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[Tradenews] Salvate l'Agenda di Doha



"Salvate l'Agenda di Doha"

Come ben saprete, il direttore generale del WTO, Pascal Lamy, ha
recentemente concluso il time-out (stabilito a fine luglio) che ha sospeso
per sei mesi il Doha Round.

Nel darne l'annuncio, nell'incontro informale con i capi delegazione
svoltosi a Ginevra il 31 gennaio, Lamy ha parlato dell'incontro
mini-ministeriale tenuto a Davos a latere dell'annuale  World Economic
Forum, spiegando a tutti i presenti che la situazione risulta più propizia
ad un accordo e che la musica sembra dunque cambiata per il Doha round.

Sono così ripartiti ufficialmente tutti i gruppi di lavoro anche se va
detto che già da tempo i negoziati erano ricominciati, perché i negoziati
veri, come ha fatto notare qualche funzionario all'incontro del 31 gennaio,
non si svolgono a Ginevra nella sede dell'organizzazione mondiale del
commercio.

Ma quali sono le novità? Perché oggi la musica è cambiata?
Se si guarda al tavolo negoziale si scopre subito che non c'è alcuna nuova
offerta; il blocco del luglio scorso era stato decretato nell'impossibilità
di superare le divergenze in agricoltura, dove gli USA non volevano ridurre
i loro sussidi interni e l'Unione Europea non voleva tagliare i propri dazi.

Ma ad oggi nessuno dei due contendenti ha ufficializzato una nuova proposta.
Sarebbe però scorretto dire che nulla è cambiato poiché negli Stati Uniti
si sono svolte le elezioni del Congresso di medio termine e si sta
predisponendo la nuova Farm Bill, la finanziaria agricola, equivalente alla
Politica Agricola Comune (PAC) Europea, che governerà la spesa agricola
statunitense nei prossimi cinque anni. In Europa invece è iniziato il
semestre di presidenza tedesco.

La sospensione di luglio corrispondeva alla consapevolezza che gli Stati
Uniti non erano in condizione di negoziare nell'imminenza delle elezioni
del Congresso e che tutti gli altri paesi attendevano di vedere le prime
bozze della Farm Bill per comprendere le reali intenzioni statunitensi in
materia di agricoltura. Dall'altra sponda dell'oceano, il commissario
europeo Mandelson, sapeva che il momento più propizio per superare le
resistenze della Francia per le sue concessioni agricole era quello della
presidenza Merkel.

La sospensione non è dunque servita a far pressioni su USA ed Ue, quanto
piuttosto sugli altri paesi a cui gli Stati Uniti, sempre per rimanere in
agricoltura, hanno chiesto di ridurre il piu' possibile il numero dei
prodotti speciali. Nell'Accordo di Ginevra del 2004 si stabilì infatti che
dalla formula di riduzione dei dazi sarebbero stati esclusi un certo numero
di prodotti che ciascun paese considerava "speciali" per la propria
economia e la propria sicurezza alimentare, gli USA sono molto critici su
questo punto anche perché sanno che le esportazioni della maggior parte dei
paesi si concentra su un range ristretto di prodotti e anche un numero
limitato di prodotti sensibili può vanificare grandi sforzi nella
determinazione della formula di riduzione dei dazi.

Ma torniamo allo scoglio su cui si arenarono i negoziati il 24 luglio scorso.
Gli USA offrivano di limitare i loro sussidi domestici a 23 miliardi di
dollari all'anno, mentre il G20 e l'Unione Europea spingevano per una cifra
variabile da 17 ai 15 miliardi. Riguardo ai dazi l'Ue prometteva un taglio
medio del 50% mentre il G20 chiedeva il 54% e gli USA addirittura il 60-90%.

Mandelson ha recentemente annunciato, ma non in via ufficiale, la buona
volontà europea di accogliere le richieste dei G20 rivelando la
disponibilità statunitense di avvicinarsi al tetto di 15 miliardi di euro
nel campo dei sussidi domestici. Susan Schwrab, la sua controparte
americana, ha però smentito tutto nel corso di una conferenza stampa il 30
gennaio.

La Commissaria all'agricoltura europea, Mariann Fischer Boel, nella sua
recente visita a Washington(1), il 9 febbraio, ha ribadito l'offerta
europea di abbassare i dazi sui prodotti agricoli importati, da un valore
medio del 23% al 12% (cioè con un taglio vicino al 50%), ma ha ribadito che
tutti i paesi stanno guardando alla Farm Bill e che da essa si attendono
dei segnali chiari che mostrino la reale disponibilità statunitense a
tagliare i sussidi interni.

La proposta del Governo USA è stata presentata dal segretario
all'agricoltura Mike Johanns proprio il 31 gennaio. Ancora non vi sono
analisi precise sia per la difficoltà nel farle, sia perché si tratta di
una proposta che certamente il Congresso modificherà.

Ma di primo acchito si nota un ritorno ai pagamenti "disaccoppiati" che gli
USA avevano utilizzato in passato (prima della Farm Bill del 2002) e che
l'UE ha inserito massicciamente nella sua riforma della PAC del 2003.
Questi sussidi (slegati dalla produzione) permettono di essere classificati
come "scatola verde" in seno al WTO e per magia scompaiono così dai calcoli
dei sussidi distorsivi. La proposta USA prevede anche sussidi per l'uso del
mais nella produzione di etanolo, per cui l'Amministrazione Bush prevede un
rilevante aumento di produzione. Questa direzione ha fatto dire alla
Commissario Mariann Fischer Boll che anche gli USA stanno scoprendo quel
carattere multifunzionale che l'Ue da anni sostiene, visto che ora (per gli
USA)  "l'agricoltura non significa piu' solo cibo, mangimi, fibre ma anche
carburante".

Globalmente sembra dunque che la spesa in sussidi, che attualmente si
aggira sui 20 miliardi di dollari l'anno, dovrebbe scendere a 17 miliardi;
troppo poco ha commentato l'economista Jagdish N. Bhagwati(2) in una
intervista al Council on Foreign Relations.

Bhagwati ( autore del libro "Elogio della globalizzazione") accusa gli USA
di essere minimalisti nelle concessioni agricole ma troppo ambiziosi nelle
richieste, sostenendo che non si può chiedere all'India (suo paese di
origine) di liberalizzare la propria agricoltura offrendo in cambio un
misero taglio di 3 miliardi di dollari. Secondo l'economista indiano " se
USA ed UE fossero i soli paesi ad impegnarsi, allora i numeri citati
[taglio del 54% dei dazi UE e riduzione a 17 mld$ dei sussidi USA]
sarebbero ok. Ma non in cambio dei tagli richiesti agli altri paesi".

Ma la nostra commissaria all'agricoltura, a Washington ha ribadito che l'Ue
non può accettare un risultato del Round che la costringa a tornare a
riscrivere le riforma della propria politica agricola e non può accettare
che le ambizioni nel settore dei servizi e dei prodotti industriali siano
inferiori a quelle agricole. Su questo Mandelson stà lavorando con grande
energia, soprattutto per convincere paesi come l'India, mentre il brasile
sembrerebbe più arrendevole nel negoziato NAMA (merci) pur di ottenere
quello che vuole in agricoltura.

Insomma la musica di sempre.

La sensazione è che i due numeri criticati da Bhagwati siano quelli che USA
ed UE prima o poi concederanno, in cambio però di rilevanti concessioni da
parte degli altri paesi. Per ottenere questo si sta preparando
probabilmente la trappola decisiva della Trade Promotion Authority (TPA).

Come è ormai ben nodo, dal primo luglio il presidente Bush non avrà più
l'autorità di negoziare in autonomia accordi commerciali con l'estero,
questo significherebbe la fine, sino al termine del suo mandato, di ogni
possibile negoziato. Per evitare questo, è iniziata la campagna per
ottenerne il rinnovo. Susan Schwab, il 12 febbraio in occasione del kick
off (3), ha affermato che il Presidente Bush chiede il rinnovo della TPA
"perché l'America continui a guidare il mondo nell'apertura dei mercati per
le merci, i servizi e per rafforzare le regole del commercio". "accordi
commerciali significano maggiori esportazioni e maggiori esportazioni
significano posti di lavoro migliori".

Non sarà una campagna facile visto che nel 2002 la TPA venne approvata dopo
un'aspra battaglia congressuale con 215 voti a favore e 212 contrari, solo
25 democratici la votarono; ora però i giornali statunitensi segnalano una
crescente disponibilità all'interno del partito democratico. Servirà
comunque una grande pressione, non per nulla Schwab ha avviato la campagna
parlando davanti a una platea di business leaders, compresi Procter &
Gamble, Caterpillar, Eastman Kodak, Cargill, UPS, New York Life and Abbott.

Appare probabile che la possibilità di un rinnovo di un anno sia un
compromesso accettabile.
In questo modo cosa succederebbe?
Che USA ed UE avrebbero un'arma in più per sollecitare alcuni paesi a
cedere ed ammorbidire la loro posizione, ventilando  che in caso di mancato
accordo entro un anno, l'intero Round andrebbe davvero allo sfascio. Anzi
stanno lavorando di anticipo perché Susan Schwab sta in sostanza dicendo a
tutti che gli servono delle concessioni per convincere il Congresso a
rinnovare la TPA, niente concessioni = niente rinnovo e niente rinnovo TPA
significa fine del Doha Round.

Nel frattempo Lamy, lavora in maniera complementare, proseguendo il suo
tour per le capitali del mondo chiedendo a tutti di salvare l'Agenda di
Doha.

Roberto Meregalli (roberto at beati.org)
Beati i costruttori di pace

14 febbraio 2007

Note:
(1):
<http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=SPEECH/07/72&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en>http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=SPEECH/07/72&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en
(2): Jagdish Bhagwati è professore alla Columbia University e senior fellow
del Council on Foreign Relations. Autore di In Defense of  globalization, è
membro del Comitato di esperti per il NEPAD/ Africa del segretario generale
delle Nazioni Unite. L'intervista è online su:
<http://www.cfr.org/publication/12592/bhagwati.html?breadcrumb=%2Fissue%2F2%2Feconomics>http://www.cfr.org/publication/12592/bhagwati.html?breadcrumb=%2Fissue%2F2%2Feconomics.

(3):
<http://www.ustr.gov/assets/Document_Library/Transcripts/2007/February/asset_upload_file101_10516.pdf>http://www.ustr.gov/assets/Document_Library/Transcripts/2007/February/asset_upload_file101_10516.pdf