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il dizionario dell'altra economia



da carta.org.
[29.11.2006]
Strade antiliberiste
Intervista a Jean-Louis Laville di G. Carmosino e S. Di Nella

Tra le novità editoriali di queste settimane, il "Dizionario dell'altra economia" di Jean Louis Laville e Antonio Davi Cattani [Sapere 2000], merita una segnalazione. Se non altro perché dimostra la crescita culturale di un movimento che interessa sempre più non solo ricercatori, operatori, amministratori, giornalisti, economisti e sociologi [come Laville], ma soprattutto cittadini comuni alla ricerca di strade diverse dalle ricette liberiste. Economia sociale ed economia solidale, critica allo sviluppo e decrescita: di certo, come spiega Laville nel libro e in questa intervista realizzata da Carta - in occasione di un incontro promosso a Roma dall'ufficio di Autopromozione sociale del Comune di Roma - l'altra economia è un movimento plurale e nonostante tutto piuttosto vivace.
I movimenti sociali che da Seattle ai forum sociali mondiali chiedono un'economia diversa da quella globale costruita introno al libero mercato sono figli dell'economia sociale e dell'economia solidale. Esiste un filo rosso che unisce queste due forme di economia e perché oggi si parla sempre sempre più spesso invece di "altra economia"?
L'altra economia ha una lunga storia attraverso la quale si può provare a capire perché oggi comprende sia forme di economia sociale che di economia solidale. L'idea di altra economia è nata nella prima metà del diciannovesimo secolo quando alcune associazioni hanno provato a vedere come, mentre l'economia di mercato cominciava a entrare in crisi e si inizava a parlare di "questioni sociali", era possibile fondare un'economia non solo sui principi dell'interesse e dell'utilità, ma sui principi della solidarietà.
Per riprendere i termini usati da alcuni allora, non si può avere la democrazia nella società e la monarchia nell'impresa. Il senso di fratellanza che unisce cittadini liberi e uguali può avere una traduzione nell'economia
Nel tempo si sono distinte due correnti in seno a chi raccomandava la solidarietà nell'economia. Una corrente di solidarietà filantropica che è stata la corrente con la quale il liberismo ha provato a reintegrare la solidarietà, sostenendo un modello basato su rapporti di tipo individuale di compassione e di benevolenza, rapporti regolati da parte dei più benestanti nei confronti dei più poveri. Si trattava di un progetto che per la prima volta non si riferiva più alla religione, ma conservava tuttavia interamente la distanze tra il donatore e il beneficiario.
Dall'altro lato c'era la solidarietà democratica, cioè l'idea che la solidarietà era un legame sociale volontario che univa delle persone su un piano di uguaglianza a partire dai nuovi diritti di cittadinanza. Questa solidarietà aveva due caratteristiche: il fatto che erano reti orizzontali tra persone che volevano avere un obiettivo comune e che organizzavano la produzione, il mutuo aiuto e che avevano un certo numero di richieste politiche da rivolgere al potere democratico.
Per molto tempo è esistito un forte contrasto tra la solidarietà filantropica e la solidarietà democratica: nella seconda metà del diciannovesimo secolo, alla fine, la solidarietà democratica è riuscita a diventare la base di quello che sarà progressivamente lo stato sociale. Ma in quel momento, si è dimenticata la dimensione iniziale della solidarietà orizzontale per pensare che, da un lato c'era l'economia di mercato, e dall'altro lo stato sociale che poteva prelevare dall'economia di mercato per ridistribuire secondo norme determinate dalla legge. Quello che è stato importante in quel passaggio, è che la solidarietà non era più un rapporto interindividuale ma una relazione che implicava l'esistenza di diritti sociali. È stato un passo in avanti, ma nello stesso tempo ha rimandato l'associazionismo a un ruolo secondario, perché i pilastri della società erano il mercato e lo stato.
Nello stesso tempo, nei nuovi statuti, si è cominciato a parlare di economia sociale, con una dimenticanza di quello che era stata l'origine dei tentativi di economia solidale, cioè un progetto di cambiamento politico e sociale. Ciò che ritroviamo da venti o trenta anni attraverso tre generazioni di innovazioni e sperimentazioni nuove - la generazione di quelli che hanno voluto dare nuove possibilità di presa di parola degli utenti nel settore pubblico, quelli che hanno voluto dare nuove possibilità a chi era escluso del mercato del lavoro, quindi agire nel campo dell'inserimento, e poi questa terza ondata più culturale con l'emergenza del movimento del software libero e di luoghi culturali e di attività nel campo della vita quotidiana e dei servizi - è l'idea secondo cui le iniziative hanno una doppia componente, economica, e in questo sono imprese, e politica, perché sono anche azioni collettive. Questa tensione e questa volontà di iscriversi in queste due sfere, quella economica e quella politica, è la caratteristica dell'economia solidale ed è anche la differenzia rispetto all'economia sociale che si è più istituzionalizzata.
Che ruolo hanno giocato in questi ultimi anni i forum sociali mondiali rispetto ai temi dell'altra economia?
Il momento in cui è stata introdotta la discussione sull'altra economia a livello mondiale è interessante anche a livello dei forum sociali, perché è il momento in cui si è passati dall'antimondializzazione, cioè di un movimento di movimenti che era basato sulla protesta, a una rete di movimenti che ha ammesso la necessità di articolare strettamente le proteste, che sono necessarie, con delle proposte concrete. Andando in questa direzione, che non è stato facile nemmeno all'interno della rete che promuove il forum sociale mondiale, mi sembra che ci si sposti rispetto a quello che è stata la rappresentazione dominante del cambiamento sociale del ventesimo secolo, ovvero quello di una rottura radicale con il liberismo. Prevale una rappresentazione del cambiamento sociale ancorata a delle pratiche. La novità degli ultimi annim duqneu, è nel nostro sistema a dominante capitalista, non c'è più solo la dominante capitalista che si esprime, ci sono altre forme e altre logiche anche se sono ancora subordinate al capitalismo.
Il problema è riuscire a costituire reti che permettano a queste esperienze di economia altra di vivere in condizioni meno difficili, di consolidarsi e di rinforzare il loro capacità di trovare consensi. È per questo che, a livello di concettualizzazione, non basta aggiungere un "settore" che sia residuale rispetto agli altri settori che rimarrebbero incambiati, così è nata l'espressione "terzo settore". Si tratta di avere una capacità di interpellazione - penso ad esempio al caso del movimento del commercio equo e solidale - su come funziona il resto dell'economia.
Nei tuoi libri sostieni che è esiste un interessante modello di economia "ibrido", costituito da economia informale, economia pubblica ed economia di mercato. Di cosa si tratta esattamente?

Nella maggior parte delle esperienze di economia solidale non conta tanto l'aumento della dimensione delle attività, quanto il fatto che si mostri che ci sono altri modelli economici che possono funzionare. E a partire da questi modelli terzo settore è possibile smarcarsi dalla naturalizzazione dell'economia dominante, che è sempre stata una delle forze del neoliberismo: ovvero, non c'è altra scelta. Questa assolutizzazione dell'economia di mercato liberista è stata rinforzata dal disastro del totalitarismo al ventesimo secolo. Ha trovato una nuova legittimità: il neoliberismo si è imposto anche perché, storicamente, quello che era stato mostrato come un modello alternativo si era concluso come una catastrofe.
Invece, dal momento in cui le attività di economia solidale hanno la volontà di essere accessibili a tutti - per esempio nei servizi - si suppone, da una parte che ci siano negoziati con i poteri pubblici per che ci sia una redistribuzione pubblica che permetta di non rivolgersi solo alle clientele solvabili ma a tutta la popolazione che abita su un territorio, e nello stesso tempo, rimobilita questa solidarietà orizzontale che era il punto di partenza del senso di solidarietà democratica. A livello economico, c'è dunque un'ibridazione nelle esperienze di economia solidale tra le risorse che vengono dal mercato, le risorse che vengono dalla reciprocità orizzontale - che è una forma di solidarietà democratica - e le risorse che vengono dalla solidarietà pubblica. Questo è nell'ideale, ovviamente questo processo è plurale a livello economico e politico e molto difficile da condurre nel nostro ambito istituzionale, perché si basa sulla volontà di riunire ciò che è stato separato: è stato separato quello che appartiene al campo dal mercato, da ciò che appartiene al campo della redistribuzione, dell'economia e della politica.
Intanto, in Francia, negli ultimi anni più di trecento amministrazioni locali hanno avuto un assessorato all'economia sociale o solidale. Il segnale che qualcosa sta cambiando anche a livello di politiche locali?
Quello che abbiamo conosciuto in Francia è l'inizio di politiche pubbliche nei confronti dell'economia solidale attraverso la creazione di un segretariato di Stato all'economia solidale, ma è durato solo due anni, il governo di destra lo ha soppresso. È stato ripreso a un altro livello dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali e locali. Ci sono ora una quindicina di regioni francesi, su ventidue, che hanno una politica in materia di economia sociale e solidale, e centinaia di delegati all'economia solidale nelle amministrazioni locali. Per la prima volta si integra nei schemi regionali di sviluppo economico una componente di economia sociale e solidale. Sta emergendo una presa in considerazione, serve sia la decisione politica sia la capacità e la volontà dei servizi tecnici di portare avanti queste politiche, ma tuttavia c'è un gran cambiamento rispetto all'assenza nelle politiche precedenti. L'articolazione tra azione pubblica e economia solidale è assolutamente determinante per il futuro, per mostrare che non si tratta di un vago delirio ma di esperienze che esistono già e si confrontano a delle difficoltà che i poteri pubblici possono aiutare a risolvere, a condizione di preservarsi da una tendenza francese molto forte: quella di mettere sotto tutela dei poteri pubblici la società civile… Per questo gli attori delle reti dell'economia solidale vengono difficilmente presi in considerazione, perché c'è una difficoltà - che viene dallo Stato sociale francese - di arrivare a negoziare in una vera e propria partnership e non in un relazione asimmetria. L'altra difficoltà è che le esperienze di economia solidale non possono giustificarsi sempre come creazione di nuovi posti di lavoro, perché creano lavori ma contribuiscono sopratutto alla coesione sociale e alla democrazia partecipativa. È molto difficile considerare questi tre ruoli complementari in un'amministrazione così suddivisa tra il sociale, il politico e l'espressione politica. Quello che accade in Francia - come in altri paesi - a livello locale e regionale - costuitisce un progresso rispetto a quello che c'era prima ma i problemi sono anche a livello europeo, dove non viene ancora presa in considerazione questa componente dell'economia.
Qual è la tua opinione sulla critica allo sviluppo e la decrescita?
Da ormai diversi anni quando si affronta il tema della critica allo sviluppo e delle alternative al neoliberismo, molti oppongono il concetto di sviluppo durevole a quello di decrescita. Mi sembra che sbaglino lotta. Entrambi hanno lo stesso nemico comune: l'ideologia economicista.
Oggi il movimento per la decrescita solleva un certo numero di domande davvero importanti che, nelle nostre società occidentali, erano un vero e proporio tabù, e genera così una liberazione della parola importante, la possibilità cioè di prendere le distanze con l'economicismo che rimane fortemente diffuso nella società.
La nozione di sviluppo durevole cerca di portare avanti un'idea di doppia solidarietà: orizzontale, per ridurre le disuguaglianze sociale, e verticale, per tenere conto di quello che con il nostro stile di vita lasciamo alle generazioni future, ma è anche in sinergia con quello che propone la cosiddetta economia solidale. Dal mio punto di vista, non bisognerebbe entrare in una guerra di religione, tra sviluppo durevole e decrescita.
Si può avere l'impressione che c'è una difficoltà a capirsi, ma la cosa più importante è probabilmente riuscire a cambiare la rappresentazione dell'economia: la maggior parte delle politiche di sinistra considera ancora la crescita come la condizione necessaria per poter fare qualsiasi cosa. Ma la società non è basata solo su due pilastri: quello del mercato che sarebbe il pilastro dell'efficienza e l'altro, quello dello stato sociale, che sarebbe il pilastro della ridistribuzione; il mercato non può funzionare senza un'azione pubblica articolata e senza un terzo pilastro, quello della socialità primaria, vale a dire gli scambi che possiamo fare sul piano della reciprocità e del dono, che fanno la vera qualità della nostra vita.