguito i loro precetti. Oggi, l´Unione Europea ha voltato le spalle ai tentativi di unificazione attraverso la forza, come quelli perpetrati da Carlo Magno e da Carlo V, da Napoleone e da Hitler, per ispirarsi al modello pluralista eredità dell´epoca dei Lumi. Il suo progetto non è mettere una nazione europea al posto delle nazioni che compongono l´Unione, ma organizzare la loro coabitazione in maniera che tutti traggano profitto dall´apprendimento a cui conduce la pluralità: l´apprendimento della tolleranza, dello spirito critico, del distacco da sé. Il cammino unico che ha condotto alla creazione dell´Unione Europea a partire da una pluralità di Stati autonomi e consenzienti ha prodotto anche quell´identità unica e allo stesso tempo aperta che distingue l´Europa da altri grandi insiemi presenti sulla scena mondiale, come la Cina, l´India, la Russia o gli Stati Uniti. Gli europei, il cui motto ufficiale è «uniti nella diversità», sembrano essersi ispirati alla massima di Leibniz: «La varietà del mondo è meravigliosa, soprattutto quando è ricondotta a unità». Non sono al termine delle loro fatiche, ma la strada intrapresa è quella giusta.

Il ballo in maschera dell´Occidente
AMARTYA SEN

VIVIAMO in un mondo diviso, disgregato dalla disuguaglianza economica e dalla disaffezione politica, ma anche, sempre di più, dalla coltivazione, a fini violenti, di sistemi univoci di classificazione degli individui, che limitano profondamente la ricchezza degli esseri umani. Lo sfruttamento di un´identità conflittuale si manifesta in molte forme diverse, in distinte aree dell´interazione sociale. Gli individui combattono contro altri individui in nome di ciò che la loro presunta identità unica esige da loro, dividendosi rispettivamente secondo criteri di razza, di religione, di etnia o di nazionalità: tali divisioni si traducono in scontri razziali, massacri intercomunitari o stragi politiche.
In cui immancabilmente finiscono con l´essere cancellate tutte le altre affiliazioni degli individui diverse da quella specifica caratteristica in nome della quale viene combattuta un´artificiale battaglia ideologica. A livello globale, la forza divisoria della classificazione univoca assume sempre di più la forma della difesa di una separazione rigida, e teoricamente impenetrabile, tra religioni, o comunque tra civiltà concepite su base religiosa. Il XX secolo, nella sua fase terminale, ha visto fiorire le teorie – formulate esplicitamente o avanzate implicitamente – sul cosiddetto "scontro di civiltà". Spessissimo, ormai, gli aspetti politici dello scontro globale in corso sono considerati un corollario delle divisioni religiose o culturali a livello mondiale, e il mondo è visto sempre più spesso, quanto meno indirettamente, come una collettività di religioni, o di cosiddette "civiltà" definite innanzitutto in base alla religione, un´ottica che ignora tutti gli altri modi, e sono centinaia, attraverso cui gli individui vedono se stessi. Tutto questo è basato sul curioso presupposto che la popolazione mondiale possa essere classificata esclusivamente in base a un sistema di suddivisione unico e dominante.
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Questa visione univoca dell´identità, che attualmente è molto in voga, non è solamente incendiaria e pericolosa, è anche incredibilmente ingenua. Nella vita quotidiana, noi ci consideriamo membri di una quantità di gruppi, e a tutti questi gruppi riteniamo di appartenere. La stessa persona può essere, senza che ciò rappresenti la minima contraddizione, cittadina americana, di origine asiatica indocinese, con antenati vietnamiti, cristiana, progressista, donna, vegetariana, storica, insegnante scolastica, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, velocista, musicista jazz e profondamente convinta che gli alieni, immigrati dallo spazio nel corso dei secoli, siano presenti in massa sulla Terra e che siano facilmente identificabili in virtù della loro propensione a citare incessantemente Shakespeare (che è materia di insegnamento comune nei licei spaziali). Una persona possiede molte affiliazioni diverse, alcune abbastanza consuete (per molti versi assolutamente ordinarie, come l´essere ricco o l´essere povero, l´essere donna o l´essere uomo), altre piuttosto particolari, perfino eccentriche (a volte estremamente eccentriche). Ma ognuna di queste collettività, a cui la persona in questione appartiene simultaneamente, le conferisce un´identità specifica che può avere grande importanza, a seconda del contesto e delle circostanze, per determinare il suo comportamento e le sue priorità.
Data la natura ineludibilmente plurale delle nostre identità, siamo chiamati a prendere decisioni (a scegliere) sull´importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni determinato contesto. Se i terroristi e gli istigatori di violenza cercano di coltivare e sfruttare l´illusione di unicità, la classificazione a senso unico della popolazione mondiale in base a un unico criterio identitario dominante, legato alla civiltà di appartenenza, facilita loro il compito. Quelli che amano classificare per civiltà possono usare questo metodo come base di partenza per arrivare a sostenere la tesi dello "scontro di civiltà" (strada oggi molto battuta), oppure possono imboccare la via, confortevole e rassicurante, che porta a raccomandare il "dialogo tra civiltà", che è un sentimento di gran lunga più bello (e non del tutto impopolare anche nelle stesse Nazioni Unite): entrambi gli approcci, tuttavia, sono accomunati dall´errata convinzione che le relazioni tra esseri umani differenti, con tutte le loro diverse diversità, possano in qualche modo essere espresse sotto forma di rapporti tra civiltà, invece che di rapporti tra persone. Tutti e due questi approcci, in un modo o nell´altro, ci rendono più difficile adempiere a quelle che sono delle necessità, e cioè ragionare sulla varietà di affiliazioni e associazioni che ci caratterizza e assumerci la responsabilità delle nostre scelte.
Un esempio dei danni che provoca un simile approccio è bene illustrato dal modo in cui il mondo occidentale si è appropriato del patrimonio storico mondiale in materia di scienza e matematica, arrivando a considerare la scienza e la matematica moderne come discipline occidentali per eccellenza (nonostante molti fondamentali concetti scientifici o matematici abbiano origine da tutt´altra parte). Per fare un esempio, quando un matematico americano dei giorni nostri ricorre a un "algoritmo" per risolvere un difficile problema di calcolo, sta rendendo omaggio – di solito senza saperlo – ai contributi del matematico musulmano del IX secolo al-Khwarizmi, dal cui nome deriva lo stesso termine di algoritmo (il termine "algebra" viene dal libro arabo Al-Jabr wa-l Muqabalah). Ignorando l´importanza di questa tradizione storica araba e musulmana, le grossolane classificazioni per civiltà tendono a mettere la scienza e la matematica nel paniere della "scienza occidentale", lasciando le altre civiltà a cercare motivi d´orgoglio nella profondità delle dottrine religiose. E il risultato è che i militanti non occidentali concentrano la loro attenzione sulle tematiche che li differenziano dall´Occidente (come i credi religiosi particolari, le usanze locali caratteristiche e le specificità culturali), invece che su quegli argomenti che rispecchiano le interazioni globali (e che includono la scienza, la matematica, la letteratura, la musica, la narrazione, la libertà di espressione e così via). La compatibilità tra oltranzisti occidentali ed estremisti islamici – né agli uni né agli altri, per fare un esempio, importa granché di un al-Khwarizmi – è una delle più perniciose alleanze di fatto di questo nostro inizio di secolo.
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Qualcosa di analogo si può dire del modo in cui l´oltranzismo occidentale si è appropriato del fondamentale concetto dell´assumere le decisioni attraverso il dibattito e il confronto pubblico, concetto che può essere considerato la base della democrazia deliberativa nel mondo moderno. La lunga tradizione di esempi di questo genere di processo deliberativo in Africa, in India, in Iran e nell´Asia occidentale, in Cina, in Giappone e nell´Asia orientale, viene totalmente ignorata allo scopo di creare la tesi peculiare dell´"eccezionalismo" occidentale. I fautori di questa visione della storia un tantino superficiale spesso ricorrono a ogni possibile diversivo per distogliere l´attenzione dai numerosi esempi di tolleranza e dialogo presenti nella storia mondiale, altrettanto diffusi degli esempi di intolleranza. La tesi dell´origine esclusivamente occidentale della democrazia deliberativa può essere sostenuta a partire da una curiosa, doppia rimozione: da un lato la rimozione degli esempi di tolleranza nelle culture non occidentali, dall´altro la rimozione dei casi di manifesta intolleranza all´interno della tradizione occidentale.
Non si dà alcuna importanza, ad esempio, al fatto che quando l´eretico Giordano Bruno veniva bruciato sul rogo a Roma con l´accusa di apostasia, l´imperatore indiano Akbar, un musulmano, aveva appena portato a termine il suo progetto di tradurre in legge il diritto di ogni cittadino a professare liberamente la propria fede, e aveva appena completato una serie di intensi incontri di discussione che avevano coinvolto le diverse comunità religiose presenti in India: induisti, musulmani, cristiani, ebrei, parsi, giainisti e altri, inclusi gli atei. La persecuzione operata dalle inquisizioni europee, o dai nazisti, se è per questo, sono implicitamente considerati casi insignificanti, mentre gli episodi di intolleranza nella storia islamica e nella storia di altre società non occidentali sono visti come la prova evidente dell´onnipresente intolleranza esistente in quelle società, svolgendo la funzione di fondamento empirico per lo sviluppo di una teoria monolitica sulla natura unicamente e intrinsecamente "occidentale" della tolleranza e del processo decisionale condiviso.
Le lezioni che traiamo dalla storia non possono, naturalmente, non basarsi su un´elaborata selezione, e non c´è niente di strano nel fatto che i democratici abbiano ragioni a sufficienza per celebrare certe conquiste del passato e contestualmente sminuire il pessimismo generato dalle infrazioni alla regola della tolleranza sociale e del dialogo pubblico. Questa selezione distorta viene fornita come dimostrazione della tesi, inspiegabilmente dogmatica, della contrapposizione tra il liberalismo dell´Occidente e l´intolleranza del resto del mondo, tesi che meriterebbe un´analisi molto più approfondita di quanto non avvenga normalmente.
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La grossolanità di questa "teoria delle civiltà" generata dall´illusione "solitarista", oltre a menomare la nostra capacità di comprensione della storia mondiale e del mondo contemporaneo, e a impedire una comprensione adeguatamente approfondita delle influenze causali che stanno dietro ai recenti sviluppi del terrorismo globale, confonde le idee su una serie di questioni politiche. Uno degli argomenti più penalizzati dalla retorica riduzionistica è quello dell´individuazione dei modi e dei mezzi per contrastare il terrorismo globale . Ma la ristrettezza della "teoria delle civiltà" rappresenta un ostacolo, un ostacolo artificiale, anche in molte altre questioni di rilevanza politica, tra cui la valutazione dei problemi creati dall´immigrazione da un Paese a un altro.
Al di là della gravità dei problemi pratici di un flusso migratorio in entrata relativamente cospicuo (e non si fa fatica a concepire problemi di difficile soluzione che siano reali, e non immaginari), va anche tenuto conto del fatto che storicamente le civiltà hanno tratto grande beneficio dall´immigrazione, sia l´immigrazione delle persone che quella delle idee. Anzi, la rapida diffusione delle idee spesso è stata merito dei movimenti delle persone. Non voglio dire che dovrebbe prevalere una concezione ampia della positività dei movimenti migratori, mettendo in secondo piano tutti gli argomenti che possono essere avanzati a discapito, ma difficilmente potremo giungere a una soluzione adeguatamente obbiettiva di determinati problemi se ci ostiniamo a non tenere minimamente conto di considerazioni generali. La specificità di un problema consiste in una descrizione delle sue dimensioni e del suo ambito. Non consiste in un irresistibile invito a essere limitati, sia di spirito che di mente. La storia dell´Europa, dell´Asia, dell´Africa, dell´America, sarebbero alquanto incomplete se le migrazioni fossero considerate ininfluenti. Poiché la tesi dello "scontro di civiltà" tende a promuovere, quantomeno implicitamente, una visione estremamente limitata della storia delle civiltà, è particolarmente importante esporre con chiarezza le tematiche generali.
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Se la follia della "teoria delle civiltà" è un esempio efficacissimo del danno che produce un sistema di classificazione "solitarista", esistono molte altre applicazioni, in altri ambiti dell´interazione sociale, di quello che è fondamentalmente il medesimo, scarno approccio. Lo stesso problema dell´immigrazione è caratterizzato da molte altre semplificazioni eccessive, legate alla tentazione di attribuire un´importanza univoca a una determinata identità umana. Per illustrare l´ampiezza e la portata del problema, mi soffermerò brevemente su alcune delle questioni che forse non sono affrontate nel modo dovuto negli Stati Uniti, con i loro dibattiti sull´immigrazione illegale e l´identità linguistica e letteraria.
Pensiamo, ad esempio, alla strombazzatissima richiesta di espellere dagli Stati Uniti tutti gli immigrati illegali, proposta che ultimamente sta guadagnando un certo seguito, nonostante la straordinaria storia di accoglienza ai nuovi arrivati che può vantare questo Paese. Gli immigrati clandestini, questo è ovvio, hanno l´identità di immigrati, oltre che quella di clandestini, e le autorità devono tenerne conto al momento di definire la linea politica da seguire sull´argomento. Ma, con l´aiuto di una propaganda ad hoc, gli americani già insediati nel Paese possono venire persuasi a considerare l´identità di immigrato clandestino come una descrizione completa di questi individui. Eppure queste persone hanno anche altre identità, non semplicemente quelle, che li accomunano a tutti noi, relative alla loro natura di esseri umani e al loro impegno per la loro famiglia e la loro comunità, ma anche quelle identità relative alla professione che svolgono, al ruolo particolare che interpretano nel sistema economico e alla prospettiva globale che apportano – direttamente o indirettamente – al dibattito pubblico americano.
L´identità ha un ruolo importante anche riguardo al trattamento di coloro che già sono immigrati e si sono stabiliti qui, negli Stati Uniti, oggi, a prescindere dal fatto se abbiano già acquisito o no la cittadinanza americana. In questo contesto, la questione della lingua è importante. L´apprendimento dell´inglese dovrebbe essere imposto a tutti? Certo, è evidente l´importanza che riveste la padronanza dell´inglese per chiunque venga a stabilirsi in questo Paese, e quello di cui si può fruttuosamente discutere sono i modi e i mezzi per ottenere questo risultato.
La cosa particolarmente nociva, però, è la proposta, di cui si è parlato molto, che mira a cancellare il diritto a ricevere spiegazioni sulle leggi federali e altri strumenti legali in una lingua che non sia l´inglese. La proposta ha senso soltanto in un contesto di profonda confusione tra il tipo di identità linguistica che una persona dovrebbe idealmente avere (in particolare essere in grado di parlare inglese, oltre a qualsiasi altra lingua che l´individuo in questione può aver imparato da piccolo) e l´identità linguistica che una persona effettivamente ha, che può essere ben lontana dall´ideale, in qualsiasi frangente, se quella persona, magari nonostante tutto l´impegno possibile, non possiede un´adeguata padronanza dell´inglese. Poter avere accesso alle leggi e alle normative è parte dei diritti fondamentali dell´individuo, e l´importante identità degli esseri umani in quanto persone in possesso di questi diritti fondamentali non può essere arbitrariamente rimossa adducendo punitive motivazioni di insufficienze linguistiche.
C´è poi una considerazione molto generale da fare, che si aggiunge alle tematiche che ho trattato in questi ultimi minuti. Una quota importante della violenza presente nel mondo in questo momento nasce dalla focalizzazione sull´identità religiosa degli esseri umani, come se nient´altro avesse importanza. In questo contesto, sostenere la rilevanza di un altro strumento di classificazione, diverso dalla religione, vale a dire le lingue che parliamo e con cui ci troviamo a nostro agio, contribuisce, secondo me, a neutralizzare l´artificiosa brutalità dei conflitti interreligiosi.
La lingua ha interpretato un ruolo simile in molti movimenti politici. Un esempio è la secessione del Bangladesh, dove la rilevanza attribuita alla lingua bengalese ha avuto l´effetto di rendere più semplice, al nuovo Stato, sviluppare una politica non religiosa – per non dire laica – e ha aiutato la consistente popolazione non islamica del Bangladesh a integrarsi meglio con la comunità maggioritaria, a cui era accomunata dalla lingua bengalese, a prescindere dalla fede religiosa. Di più: lo spostamento dell´attenzione dalla religione alla lingua ha avuto un grande effetto lenitivo, contribuendo a seppellire il ricordo degli scontri degli anni 40 tra induisti e musulmani in quello che oggi è il Bangladesh (analogamente a quanto accadeva nel resto del subcontinente): un processo costruttivo che è cominciato quasi subito dopo la divisione del subcontinente, avvenuta nel 1947 (molto prima della nascita del Bangladesh, nel 1971).
Il punto da affermare riguardo all´identità è il seguente: concentrare l´attenzione su un altro elemento di identificazione, diverso dalla religione, rappresenta un passo avanti, nel mondo di oggi, perché toglie centralità ai conflitti religiosi. La tendenza, nel mondo contemporaneo, a privilegiare un´identità in particolare rispetto a tutte le altre ha già fatto grandi danni, fomentando violenze razziali, conflitti intercomunitari, terrorismo religioso, repressione degli immigrati, negazione dei diritti umani fondamentali e via discorrendo. Mentre il nuovo secolo si dipana, è importante riaffermare la pienezza di esseri umani non miniaturizzati nella gabbia di un´unica identità. Non ci dobbiamo far rinchiudere in tanti piccoli compartimenti, come vorrebbero gli artigiani del malcontento e del terrore. Un unico, limitato sistema di classificazione non è in grado di cogliere la grandiosità dell´essere umano. Questa, a mio parere, è la sfida centrale del pensiero identitario all´inizio del XXI secolo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)