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economia sostenibilita intervento pubblico



da greenport.it
30/04/2007Comunicazione

 Ancora su economia, sostenibilità e intervento pubblico
di Marco Missaglia*
 
Utilizzare le risorse disoccupate o male-occupate per produrre beni con forti caratteristiche di bene pubblico (tra cui la qualità ambientale) e beni atti a soddisfare le domande inespresse sul mercato dalle fasce più deboli della popolazione.
Questo, così come illustrato nel mio intervento precedente, dovrebbe essere il compito dello Stato in una economia moderna e globalizzata. Rimanevano aperte tuttavia alcune questioni dirimenti, innanzitutto quella relativa alla disponibilità delle risorse necessarie a realizzare quel compito. Nel seguito di questo intervento cercherò di dimostrare che nella vulgata macroeconomica dominante (le risorse non ci sono, la spesa pubblica va ridotta sempre e comunque, le tasse sono tropo alte, ecc.) ci sono molti elementi opinabili quando non addirittura insostenibili in punta di economia politica.

Immaginiamo che il governo decida di impiegare 10.000 persone precedentemente disoccupate per produrre alcuni dei beni utili a soddisfare le domande inespresse dalle fasce più deboli della popolazione e beni con forti caratteristiche di bene pubblico. Per esempio, per ristrutturare delle vecchie cascine e farne appartamenti dignitosi disponibili a prezzi che si possano permettere anche le classi medio-basse; per costruire centri di sanita’ locale, sistemi di purificazione delle acque laddove ve ne sia bisogno (in gran parte del mondo, e qui si tocca un punto ecologicamente sensibile), ecc.. E’ naturalmente molto importante in questo tipo di politica selezionare appropriatamente i 10.000 nuovi lavoratori: si deve trattare nella misura del possibile di disoccupati appartenenti alle classi medio-basse, cioe’ di coloro che fino al momento della loro assunzione non dispongono di un potere d’acquisto tale da trasformare i loro bisogni in domande paganti sul mercato.

E’ uno schema sostenibile? Ci sono le risorse per realizzarlo? Bisogna distinguere un aspetto di lungo da un aspetto di breve periodo. Nel lungo periodo, il problema e’ la corrispondenza fra il tipo di domande espresse da coloro che ricevono il potere d’acquisto distribuito dal governo con la nuova offerta generata dalle attivita’ produttive messe in atto. Supponiamo che ai 10.000 lavoratori si paghino salari pari a 50 euro al giorno per 300 giorni l’anno. Complessivamente si distribuisce in questo modo potere d’acquisto (“nuovo” potere d’acquisto) per un ammontare pari a 150 milioni di euro per anno. Un simile programma è finanziariamente sostenibile nel lungo periodo se si verificano due condizioni: 1) i 10.000 lavoratori impiegati contribuiscono direttamente e indirettamente a produrre un output annuale esattamente pari a 150 milioni di euro; b) tutto ciò che il programma, direttamente e indirettamente, contribuisce a produrre deve corrispondere a ciò che i percettori di nuovo potere d’acquisto desiderano domandare.

Ora, evidentemente non e’ detto che queste condizioni si verifichino. Potrebbero non verificarsi, e in tal caso il programma non sarà sostenibile (perché si producono beni che non vengono poi domandati). Tuttavia – e sta qui il punto fondamentale – tra le due condizioni che definiscono la sostenibilità di lungo periodo di un simile programma di certo non compare la condizione: «I 150 milioni di euro l’anno devono essere disponbibili subito, prima che il programma incominci», ovvero «se abbiamo messo da parte i risparmi necessari, allora e solo allora facciamo gli investimenti». La politica economica della sinistra, direi quasi ovunque nel mondo, ha cessato di essere di sinistra quando, gettando via gli insegnamenti di Keynes, ha abbracciato questo punto di vista puramente ragionieristico, questa logica del buon padre di famiglia che al livello micro della singola famiglia funziona ed e’ sacrosanta, ma al livello macro dell’economia nel suo complesso non regge.

Macroeconomicamente parlando, “sostenibilita economica” significa, è persino ovvio ricordarlo, produrre merci che verranno domandate e nella misura in cui verranno domandate. E’ paradossale, ma questa banale verita’ che la sinistra si è scordata se la ricordano le imprese: quando, trovandosi senza liquidita’, desiderano realizzare investimenti volti alla produzione di beni per i quali intravedono una domanda allettante, si indebitano e realizzano l’investimento. Se c’hanno visto bene – ovvero se il mercato compra i loro prodotti: questa e solo questa e’ la sostenibilita’ economica di lungo periodo – allora con i profitti e i risparmi realizzati ripagheranno i debiti.

Sento già molte obiezioni a questo ragionamento: si d’accordo, ma se per realizzare quell’ambizioso programma il governo prende a prestito, non si sottraggono in questo modo risorse che sarebbero state disponibili per altri usi, per cui la creazione di occupazione di una parte crea disoccupazione dall’altra? E poi lo Stato non e’ gia’ troppo indebitato? Come reagirebbero i mercati finanziari, i tassi di interesse non schizzerebbero alle stelle? Per sacrosanti limiti di spazio, rinvio le risposte a questi importanti quesiti al prossimo intervento, risposte che implicheranno una riflessione sulla nozione di sostenibilita’ di breve periodo. Una sola, piccola anticipazione: se bisogna o non bisogna produrre sistemi di depurazione delle acque, lo dovremmo decidere noi, non i mercati finanziari. Dovremo discutere anche, e secondo me non solo a sinistra, di come tenere a bada questa bestia piuttosto feroce.

*è professore associato di Economia dello sviluppo alla facoltà di Scienze Politiche dell´Università di Pavia. Si occupa della cooperazione allo sviluppo interuniversitaria fra Pavia, l´Università di Betlemme (Palestina) e quella di Cartagena (Colombia).