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homo consumens



da greenport.it 02/04/2007
 
Recensioni

 La Recensione. Homo consumens di Zygmunt Bauman
Lo sciame inquieto dei consumatori
e la miseria degli esclusi. 2007

A differenza di quanto avevamo letto a commento (a riprova che i libri sono degli autori quanto di chi li legge), la virata secca, inaspettata, del finale con la sua appendice, impone quasi una ri-lettura del libro. La critica del salto logico rappresentato dallo slogan “dal welfare al workfare”, proprio dei propugnatori della “terza via”, sembra che abbia poco a che fare con l’analisi della scientifica macchina per consumi rappresentata dalle nostre società opulente. Sembra.

Infatti “nella società in cui i consumatori – e non i produttori – sono rappresentati come motore dello sviluppo economico, i poveri non hanno valore neanche come consumatori: non possono essere tentati dalle attrattive del mercato, non hanno carte di credito né depositi in banca ( né accessi al credito al consumo, ndr), e le merci di cui hanno bisogno sono di ben modesto profitto commerciale. Non sorprende che vengano riclassificati come sottoclasse: non più provvisoria anomalia (come i disoccupati di una volta) che attende di essere corretta e rettificata ( cioè reinserita nel lavoro), ma la classe al di fuori delle classi, categoria mantenuta permanentemente off limits dal sistema sociale senza la cui esistenza tutti gli altri starebbero meglio, più comodi che adesso”.

Ciò che è nuovo oggi, infatti (e di cui se ne tessono le lodi dai cantori della “terza via”) è che la società contemporanea, a differenza delle precedenti, si rivolge ai suoi membri in quanto consumatori e solo secondariamente in quanto produttori, come è stato in passato. “E’ illegittimo sentirsi soddisfatti. Per una società che vede nella customer satisfaction la motivazione di fondo e l’obiettivo a cui tendere, l’idea stessa di un consumatore soddisfatto non ha nulla né di una motivazione né di uno scopo: si tratta semmai della più terribile delle minacce”. Di più, citando Colin Campbell, Bauman ricorda che proprio l’attività in se del consumo ( ma meglio sarebbe dire dell’acquisto con conseguente, quasi immediato, rifiuto) è diventata agli occhi dei cittadini delle odierne società occidentali, una sorta di modello – o di parametro di riferimento – per tutte le altre attività. Giacchè un ambito sempre più esteso della vita sociale viene ad essere assimilato al “modello del consumatore”, non sorprende più di tanto che la metafisica del consumismo sia diventata, strada facendo, una specie di filosofia implicita di tutta la vita moderna. Ciò che sorprende, casomai, è che qualsiasi critica a questa modernità sia definita conservatorismo e paura del nuovo e che per essere riconosciuti come membri attivi ( e moderni) di questa società noi dobbiamo rispondere positivamente alle tentazioni del mercato e continuare a consumare, a prescindere, per mantenerlo attivo e scongiurare la minaccia della recessione. Non importa se non si può chiedere questo ai poveri che per via dei loro scarsi redditi e mancanza di prospettive non sono in grado di sostenere un tale impegno. L’importante è la fiducia in quello che Stiglitz chiama il trikkle-down ( il gocciolio), ovvero nel fatto che se “questa ruota gira” tutti ne avranno beneficio. E se i poveri non sono in grado di goderne peggio per loro! “I consumatori sono gli onesti membri della società, non chiedono né si aspettano nulla dai poveri. I poveri sono del tutto inutili e nessuno ha bisogno di loro e poichè i poveri sono indesiderati e indesiderabili, possono essere abbandonati senza rimorsi”.

Ma il discorso di Bauman, non è un discorso moralistico. E’ una analisi lucida che è facilissimo linkare con le due grandi questioni della sostenibilità (sociale e ambientale) e della loro rappresentanza. Va da se che tale analisi è essa stessa discutibile. Tuttavia…….

Sulla sostenibilità sociale: “la verità è che se anche le nuove regole del gioco del mercato promettono la crescita complessiva di un Paese ( il trikkle-down, appunto), rendono anche, allo stesso tempo, pressoché inevitabile l’allargamento del divario tra chi partecipa al gioco e chi ne resta escluso”.

Sulla sostenibilità ambientale ( e sulla sua rappresentanza ), Bauman accomuna ( in verità un po’ forzatamente) i movimenti dei consumatori a (tutti) quelli ambientalisti. Citando Frank Furedi ( “l’attivismo dei consumatori prospera in condizioni di apatia e di disimpegno sociale. Questi attivisti considerano le loro iniziative come una alternativa più valida della democrazia parlamentare. Il loro atteggiamento nei confronti della partecipazione politica manifesta un forte ethos antidemocratico” ), Bauman ribadisce che “dobbiamo riconoscere che la critica dei movimenti dei consumatori alla democrazia rappresentativa è fondamentalmente antidemocratica. Essa si basa sull’idea che delle persone non elette dal popolo, ma animate da elevati fini morali, abbiano più diritto a rappresentare le istanze dei cittadini che non i politici regolarmente eletti sia pur in un sistema imperfetto. Gli ambientalisti che ricevono il loro mandato da gruppi di pressione autoselezionati, rappresentano un elettorato molto più ristretto di quello raccolto dai politici eletti. A quanto pare, la risposta dei movimenti al problema della rappresentanza politica è quella di evitare completamente la questione e procedere attraverso la costituzione di gruppi di pressione”.

Nelle ultimissime pagine Bauman prova a tracciare una rotta. “Tentare semplicemente di farsi i complimenti l’uno con l’altro, aggirando perennemente il vero problema in gioco è accattivante e diffusa alterazione della relazione ( la politica marketing, ndr); avere opinioni ben precise su come le cose vanno fatte e su come gli altri le dovrebbero fare, con il desiderio di non curarsi eccessivamente di capire il sentimento di coloro che subiscono il cambiamento ( il fondamentalismo, ndr), ne è un’altra. Entrambe queste alterazioni sono deleterie, e dovremmo fare tutto il possibile per evitarle……(in quanto, come dice il teologo di Arhus, Knud Logstrup)…….la certezza assoluta equivale all’assoluta irresponsabilità”. La nostra responsabilità, conclude Bauman “ si fissa proprio al centro del quadro delimitato da queste due insidie”.

Insomma, per dirla ancora con Stiglitz, di terze vie non ce n’è una sola.