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crescita di che cosa e di chi ?




da ecologiapolitica
 
 crescita di che cosa e di chi ?
di giorgio nebbia

Ieri l'altro: il mondo è andato avanti per centinaia di milioni di
anni con cicli chiusi alimentati dal Sole: sono cambiate le forme, le
dimensioni, le specie degli esseri viventi, ma tutti hanno vissuto
aspettando pazientemente che l'energia del Sole "fabbricasse", con la
fotosintesi usando i gas dell'atmosfera e l'acqua e alcuni sali
tratti dal suolo, materia organica nei vegetali, chiamati per questo
anche organismi produttori. I produttori sono utilizzati come
alimento, "consumati", dagli organismi animali eterotrofi, che
possono nutrirsi solo a spese di altri, appunto dei produttori;
produttori e consumatori nel loro ciclo vitale restituiscono alcuni
gas all'atmosfera e restituiscono al suolo le loro spoglie ed
escrementi che opportuni organismi decompositori trasformano in
molecole gassose o liquide o solide che ritornano in ciclo, appunto
in un ciclo chiuso, nell'atmosfera o nelle acque o nel suolo. Queste
molecole sono nutrimento per altri produttori e consumatori e, alla
lunga, la massa di materia estratta dal pianeta resta più o meno
uguale a quella restituita dalla vita.

Nella vita non ci sono guadagni, né profitti, né accumulazione, né
rifiuti, se si eccettuano alcune materie organiche che sono state
sepolte sotto terra e che sarebbero poi diventate, in tempi
lunghissimi, carboni o idrocarburi.

Ieri: le cose sono cambiate; circa diecimila anni fa alcune comunità
di nostri antenati sono passati dalla condizione di raccoglitori-
cacciatori a quella di coltivatori-allevatori. La rivoluzione del
Neolitico ha innescato cambiamenti "economici" che hanno innescato un
crescente sfruttamento delle risorse della natura: una diminuzione
della fertilità del suolo, un impoverimento dei minerali delle cave e
delle miniere, un crescente uso del legname come combustibile e come
materiale da costruzione, con conseguente distruzione delle foreste e
inizio dell'erosione del suolo. La disponibilità di più cibo, le
crescenti comodità della vita associata e poi urbana, hanno provocato
una lenta graduale crescita della popolazione. Che la coltivazione
intensiva del suolo provocasse una perdita di fertilità sapevano
molte società antiche: gli Israeliti hanno dovuto imporre una
periodica sospensione della coltivazione del suolo (il "sabato",
l'"anno giubilare") in cui non si doveva coltivare e si doveva
lasciar "riposare" la terra; gli agronomi romani raccomandavano la
rotazione delle colture per evitare l'eccessivo impoverimento dei
sali del terreno ad opera delle monocolture di cereali; le società
Maya dovevano periodicamente spostarsi e diboscare nuovi tratti di
giungla per recuperare suoli coltivabili quando la fertilità dei
precedenti si era esaurita.

Sono stati i primi segni della necessità di porre dei limiti alle
attività umane economico-tecniche, anche se "paleotecniche", come le
hanno chiamate Geddes e Mumford.

Oggi: la crisi di scarsità è cominciata su larga scala a partire dal
1700 quando il legname è stato sostituito come fonte di energia dal
carbone e poi, nel ventesimo secolo, dal petrolio, quando l'uso del
ferro come materiale da costruzione al posto del legname ha messo in
moto la società industriale e poi la società dei consumi, quando
l'aumento della popolazione ha chiesto crescenti quantità di alimenti
che potevano essere ottenuti con un massiccio ricorso ai concimi
artificiali, prima ottenuti dal nitro cileno (i cui giacimenti si
sono presto esauriti), e poi di merci ottenibili con una crescente
sottrazione di materie non rinnovabili dalla superficie e delle
viscere della terra e con una crescente formazione di spoglie e
rifiuti e scorie estranei ai cicli biologici, tutti caratteri della
società "paleotecnica" in cui siamo immersi ancora oggi.

Di limiti hanno parlato Liebig nella metà dell'Ottocento; i biologi
degli anni venti nel Novecento, come Volterra e Kostitzin,
nell'elaborare la teoria matematica della lotta per l'esistenza e dei
rapporti fra produttori, consumatori, decompositori, prede e
predatori, parassiti, eccetera, davanti ai fenomeni di impoverimento
delle risorse della natura e di immissione nell'ambiente dei
metaboliti della vita e dei metaboliti della produzione e del consumo
delle merci, hanno spiegato che una popolazione umana e la massa
delle merci non possono crescere al di là della capacità ricettiva e
rigenerativa dei corpi naturali e anzi, da un certo punto in
avanti, "devono" diminuire a causa dell'intossicazione dell'ambiente.

Queste nozioni, presenti in qualsiasi trattatello di ecologia, hanno
ricevuto una esposizione popolare nel libro "I limiti alla crescita",
apparso nel 1972 e contenente l'indicazione di alcune tendenze
economiche ed ecologiche prevedibili per i decenni del XXI secolo. Il
libro, ovviamente, non dice quello che succederà, ma quello che
potrebbe succedere se si verificasse una concatenazione di eventi
riferiti ad un aggregato dell'intera popolazione terrestre:

Se aumenta la popolazione aumenta la richiesta di cibo e di beni
materiali e di merci;
Se aumenta la richiesta di alimenti deve aumentare la produzione
agricola;
Se aumenta la produzione agricola deve aumentare l'uso di concimi e
pesticidi e aumenta l'impoverimento e l'erosione dei suoli
coltivabili;
Se aumenta l'impoverimento dei suoli diminuisce la produzione
agricola e quindi la disponibilità di alimenti;
Se diminuisce la disponibilità di cibo aumenta il numero di persone
sottoalimentate o che muoiono per fame;
Se aumenta la richiesta di beni materiali, di energia e di merci
aumenta la produzione industriale e la sottrazione di minerali, di
acqua e di combustibili dalle riserve naturali;
Se aumenta l'impoverimento delle riserve di risorse naturali
economiche aumentano le guerre e i conflitti per la conquista delle
risorse scarse;
Se aumenta la produzione industriale aumenta l'inquinamento e la
contaminazione dell'ambiente;
Se aumenta la contaminazione ambientale diminuisce la salute umana.

Per farla breve, se continua l'aumento della popolazione (allora, nel
1970, era di 3.700 milioni di persone e aumentava in ragione di 70
milioni all'anno; oggi, nel 2006, è di 6.500 milioni di persone e
aumenta in ragione di 70 milioni all'anno), aumentano malattie,
epidemie, fame, guerre e conflitti. Se si vogliono evitare situazioni
traumatiche, la soluzione va cercata in un rallentamento del tasso di
crescita della popolazione mondiale, della produzione agricola e
industriale e del degrado ambientale, insomma nella decisione di
porre dei "limiti alla crescita", della popolazione e delle merci e
nel raggiungimento di una situazione stazionaria della popolazione e
degli affari umani, di cui del resto avevano parlato Stuart Mill
nella metà dell'Ottocento e Pigou nei primi anni del Novecento.
Simili considerazioni erano state esposte, molto prima della
pubblicazione dei "Limiti", da Thomas Eliot, da Albert Schweitzer, da
Albert Einstein, e poi ancora da Garrett Hardin, Kenneth Boulding,
Paul Ehrlich, Barry Commoner, Nicholas Georgescu-Roegen.
Quest'ultimo, addirittura, già nel 1971 aveva avvertito che, per note
ragioni di termodinamica, non avrebbe potuto durare a lungo neanche
una società stazionaria.

All'infame proposta di porre dei "limiti alla crescita" economica
replicò la proposta di "sviluppo sostenibile", formulata negli anni
ottanta del Novecento, secondo cui sarebbe possibile uno
sviluppo/crescita delle società umane a condizione che cambino
strutture urbane, modi di consumo, processi produttivi. Insomma le
leggi fondamentali dell'economia non si mettono in discussione, e
valgono sia per i paesi arretrati, sia per i paesi industrializzati,
in quanto tali leggi spiegano come fronte anche ai problemi di
scarsità; del resto l'economia non è la scienza del superamento della
scarsità ?

Domani: nient'affatto. Niente società stazionaria, niente sviluppo o
società sostenibile; una popolazione o una società dei consumi non
può sopravvivere in una condizione stazionaria, in uno spazio
limitato, perché, col passare del tempo, si impoveriscono le riserve
di materie necessarie per il cibo e le merci e perché nell'ambiente
si accumulano le scorie del metabolismo che risultano tossiche per la
specie e ne avvelenano gli individui.

Esempi sono offerti dall'impoverimento delle riserve di idrocarburi o
dall'effetto serra; ogni volta che si sono trovate davanti a problemi
di scarsità o di inquinamento le società umane sono sopravvissute
andando a procurarsi le materie necessarie per la propria crescita da
altre parti, spesso con guerre imperialiste, o a cercare dei
sostituti, a loro volta destinati ad impoverirsi, o a cambiare
processi e tecnologie e beni materiali, spesso anch'essi tossici o
inquinanti.

Non possiamo andare avanti uscendo da una trappola tecnologica per
cadere in un'altra e del resto la velocità dell'attuale "crescita" è
così rapida che non lascia molto tempo a disposizione per un
cambiamento. Sulla scia degli scritti di Georgescu-Roegen è nato
l'invito alla "decrescita" che rischia di restare una nuova moda se
non si da una risposta alla domanda "decrescita di chi e di che
cosa" ? Della popolazione e dei consumi dei 1000 milioni di abitanti
dei paesi del "primo mondo" industrializzato, o dei 2500 milioni di
abitanti del "secondo mondo" dei paesi in rapida industrializzazione
come Cina, India e sud est asiatico, o dei 3000 milioni di abitanti
del "terzo mondo" povero e poverissimo, decrescita dei consumi degli
anziani o dei giovani, dei consumi dei beni di lusso o dei beni di
sopravvivenza ? Usando quali materie ?

Per tale risposta occorrono delle corrette statistiche dei beni
fisici disponibili e di quelli che si stanno perdendo, e dei corretti
indicatori, in alternativa all'ingannevole Prodotto Interno Lordo in
unità monetarie, dei rapporti fra attività umane e bisogni e
distribuzione dei beni, e dell'effetto fisico e naturale di ciascuna
azione umana. Buon lavoro a chi vivrà nei prossimi decenni, speriamo
in una società tecnologica, ma neotecnica e biotecnica, con consumi
in armonia con i grandi cicli naturali.