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Acqua per il futuro




da La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 20 marzo 2007
 
Acqua per il futuro

Nel 2002, dopo il "vertice della Terra" di Rio de Janeiro, le Nazioni
Unite proclamarono il 22 marzo di ogni anno come "Giornata mondiale
dell'acqua", riconoscendo che il problema dell'acqua sarebbe stato
sempre più importante davanti alla sete che affligge, nel mondo,
tante centinaia di milioni di persone, ai mutamenti climatici, al
crescente inquinamento. Quest'anno il tema è particolarmente
significativo: "Far fronte alla scarsità", in quanto capita dopo un
inverno che, in Europa e in Italia, è stato poco piovoso e con scarse
nevi ed è prevedibile che, nei prossimi mesi, l'acqua sarà scarsa non
solo nei paesi aridi, ma anche in Europa. Non illudiamoci solo
perché, quasi sempre, l'acqua esce dai rubinetti delle case in cui
abitiamo; lo spettro della scarsità di acqua avanza lentamente, in
maniera subdola, e manifesta i suoi effetti disastrosi poi
improvvisamente. Sorprende che, al di là delle dichiarazioni rituali
sull'importanza dell'acqua, si senta così poco parlare di
una "politica dell'acqua", intesa come analisi, almeno a livello
italiano, dei fabbisogni, dei "consumi", delle disponibilità, delle
azioni per limitare gli sprechi e difendere le acque
dall'inquinamento che le rende non più potabili.

Ho scritto "consumi" fra virgolette perché l'acqua non si consuma, ma
passa attraverso le rete di distribuzione, arriva ai rubinetti urbani
e nelle campagne, viene "usata" e durante l'uso viene sporcata con i
rifiuti e gli escrementi della vita domestica, con le scorie delle
produzioni industriali, con gli escrementi degli allevamenti animali.
L'acqua usata e sporcata ritorna nei corpi riceventi naturali ---
fiumi, laghi, falde sotterranee, mare --- e si mescola con altra
acqua pulita, reintegrata dalle piogge e dalla fusione delle nevi, e
sporca anche quella. Pertanto è sempre più difficile trovare acqua
dolce della qualità adatta agli usi domestici e vitali. La situazione
è molto diversa nei vari paesi più o meno industrializzati o
arretrati, ma varia anche nelle varie parti di un paese piccolo
(rispetto alle dimensioni planetarie) come l'Italia, in questi ultimi
anni sempre più esposta alle bizzarrie dei mutamenti climatici che
portano improvvise alluvioni e lunghe stagioni di siccità.

Mi sembra che ci sia un declino dell'interesse per una politica
nazionale dell'acqua. 40 anni fa furono svolte numerose indagini
sulla disponibilità, sulla qualità e sugli usi dell'acqua, fu
elaborato un piano regolatore degli acquedotti, che non ebbe nessun
seguito; fu condotta una indagine nazionale sull'acqua, anch'essa
finita negli archivi. Venti anni fa fu predisposto un programma (e
una legge) di gestione delle acque secondo i bacini idrografici,
anche questo non realizzato, al punto che la legge è stata abrogata.
Poi si pensò ad un riordino degli acquedotti, che si tradusse nella
trasformazione degli acquedotti in imprese commerciali, che vendono
l'acqua potabile a prezzi diversi per le varie zone d'Italia
("naturalmente" prezzi maggiori nel Sud dove l'acqua è più scarsa !).

Così spensieratamente si va incontro a un'altra estate che si
preannuncia con acqua insufficiente per le campagne e le città: chi
provvede, come invitano le Nazioni Unite, a "far fronte alla
scarsità" dell'acqua ? Eppure le conoscenze tecnico-scientifiche sono
disponibili e si tratta soltanto di tradurle in azioni politiche e
amministrative. In questa stagione di privatizzazioni sembra eresia
chiedere che la gestione delle acque --- bene collettivo, pubblico,
per eccellenza --- sia affidata ad un unico ente a livello nazionale
che fissi priorità, iniziative e prezzi uguali per tutti gli
italiani, da Aosta a Pantelleria. Ma forse sarebbe proprio questa la
strada per sconfiggere la sete in Italia.

Volendo, ci sarebbero poi anche i mezzi per aumentare in assoluto la
disponibilità di acqua attraverso la dissalazione dell'acqua di mare
e delle acque salmastre. In un celebre discorso sulla politica per
le risorse naturali, il 23 febbraio 1961, l'allora presidente degli
Stati Uniti Kennedy disse: "Nessun programma ha maggiore importanza
per il futuro, della ricerca di un mezzo efficiente ed economico per
trasformare l'acqua dei mari in acqua usabile dagli uomini e dalle
industrie. Tale realizzazione metterebbe fine alle guerre fra vicini,
fra stati e nazioni, e darebbe nuove speranze a quanti soffrono per
la mancanza di acqua dolce e dei benefici che ne derivano, pur
passando la loro stentata vita accanto ad una enorme massa di acqua".
Grazie ad un enorme impegno internazionale di ricerche e imprese,
oggi nel mondo esistono 15.000 dissalatori di acqua marina e
salmastra che producono ogni anno oltre 10.000 milioni di metri cubi
di acqua potabile, quaranta volte di più di quella che l'Acquedotto
Pugliese vende ogni anno ai quattro milioni di abitanti della Puglia;
il più recente impianto, nel Golfo Persico, fabbricato anche da
imprese italiane, produce 300 milioni di metri cubi di acqua dolce
all'anno. I sali che rendono imbevibili e inutilizzabili l'acqua di
mare o le acque salmastre possono essere tolti con vari processi, che
richiedono elettricità, o calore di scarto o che possono utilizzare
anche l'energia solare. Sorprende che nel grande parlare che si è
fatto e si fa sull'acqua, con proposte anche di portare l'acqua in
Puglia dal Molise o dall'Albania, non si pensi a dissalare l'acqua
del mare utilizzando una parte del calore che le centrali
termoelettriche e le industrie pugliesi rigettano ogni anno nel mare.
Mentre noi continuiamo a fare i conti con la siccità, negli Stati
Uniti il Congresso ha stanziato l'equivalente di 200 milioni di euro
per estendere l'uso della dissalazione, il che significa ricerca,
lavoro e acqua per il futuro.