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morire d'acqua malata in europa



da aprile.it 19 gennaio 2007,
 
Morire d'acqua "malata" in Europa
 Vittorio Strampelli,  18 gennaio 2007
 Beni comuni      Migliaia di persone, soprattutto giovanissimi, muoiono ogni anno per malattie legate all'accesso ad acqua potabile non sicura. Un problema che riguarda un europeo su sette, soprattutto nelle regioni centro-orientali. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cristiana Salvi, dell'Oms

Oggigiorno, la maggior parte degli europei assumono come un dato di fatto la disponibilità di acqua potabile. Eppure, in Europa, circa 120 milioni di persone - una su sette - non hanno accesso ad acqua potabile sicura. Scarse condizioni igieniche e scarsa informazione sui rischi che si corrono nel servirsi di acqua non perfettamente pura, provocano la morte di centinaia di europei ogni anno, mietendo vittime soprattutto tra giovani e giovanissimi. Basti pensare che, secondo i dati forniti dall'Oms, solo lo scorso anno si sono registrati 170 mila casi di malattie causate dalla mancanza di acqua potabile sicura, e i più colpiti sono stati i bambini tra i sei e gli 11 mesi. In media, 37 bambini muoiono ogni giorno per malattie come epatite A, diarrea sanguinosa e febbre tifoide.
Oltre all'Organizzazione mondiale della Sanità, la denuncia è arrivata anche dall'Unece, la Commissione economica dell'Onu per l'Europa: stando alle stime dei due organismi, il 16 per cento delle abitazioni europee sarebbe privo di accesso ad acqua sicura. 
Il problema è più acuto nell'Europa centrale e orientale, ma neppure i più ricchi Paesi dell'Europa occidentale sono al riparo. Qui, infatti, i rischi derivano dai cambiamenti climatici in atto, che causano precipitazioni più burrascose, siccità nell'area mediterranea e temperature più alte nei laghi, nei fiumi e nei mari. Secondo le due agenzie, ciò potrebbe provocare "inaspettate epidemie di malattie diffuse dall'acqua, aumentare la fioritura di alghe dannose e la creazione di nicchie ambientali per organismi precedentemente ignoti".
Abbiamo rivolto, in merito alla questione, alcune domande alla dottoressa Cristiana Salvi, dell'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms
Dottoressa Salvi, quali sono i Paesi maggiormente coinvolti da questo problema?
Le regioni maggiormente colpite sono quelle dell'Europa centrale e orientale, in particolar modo nelle aree rurali. Si tratta di Paesi come Azerbaijan, Tagikistan, Macedonia, Turchia, Uzbekistan, Turkmenistan, Polonia, in cui gran parte della popolazione beve e usa l'acqua di pozzi contaminati dai vicini scarichi fognari. Per dare un'idea, basti pensare che la difficoltà di accesso all'acqua in Europa è causa, ogni anno, della morte di circa 13.500 bambini al di sotto dei 14 anni: di questi, tuttavia, 11 mila sono concentrati nell'Europa centrale e orientale. Nell'Europa occidentale, invece, i problemi sono legati alle minacce causate dai cambiamenti climatici in atto, che causano maggiori precipitazioni, ma anche siccità nell'area mediterranea e un innalzamento delle temperature nei laghi, nei fiumi e nei mari, creando le condizioni ideali per il diffondersi di malattie.
In che modo si può intervenire per tentare di arginare il problema?
Stiamo cercando di promuovere un'azione coordinata e armonizzata a livello europeo. Per questo, il 17 gennaio si è tenuto a Ginevra il primo incontro delle Parti in materia di gestione dell'acqua, ovvero di quei venti Paesi europei che hanno firmato il Protocollo sull'acqua e la salute, il primo trattato europeo per combattere le malattie legate all'acqua. Il Protocollo prevede che i Paesi che lo ratificano siano vincolati ad inserirlo nella propria legislazione. I singoli Paesi possono agire al loro interno ma, da un punto di vista internazionale, è molto importante che esista uno strumento che permetta un'armonizzazione delle misure. In Europa, infatti, molti corsi d'acqua attraversano più di uno Stato: più Paesi, dunque, si trovano a condividerne la responsabilità, ed è per questo fondamentale che si ponga al più presto un quadro unitario di misure da adottare in ambito europeo. Il meeting del 17 gennaio è stato rivolto proprio a favorire l'adozione di questo protocollo, che prevede misure come una maggiore sorveglianza delle malattie, ma anche una maggiore standardizzazione nella raccolta dei dati. Spesso, infatti, i casi di malattie riscontrati si rivelano assolutamente inferiori a quanto avviene realmente, proprio perché in alcuni Paesi manca ancora una raccolta sistematica dei dati.
Qual è la posizione italiana, a questo riguardo?
L'Italia ha firmato il protocollo già nel 1999, ma non lo ha ancora ratificato. Il nostro augurio è che ciò avvenga quanto prima.