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crescita senza benessere o benessere senza crescita?



  da aprile.it 
 
La decrescita. Crescita senza benessere o benessere senza crescita 
 Mauro Bonaiuti

Tutti abbiamo sempre più l’impressione di essere parte di un gioco più grande di noi, il cui controllo sfugge a tutti e a ognuno, tutti noi avvertiamo, più o meno consapevolmente, il progressivo diffondersi di varie forme di malessere psicologico e sociale. In altre parole siamo sempre più consapevoli che, nonostante la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL), dei consumi e dei redditi, il benessere sociale si va sempre più riducendo, anche all’interno delle nostre società “ricche”.
Ho chiamato questo paradosso “il paradosso del benessere”: fra le molte contraddizioni della società contemporanea questa è forse la più drammatica, perché ne pone in discussione il tratto dominante: il mito dello sviluppo. E la sua spina dorsale, la crescita economica illimitata.

La critica sociale allo sviluppo
A ben guardare, tutta la storia della modernità può essere letta come la storia di una grande espansione: militare, geografica, tecnico-scentifica, soprattutto economica. È la storia dello sviluppo, appunto, e ha raggiunto il suo culmine nel dopoguerra: sono gli anni del boom economico, della produzione di massa e del patto keynesiano tra capitale e lavoro. Sul fronte internazionale, a partire dal famoso discorso del Presidente Truman sullo stato dell’Unione del 1949, lo sviluppo è diventato la parola d’ordine con cui l’Occidente si presenta agli altri paesi, che non a caso diventano “paesi in via di sviluppo”. È così che la politica egemonica dell’Occidente viene mascherata dietro un colossale programma di emancipazione universale, con l’intero pianeta chiamato a seguire l’Occidente lungo le “magnifiche sorti progressive” della crescita e dello sviluppo.
Naturalmente non voglio negare i miglioramenti che si sono avuti nelle condizioni materiali di vita, almeno nei paesi Occidentali, in tutto questo periodo ed in particolare nei così detti “trenta gloriosi”, cioè dal 1945 al 1975. Tuttavia, almeno a partire dagli anni Ottanta, è diventato sempre più evidente che, a dispetto delle pretese universaliste dell’Occidente, la ricetta dello sviluppo non è estensibile a tutti. I dati di cui disponiamo parlano chiaro: il PIL dell’intero continente africano è, ancora oggi, inferiore al 2% del prodotto interno lordo globale, ed è ormai evidente che l’Africa, e molti paesi dell’Asia, sono condannati a restare al palo. In generale, a livello planetario, le differenze di reddito tra i più ricchi ed i più poveri si allargano drammaticamente: il divario di reddito tra il quinto più ricco della popolazione del pianeta e il quinto più povero è cresciuto dalla proporzione di 30 a 1 nel 1960 a 74 a 1 del 1997.
Un solo dato per tutti: il reddito annuale delle 225 persone più ricche del pianeta supera la somma dei redditi annuali del 47% della popolazione mondiale (due miliardi e 500 milioni di persone). Nello scenario globale ricchezza e benessere coesistono sempre più con un vasto panorama di esclusi dal banchetto della società di consumo. Quali che siano le cifre di cui ci si serve per drammatizzare questa realtà, 2 miliardi e 737 milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno, o un bambino morto ogni 3 secondi, queste testimoniano come il grande programma di sviluppo universale abbia fallito.
E, ancora, alla pattuglia dei radicalmente esclusi si affacciano all’interno dei paesi ricchi una pluralità di percorsi di disagio ed emarginazione: i “nuovi poveri” si contano ormai in oltre cento milioni tra Europa e Stati Uniti. Per quale motivo dunque la grande macchina dello sviluppo, il grande sogno occidentale di offrire condizioni di vita decenti ed in continuo miglioramento per l’intera umanità si è infranto?
Per quanto il quadro sia complesso credo si possa individuare una ragione di fondo. Il progresso tecnologico, e dunque la produttività, hanno raggiunto livelli tali che una minoranza è in grado di produrre tutto ciò di cui hanno bisogno le economie mondiali. Gli altri, i “naufraghi dello sviluppo” (sia singoli individui che interi stati nazione), sono incapaci di prendere parte a questo gioco poiché non sono sufficientemente efficienti e competitivi.
Chi crederebbe oggi che il Bangladesh possa entrare nella corsa tecnologica, iniziando a produrre telefonini, computers o anche, più semplicemente, automobili, abbigliamento, servizi turistici a prezzi competitivi e con risorse proprie? Ormai si sa che questi paesi non hanno niente di interessante da fornirci E sono, per dirla con Latouche, “buoni per la demolizione”. Oggi, quindi, nemmeno le tecnocrazie internazionali - dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario Internazionale - hanno più il coraggio di parlare di sviluppo nei termini sopra accennati.
Ed è per questo che, alla fine degli anni Ottanta fanno la loro comparsa nuove formule di sviluppo “aggettivato”: si parla di sviluppo umano, di sviluppo durevole e soprattutto di sviluppo sostenibile. Questo però senza mai mettere in discussione i presupposti del mito e delle pratiche dello sviluppo: la fede incondizionata nel progresso tecnico, la massimizzazione dei profitti per le imprese e, soprattutto, la crescita illimitata della produzione e dei consumi, vera e propria spina dorsale di ogni politica di sviluppo.
Se, come ha sottolineato H. Daly, siamo ben consapevoli che sviluppo e crescita non coincidono, tuttavia è mai esistita una forma di sviluppo senza crescita?
Crediamo sia giunto il momento di uscire dall’ambiguità di queste formule, affermando finalmente con chiarezza che l’attuale processo di sviluppo non è sostenibile, né socialmente né ecologicamente.
Abbiamo parlato di alcune delle contraddizioni che crescita e sviluppo creano sul piano sociale, fermiamoci ora sulla questione ecologica.

La questione ecologica
L’evidenza empirica che si è accumulata negli ultimi trent’anni è, a questo proposito, robusta e concorde: basta ricordare l’impronta ecologica, ossia la superficie di ecosistemi terrestri ed acquatici necessaria a produrre le risorse consumate dalla popolazione umana e ad assimilarne i rifiuti. Negli USA è circa 5 volte superiore alla disponibilità media del pianeta: in altre parole per sostenere a livello globale lo stile di vita dell’americano medio, occorrerebbero circa cinque pianeti. I valori dei paesi europei sono circa due-tre volte superiori alla disponibilità media e dobbiano considerare anche la Cina che ha, per adesso, un’impronta pro-capite più di sei volte inferiore a quella americana.
Certo i dati possono sempre essere messi in discussione ma, ad uno sguardo d’insieme, mostrano con evidenza - a chi voglia leggerli senza pregiudizi - quanto il sistema produttivo globale sia già oggi insostenibile per la biosfera. Un passo in più: al di la delle cifre è necessario capire le ragioni profonde dell’insostenibilità ecologica dello sviluppo. I sistemi biologici e gli ecosistemi, a differenza del sistema economico, non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile, sono al contrario soggetti a limiti invalicabili. Negli organismi viventi un valore troppo grande di qualsiasi grandezza, come uno troppo piccolo, è sempre pericoloso: troppo ossigeno comporta la combustione dei tessuti, troppo poco conduce all’asfissia. Nel mondo biologico esistono quindi soglie che, per quanto flessibili e difficili da stabilire, non possono essere superate. Questo principio contrasta fortemente con gli assunti della teoria economica dominante, secondo la quale per i soggetti economici una quantità maggiore di un bene è sempre da preferire ad una quantità minore. A livello macroeconomico, quindi, nulla si oppone ad una crescita continua del reddito, dei consumi e della produzione, anzi questa crescita è ritenuta il primo, ed essenziale, obiettivo di ogni politica economica. Dobbiamo, poi, acquisire consapevolezza della natura entropica del processo economico: ogni attività produttiva comporta l’irreversibile degradazione di una certa quantità di materia ed energia. Poiché la biosfera è un sistema chiuso, che scambia energia ma non materia con l’ambiente, si arriva all’importante conclusione che la crescita illimitata della produzione e dei redditi, proprio perché basata sull’impiego di risorse energetiche e materiali non rinnovabili, è in contraddizione con le leggi fondamentali della termodinamica. Va quindi abbandonata o, comunque, radicalmente rivista.

Una decrescita sostenibile
Se l’analisi che abbiamo svolto è corretta, non ci resta che abbandonare l’illusione dello sviluppo sostenibile ed iniziare a concepire, e ad osare, la decrescita. Decrescita è certamente una parola forte, e come tutte le parole forti suscita notevoli entusiasmi ma anche decise reazioni critiche. Perché, dunque, è stata scelta? Se è vero che l’economico è il cuore dell’immaginario occidentale, e la crescita il totem dell’economia, è chiaro che parlare di decrescita significa innanzitutto mettere in discussione la centralità dell’economico nel nostro immaginario ed iniziare a pensare ad un’altra società. Va chiarito, tuttavia, che quello alla decrescita è essenzialmente un appello: non siamo fronte ad un modello compiuto, ad una ricetta “chiavi in mano”, ma piuttosto ad una matrice, ad una pluralità di vie per decostruire il pensiero unico e andare oltre la società della crescita. Come ogni appello ha il merito di esprimere la necessità e l’urgenza di un’inversione di rotta rispetto al paradigma dominante. Devo dire che molti hanno capito che dietro questo appello si nasconde la possibilità di un’alternativa reale, e la parola decrescita, nonostante la doccia fredda che produce, incontra un grande successo. Tuttavia riconosco che il termine decrescita si può prestare ad alcuni fraintendimenti. Ed è quindi bene chiarire subito cosa la decrescita certamente non è: non è un programma masochistico-ascetico di riduzione dei consumi e della produzione, attuato nell’ambito di un sistema economico e sociale immutato rispetto all’attuale. La decrescita non è semplicemente crescita negativa. È evidente, infatti, che una politica economica incentrata su una drastica riduzione dei consumi creerebbe, data l’attuale struttura del sistema produttivo e delle preferenze, una drammatica riduzione della domanda globale e un aumento significativo della disoccupazione e del disagio sociale. Non è questa, certo, la prospettiva che auspichiamo. Ma decrescita non significa neppure condannare i paesi del Sud del mondo ad un’ulteriore riduzione del reddito pro-capite. Per quanto la decrescita alluda, sul piano economico, ad una riduzione complessiva delle quantità fisiche prodotte e delle risorse impiegate, essa va intesa piuttosto come una complessiva trasformazione della nostra struttura sociale, economica e politica e dell’immaginario collettivo. Questo avendo come prospettiva un significativo aumento, non certo di una riduzione, del benessere sociale. Quale che siano le forme che la decrescita assumerà, avrà sicuramente un carattere multidimensionale ed è certo che ogni cultura, ogni territorio, la esprimerà in forme proprie e diverse. Per essere più chiari, possiamo individuare almeno quattro livelli sui quali agisce il processo di decrescita: quello immaginario, l’economico, il sociale e il politico. Tenterò ora di delineare alcuni di questi possibili processi di trasformazione, per ciascuno dei quattro livelli.

Ripensare l’immaginario
Poiché anche i valori hanno un carattere sistemico, le multinazionali, le tecnologie, le istituzioni, determinano la nostra cultura ed i nostri valori, non meno di quanto siano da questi condizionate. Non sarà possibile giungere ad una trasformazione ampia e diffusa dei valori senza modificare le condizioni sociali di produzione della ricchezza. In una prospettiva sistemica, l’eterno domandarsi se debbano cambiare prima le strutture o prima l’immaginario collettivo serve solo a ritardare il cambiamento: è evidente che entrambi sono necessari e che le une accompagnano, e sostengono, la trasformazione dell’altro.

Perché piccolo è bello
A livello economico decrescita significa innanzitutto la riduzione delle dimensioni delle grandi organizzazioni, tecnocrazie, sistemi di trasporto, cura, svago, ecc. Poiché queste dimensioni sono inscindibilmente connesse alle dimensioni dei mercati, occorre spostare il baricentro dell’economia dai mercati globali a quelli regionali e locali, rilocalizzando l’economia, ed è chiaro che solamente ripensando radicalmente l’economia potremo risolvere la crisi ecologica.

Vivere più semplicemente
Il terzo livello è quello della dimensione dell’equità, della giustizia e della pace, in altre parole della sostenibilità sociale. La storia ci fornisce indicazioni importanti, insegnandoci che una civiltà fondata sull’espansione è incompatibile con la conservazione della pace. Comportamenti particolarmente aggressivi e competitivi possono favorire la specie in contesti espansivi,mentre in quelli non espansivi, come il nostro, sono premianti i comportamenti cooperativi. La riorganizzazione del processo economico secondo modalità non predatorie è la premessa indispensabile per non fare della guerra l’unico possibile esito dei conflitti. Inoltre la decrescita, attraverso il progressivo aumentare della domanda di beni relazionali, favorisce la sostenibilità sociale ed ecologica: è la via dell’economia sociale e solidale.

Convivialità e partecipazione
Il quarto livello è quello degli assetti politici. La decrescita, grazie alla riduzione delle dimensioni delle imprese, delle istituzioni e dei mercati, valorizza la dimensione locale, favorendo l’affermarsi di forme politiche partecipate e conviviali. Partecipazione, innanzitutto, alla definizione delle modalità di produzione della ricchezza, e quindi al controllo democratico della tecnologia.
Offrire a sempre più persone una migliore qualità di vita in organizzazioni non disumanizzanti, ma al contrario portatrici di senso, che consentano di aumentare di tempo libero, di ridurre lo stress e l’alienazione.
Si può ora comprendere come la decrescita rappresenti la sola risposta coerente al paradosso del benessere indicato in apertura. Solo nella piena consapevolezza che la crescita, e lo sviluppo, non sono la soluzione del nostro malessere, come vorrebbero gli apologeti del pensiero unico, ma rappresentano piuttosto il problema, la causa, potremo finalmente uscire dall’ingranaggio e costruire una nuova prospettiva.