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distribuzione quando il mondo è tutto " a basso costo "



 da il manifesto
15 Dicembre 2006

Il libro Dagli Usa un'inchiesta sulla multinazionale degli sconti
Potenza Wal-Mart Quando il mondo è tutto «low cost»

Il libro Dagli Usa un'inchiesta sulla multinazionale degli sconti
Potenza Wal-Mart Quando il mondo è tutto «low cost»
In libreria il lavoro di Charles Fishman, giornalista che indaga tra i carrelli del mercato globale e i bilanci delle grandi company. L'avvento del «basso prezzo a tutti i costi» ha sconvolto il lavoro, l'ambiente, l'economia e le abitudini di spesa. In tutto il pianeta
Perché una catena di supermercati americani dovrebbe interessare il pubblico italiano? Ormai da anni, in tutta Europa, si è affermato il modello del low cost , non solo alimentare: dagli hard discount caserecci ai modelli in scala tipo Lidl, fino ai prezzi stracciati di grandi compagnie aeree come Ryanair, che hanno rivoluzionato il mercato mettendo in crisi diversi vettori nazionali. Per comprendere i vantaggi e i rischi del «prezzo basso a tutti i costi» bisogna guardare necessariamente alla Wal-Mart, la catena di distribuzione statunitense che proprio sul low cost ha costruito un impero, riuscendo a diventare l'impresa più grossa del mondo e della storia. Attirandosi, insieme a questi successi, le critiche di ambientalisti e sindacati, attenzioni un tempo riservate ai big globali come la Nike o McDonald's. In queste settimane è in libreria la preziosa inchiesta di un giornalista statunitense, Charles Fishman, dal titolo «Effetto Wal-Mart - Il costo nascosto della convenienza» (Editrice Egea). Interessante, perché l'autore non parte da posizioni preconcette (Wal-Mart è tutto bene, Wal-Mart è tutto male), ma cerca di capire come, in particolare negli ultimi due decenni, il «basso costo» abbia cambiato l'economia Usa, influenzando i tassi di inflazione e le abitudini dei consumatori, accelerando la delocalizzazione delle industrie e l'abbassamento dei salari, arrivando a stravolgere, in alcuni casi, equilibri ambientali e comunità locali. Abbiamo incontrato Fishman in una delle presentazioni italiane del volume, all'associazione «Cinema zero» di Pordenone: un cinema pieno e un pubblico attento, che si è trattenuto per più di due ore a parlare di precarizzazione del lavoro, prezzi, globalizzazione dei mercati. Evidentemente temi che «tirano». L'inchiesta di Fishman parte da un oggetto di tutti i giorni, una scatola di cartone. In questo caso, l'involucro di un comune deodorante, prodotto che milioni di persone acquistano ogni settimana in ogni angolo della Terra. E' un modo per illustrare uno dei tanti «effetti Wal-Mart»: la multinazionale della distribuzione, a inizio anni Novanta, si chiese infatti che senso avesse rinchiudere un deodorante dentro una confezione di cartone. Nessuno, dato che il prodotto è già efficacemente protetto nel suo contenitore in vetro o in plastica, e dato che - soprattutto l'esistenza della scatola di cartone comporta costi in più, assolutamente superflui: prende più spazio sugli scaffali del supermercato, fa pesare di più il deodorante nel trasporto, bisogna pagare il materiale e il lavoro per realizzarla. E allora? Eliminiamola, pensò WalMart: cominciò un'opera di convincimento presso tutti i produttori del settore perché rinunciassero alla confezione, e in effetti nel giro di qualche anno non esisteva più non solo sugli scaffali Wal-Mart, ma in tutti i supermercati Usa, un solo deodorante che fosse contenuto in un involucro cartaceo. Il risparmio - calcolò il big della grande distribuzione - sarebbe stato di cinque centesimi per ogni singolo deodorante, da distribuire tra produttori, catene commerciali e clienti finali. Con un vantaggio per tutti, anche per l'ambiente (si pensi a quanti alberi abbattuti in meno), e con un solo danneggiato, evidente: chiunque lavori in una fabbrica di confezioni di cartone. Un piccolo episodio, un aneddoto, che però spiega l'effetto dirompente della Wal-Mart sull'economia Usa, e sulle abitudini degli stessi americani.
«Vendi sempre più basso»
Il segreto del successo della WalMart sta tutto nella filosofia del suo fondatore, Sam Walton, che aprì il primo store nel 1962: «Vendi sempre più basso degli altri». Anche se di pochi centesimi, il prezzo di Wal-Mart deve essere il più basso in assoluto che si trovi nel mercato per un prodotto di qualsiasi genere, anche di marca. Attenzione: non stiamo parlando di un hard discount , quello cui siamo abituati in Europa, dove in negozi spartani e disadorni vengono vendute merci perlopiù sconosciute per risparmiare sui costi della pubblicità: Wal-Mart risparmia certamente sull' appeal degli ambienti e sugli ornamenti, ma offre prodotti di marca. Solo che riesce a venderli tutto l'anno (e non solo nei periodi degli sconti) anche fino al 15% in meno degli altri, il che fa una bella cifra per le tasche dell'americano medio. E' il principio dell' everyday low price , ogni giorno prezzi bassi, un vero e proprio «patto con il consumatore» di cui Wal-Mart si è fatto alfiere. Ancora: sugli scaffali del colosso, possiamo trovare ben 120 mila prodotti diversi, tanto che si è calcolato che la stessa persona potrebbe fare la spesa quotidianamente da WalMart per 5 anni e non comprare mai lo stesso prodotto pur mettendo nel carrello 60 articoli differenti al giorno. Una comodità per chi vuole comprare il necessario per la settimana (non solo alimentari) con un solo viaggio in macchina. E sempre nei 5 anni, il prezzo della lampadina Ge - molto diffusa negli Usa - si è abbassato dai 2,19 dollari del 2001 agli 0,88 del 2005. Grazie all'imperativo del prezzo basso, Wal-Mart dunque è riuscita a diventare la più grande catena di distribuzione, negli Usa e nel mondo. Non solo: attualmente è anche l'impresa con il più alto fatturato del pianeta, e verrà superata a fine 2006 dal gruppo petrolifero Exxon solo grazie al notevole rincaro del greggio nell'ultimo anno. In ogni cittadina o metropoli in cui WalMart si è insediata, ha cominciato infatti ad imporre un abbassamento dei prezzi a tutti i negozi vicini, costringendoli a chiudere o ad operare con i suoi stessi obiettivi. Wal-Mart ha così orientato il mercato, non solo localmente: la recente fusione dei big Gillette e Procter & Gamble (stiamo parlando di due multinazionali Usa che non hanno certo bisogno di presentazioni) è stata motivata dalla necessità di avere maggiore forza contrattuale rispetto all Wal-Mart. Se infatti il prezzo basso può essere - a prima vista - molto vantaggioso per il consumatore, non è detto che alla lunga questo principio non comporti grossi svantaggi al sistema economico e alle comunità. Wal-Mart - e di conseguenza tutti i suoi concorrenti - chiedono infatti ai propri fornitori un costante abbassamento dei prezzi, in contrasto persino con le leggi dell'inflazione (l'esempio della su citata lampadina parla da solo).
Oggi comanda il distributore
Bisogna anche tener conto che l'ultimo decennio, quello che ha visto trionfare la Wal-Mart, è anche quello in cui il settore del retail (commercio) ha superato per addetti quello dell'industria, fatto storico per gli Usa: 14,9 milioni di occupati nel commercio contro i 14,5 nel manifatturiero nel 2003. La distribuzione si è messa al centro dei processi economici, al pari se non in posizione di superiorità rispetto alla produzione, una novità leggibile proprio nell'effetto Wal-Mart: i fornitori, per abbassare il prezzo su richiesta dei distributori, hanno dovuto via via ridurre la qualità dei prodotti, ridurre i salari o licenziare gli operai per delocalizzare nelle aree del mondo a minor costo di manodopera. Così, oggi, gran parte della merce venduta nei WalMart viene da paesi come il Bangladesh, la Cina o il Cile. Effetto Wal-Mart che non risparmia - come anticipato - i lavoratori, e forse questo è il fenomeno più noto al grande pubblico europeo, aspetto non certo messo in ombra da Fishman: innanzitutto gli 1,6 milioni di dipendenti diretti della multinazionale, spesso sotto i riflettori mediatici a causa dello sfruttamento cui sono costretti. Bassi salari, straordinari imposti, discriminazioni di genere (Wal-Mart è oggetto della più grossa class action della storia: 1,6 milioni di lavoratrici hanno fatto causa perché discriminate nelle retribuzioni e nell'avanzamento di carriera); senza contare il caso dei dipendenti chiusi di notte nei negozi, o degli immigrati irregolari (e ovviamente sottopagati) impiegati dalle ditte di pulizia. Ma che dire degli operai che cuciono i jeans in Bangladesh? Un episodio del libro riporta la testimonianza di una giovane operaia tessile picchiata dal caporeparto con il paio di jeans che sta cucendo. In Cile, gli addetti alla lavorazione del salmone non se la passano meglio, ma nel paese sudamericano c'è un effetto Wal-Mart ancora più macroscopico: il salmone fino a 12 anni fa non esistev a nei mari cileni, mentre oggi - grazie alle massicce importazioni di Wal-Mart - il Cile è diventato addirittura il primo esportatore di salmone del mondo. Un vantaggio per il paese, non per i suoi oceani: gli allevamenti intensivi, infatti, stanno sconvolgendo l'ambiente sottomarino a causa degli scarichi industriali e delle feci dei pesci che si depositano sul fondo. E infine, molti commessi dei negozi vicini a Wal-Mart hanno perso il lavoro, causa chiusura per impossibilità di reggere la competizione, come tanti dipendenti dei fornitori di Wal-Mart. Il libro di Fishman si conclude con le interviste ad alcune operaie della L.R. Nelson, azienda costruttrice di irrigatori: sono state licenziate in 300, perché a causa delle insistenti richieste di Wal-Mart - «abbassate i costi» - l'impresa ha deciso di delocalizzare parte della produzione in Cina. Un «ricatto» tipico, in epoca di globalizzazione: uno dei tanti «effetti Wal-Mart».