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pensioni e patto sociale



da aprile on line  14 gennaio 2007
 
Pensioni e stato sociale
 Betty Leone,  10 gennaio 2007

La sostenibilità del sistema previdenziale non può essere affrontata solo dal punto di vista contabile, ma necessita di un insieme di politiche capaci di affrontare in maniera organica i problemi posti dall'invecchiamento della popolazione. Se non si vuole subire passivamente l'idea che l'aumento degli anziani produce una maggiore richiesta di prestazioni sociali e sanitarie, che rende insostenibile la spesa per il welfare universalistico, è necessario affrontare la questione da un altro punto di vista.
Da 15 anni il sistema pensionistico italiano viene sottoposto a continui rimaneggiamenti ed ogni volta si parla con grande enfasi di "riforma delle pensioni". In realtà se si esclude la così detta "riforma Dini", che ha cambiato le regole di calcolo per i trattamenti pensionistici ed ha tentato di armonizzare diversi sistemi previdenziali pubblici e privati, non sempre con successo, si è sempre trattato semplicemente di ridurre la spesa pensionistica.
Le istituzioni economiche internazionali considerano infatti la riduzione della spesa pubblica elemento fondamentale per mantenere la competitività e conseguentemente la crescita. Spingono perciò verso il superamento del welfare state, così come lo abbiamo conosciuto in Europa. In questo clima culturale, che negli ultimi anni ha condizionato le scelte politiche di destra e di sinistra, perdono senso anche domande semplici come queste: se l'attesa di vita aumenta e la popolazione anziana cresce, diminuire la spesa pensionistica non porterà ad un impoverimento progressivo di una larga fascia di popolazione? In che modo questo fenomeno inciderà sulla domanda interna e sull'economia in generale?
La sostenibilità economica dei sistemi previdenziali non può essere un problema astratto, separato dalle possibili conseguenze sociali. E' altissimo il rischio che anche il "tavolo" di concertazione di gennaio, che dovrebbe occuparsi di ristabilire l'equità nel sistema previdenziale, sia fortemente condizionato dall'obiettivo di ridurre la spesa pensionistica. Proprio per questo timore il sindacato, giustamente, ha chiesto che non si discutesse di previdenza nella legge finanziaria e si rinviasse a gennaio un confronto sull'insieme del sistema in modo da affrontare non solo la riduzione del così detto scalone, ma anche il rafforzamento della tutela previdenziale pubblica per le giovani generazioni, il ripristino di una flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, come previsto dalla legge Dini, la rivalutazione delle pensioni che da 14 anni subiscono una continua erosione.
E' evidente che la concitazione, o piuttosto la confusione, che ha caratterizzato il cammino della legge finanziaria, non avrebbe potuto garantire una discussione seria su una materia così complessa e ricca di implicazioni sociali. La sottoscrizione del "memorandum" è stato perciò un onesto modo per rinviare il problema ad un tempo più favorevole. Ora però questo tempo è arrivato e non è affatto scontato che sarà favorevole se si tiene conto delle differenti opinioni presenti nella coalizione di governo e dell'insistenza della banca Europea sulla necessità di ridurre la spesa pensionistica.
Su tutti i giornali, in particolare sul "Il Sole 24 ore", si pubblicano previsioni disastrose sul futuro degli Enti previdenziali e si indicano due misure inevitabili: l'aumento dell'età pensionabile e la riduzione dei coefficienti di calcolo delle pensioni. In realtà l'aumento dell'età pensionabile a 60 anni per uomini e donne è stato già deciso dal precedente Governo e sarà in vigore dal 2008 se non si interviene con una nuova normativa. Del resto a fronte di un'attesa di vita aumentata può sembrare del tutto ragionevole proporre un allungamento della vita lavorativa se non fosse che in tutta Europa , e anche in Italia, si assiste all'incremento dell'espulsione precoce (50/55 anni) dal mercato del lavoro.
Persino gli Enti pubblici considerano i cinquantenni soggetti sui quali non è utile investire per la formazione o per gli avanzamenti di carriera. Lo stesso avviene nelle imprese private, dove il mito del "giovane intraprendente" è stato alimentato anche dal minor costo dell'occupazione giovanile dovuto sia alle possibilità di applicare i contratti atipici con minori costi contributivi, sia alla politica di incentivazione che ha favorito la sostituzione della manodopera più anziana.
In questa situazione è evidente che l'innalzamento legale dell'età pensionabile produrrebbe solo un aumento di soggetti privi di reddito, non più lavoratori e non ancora pensionati, senza intervenire affatto sui fenomeni che impediscono una più lunga permanenza nel mercato del lavoro. La sostenibilità del sistema previdenziale non può essere affrontata solo dal punto di vista contabile, ma necessita di un insieme di politiche capaci di affrontare in maniera organica i problemi posti dall'invecchiamento della popolazione.
Se non si vuole subire passivamente l'idea che l'aumento degli anziani produce una maggiore richiesta di prestazioni sociali e sanitarie, che rende insostenibile la spesa per il welfare universalistico, è necessario affrontare la questione da un altro punto di vista. L'aumento dell'attesa di vita è un fenomeno strutturale delle società avanzate prodotto dall'aumento della ricchezza complessiva ma anche dalla possibilità per tutti di accedere alla forme di protezione sociale (assistenza sanitaria - previdenziale - istruzione ecc.).
Questo spiega perché l'attesa di vita sia maggiore in Europa che negli Stati Uniti dove c'è maggiore ricchezza ma minore protezione sociale. Sarebbe paradossale proporre come soluzione al problema proprio la riduzione di quel welfare state che ha prodotto maggior benessere e quindi allungamento del tempo di vita. Bisogna invece accettare che l'invecchiamento della popolazione richiede una diversa politica sociale ed economica, una diversa redistribuzione della ricchezza, un diverso modello di sviluppo in cui la competizione avvenga più sulla qualità sociale che sulla quantità di beni prodotti.
In questo quadro sarebbe possibile affrontare un'uscita flessibile e graduale dal mercato del lavoro che intrecci lavoro e impegno in attività di coesione sociale, attraverso forme di part-time durante il quale sia possibile usufruire di una quota della pensione maturata in modo che il sistema previdenziale abbia meno costi e il lavoratore mantenga un reddito adeguato. Si potrebbero in tal modo risparmiare risorse pubbliche da utilizzare per il sostegno alla previdenza dei giovani e dei lavoratori discontinui, e nello stesso tempo valorizzare il significato economico di tutte le attività di cura delle persone, dell'ambiente, della memoria che già gli anziani fanno e che potrebbero essere incentivate. Bisogna insomma costruire un nuovo patto intergenerazionale che dia ai giovani più sicurezza e più possibilità di esercitare la propria intelligenza e la propria creatività e agli anziani la possibilità di partecipare attivamente alla costruzione del benessere.
Per gli uni e per gli altri è necessaria innanzitutto la garanzia di un reddito dignitoso. Per tutte le questioni esposte fin qui, io considero fuorviante un dibattito sulle pensioni tutto incentrato sull'aumento legale dell'età pensionabile e sulla diminuzione dei coefficienti di calcolo. Nel primo caso, infatti, si risponde all'estrema flessibilità dei percorsi lavorativi, con una rigidità del sistema pensionistico che non corrisponde affatto alle modificazioni del mercato del lavoro. Ritengo peraltro che sia inadeguato anche il ricorso al correttivo operato in base all'usura provocata dal lavoro svolto, che è un criterio importante, (è indiscutibile che non tutti i lavori sono uguali e non tutti sopportabili per molti anni) ma insufficiente ad affrontare le questioni poste dall'andamento demografico.
Nel secondo caso l'abbassamento dei coefficienti di calcolo peggiora ulteriormente le prospettive previdenziali delle giovani generazioni che già ora non sono brillanti: le vere questioni lasciate aperte dalla riforma Dini sono infatti due. La prima è che nel sistema contributivo in cui l'aumentare della pensione è strettamente correlato con la quantità di contributi cumulati, tutti i lavoratori discontinui e a bassa retribuzione , e in particolar modo le lavoratrici che sono concentrate in queste tipologie di lavoro, rischiano di avere una pensione pubblica inferiore all'assegno sociale. La seconda, è che le pensioni, dal '92 quando si eliminò l'aggancio automatico alla dinamica salariale, non hanno più avuto sistemi efficaci di salvaguardia del loro potere d'acquisto, perdendo dal 10 al 30% del loro valore. E' evidente che questo problema è particolarmente serio dal momento che, fortunatamente, l'attesa di vita continua a crescere.
Non ha senso, dunque, pensare che sia possibile stornare risorse dal sistema previdenziale al finanziamento degli ammortizzatori sociali, come auspicano alcuni economisti e anche qualche politico. Se la riorganizzazione della spesa previdenziale permettesse risparmi questi andrebbero necessariamente reinvestiti nella soluzione dei problemi sopra esposti.
Se le considerazioni che ho fatto fin qui sono vere, la trattativa di gennaio dovrà assumere come linee guida l'uscita flessibile dal mercato del lavoro, con incentivi per un prolungamento volontario della permanenza al lavoro, e politiche di invecchiamento attivo per includere gli anziani in un progetto di sviluppo sostenibile. La vera domanda, infatti, non è se potremo assicurare sostenibilità economica al sistema previdenziale, ma se sapremo assicurare sviluppo, benessere, speranze per i giovani anche in una società che invecchia.