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cancro in liguria quasi un'epidemia vicino alle industrie



dal secoloxix.it
VENERDÌ
25MAGGIO
2007

INQUINAMENTO E SALUTE

Cancro inLiguria
quasiun’epidemia
vicino alle industrie


Picchi nel ponente genovese e nello spezzino
sotto accusa anche le aree densamente urbanizzate


ROMA. Un sistematico bombardamento
di sostanze nocive che inmolti
casi mostra i suoi effetti sulla salute
dopo decenni. Una situazione talmente
grave da far parlare di “epidemia”,
sia pure riferendosi ai casi di cancro
che si registrano in Italia.E’ il quadro
drammatico che emerge dalle statistiche che le organizzazioni di medici
e studiosi rilanciano per segnalare la
necessità di un’inversione di rotta:l’incidenza
dei tumori in Italia ha raggiunto
livelli da allarme rosso e sotto
accusa sono finite le emissioni inquinanti
provocate dall’industria pesante,
dal traffico e dagli impianti di riscaldamento,
soprattutto nelle grandi
città e nelle zone vicine agli insediamenti
produttivi. Gas e polveri che
vengono quotidianamente respirati da
una popolazione che varia tra i sei e gli
otto milioni di persone.
Un’inchiesta del settimanale
“L’Espresso” ha evidenziato un aumento di
casi di linfomi e leucemie stimato
tra il 15 ed il 20% in poco più di
vent’anni.Ma spicca anche l’aumento
dei mesoteliomi (+37% nelle donne e
+10% negli uomini), i tumori alla
mammella(+27%),alcervello(810%),
al fegato (1420%).
Sul banco degli imputati gli insediamenti
industriali e le zone densamente urbanizzate.

Eurochip2(European
cancer health indicator project),
uno studio del 2004, ha evidenziato
anche che, tra i vari paesi europei, è
cresciuta la disuguaglianza in campo
oncologico. I paesi più ricchi, con Pil
più elevato e un tasso di industrializzazione maggiore,
hanno un’ incidenza di
tumori più alta rispetto ai paesi più poveri.
Nei paesi più avanzati c’è però
anche una maggiore speranza di sopravvivenza.
In Italia i “picchi” nell’incidenza dei
tumori (e nella mortalità) si registrano
in zone in cui operano (o operavano)
acciaierie, come aGenova,Piombino e
Taranto, impianti petrolchimici,come
aGela, Priolo,Augusta, Sarroch, Porto
Torres ePortoscuso, aree a forte industrializzazione
come Marghera. In totale
sono 54 le aree critiche destinate
alla bonifica, un censimento che riguarda
ben 311 comuni.
In Liguria, a puntare il dito contro le
ciminiere sono da anni gli abitanti
della Spezia eVadoLigure.E sono proprio
i Savonesi a “custodire” quasi
metà delle sostanze inquinanti dell’intera
regione.A lanciare l’allarme sono
due studiosi, Paolo Franceschi, pneumologo
del Dipartimento diMedicina
interna, ematologia e oncologia
dell’Asl 2, e Paolo Giordani, ecologo e
ricercatore dell’Università diGenova.
In un’articolata relazione hanno
messo sotto accusa soprattutto l’attività
della centrale termoelettrica di
Tirreno Power (ex Enel) di VadoQuiliano.
«La Provincia di Savona–spiega
Franceschi – con circa il 17%degli abitanti,
produce dal 40 al 50% dei più pericolosi
inquinanti di tutta la Liguria:
ossidi di azoto, anidride solforosa, polveri
sottili, anidride carbonica. E le
centrali a carbone rilasciano in atmosfera
radon e polveri arricchite in radionuclidi
».Secondo Franceschi non è
un caso che a Vado il tumore maligno al
polmone colpisca il 30,1%in più degli
uomini rispetto al resto della Provincia
e il 26,6%rispetto allaRegione.Ma
un dato allarmante riguarda anche Savona,
con il 23,6%ed il 20,7%in più.
Oltre ai tumori dat ipreoccupanti riguardano
anche le malattie ischemiche del cuore:
a Vado le femmine fanno
registrare il 44%di casi in più rispetto
alla media provinciale e il 71,9%in più
rispetto a quella regionale; imaschi rispettivamenteil27%
ed il 45,8%in più;
a Savona il 30% in più sulla media provinciale
e il 54,9% in più su quella regionale
per le donne, il 19,5%in più ed
il 37% in più per i maschi. Infine le malattie
respiratorie croniche ostruttive:
per la popolazione maschile, Vado fa
registrare il 137%sulla Provincia ed il
150,3%sullaRegione.
Gli studiosi puntano anche sulle
mappature sul territorio, che non misurano
genericamente il grado di inquinamento,
ma gli effett iveri e propri
sulla salute umana. Gli studi che mettono
in relazione i danni rilevati sui licheni,
ormai riconosciuti come bioaccumulatori,
e l’incidenza dei tumori al
polmone sono allarmanti. Il monitoraggio
degli effetti dell’inquinamento
sui licheni epifiti ha evidenziato nel
2000 stati di alterazione alta e molto
alta nell’area metropolitana di Genova,
alterazione media a Savona e La
Spezia. Ma non inganni il termine
“media”, si tratta sempre di alterazioni.
La situazione normale dovrebbe
indicare una “naturalità alta”.
Non solo: delle sostanze chimiche
che vengono prodotte nel mondo, si
stima se ne conoscano gli effetti solo
per circa 400, mentre ne circolano
nell’aria da 60 a 70mila. Tra queste si
trova persino il polonio 210, sostanza
radioattiva che il grande pubblico ha
conosciuto solo grazie alle spystory
tra Russia eGran Bretagna finite sulle
prime pagine dei giornali alcuni mesi
fa. E invece risulta essere presente
anche nell’atmosfera della Liguria,
come prodotto di scarico delle lavorazioni
industriali.Il collegamento tra
inquinamento e alterazioni nei licheni
fa risaltare il caso di La Spezia. Tra il
1992 e il 2000 è stata registrata una ripresa della biodiversità
lichenica dopo
gli interventi di ristrutturazione della
centrale a carbone che ne hanno causato
la chiusura per oltre due anni e la
riapertura a potenza ridotta e con camini
alti 240metri.

giovanni vaccaro


LOMBARDIA MAGLIA NERA

SITI CONTAMINATI,
4 SONO IN LIGURIA

SONO54 i siti contaminati pre
senti sul territorio nazionale, nessuna
Regione esclusa.Maglia nera
è la Lombardia, con sette siti, seguita
da Piemonte, Toscana e Campania
con cinque. Tre per la Liguria:
Cengio e Saliceto (ex Acna, Savona)
; Pitelli (La Spezia); CogoletoStoppani
(Genova).Tra i più
rilevanti rimangono PortoMarghera
a Venezia e Bagnoli a Napoli.
È questo il quadro emerso nel
corso del seminario organizzato
dall’Agenzia protezione Ambiente
e Servizi tecnici (Apat), dove si è rilevato
come lamaggior parte di
questi siti sia costituito da agglomerati
industriali,mentre si registra
anche la presenza di siti abusivi
e illegali. Le contaminazioni più
diffuse sono quelle prodotte da
composti organici,metalli pesanti
e amianto, sostanze che, se non
adeguatamente gestite, possono
inquinare suolo, sottosuolo e
acque sotterranee, un rischio elevato
per salute umana ed ecosistemi.
Al seminario dell’Apat è
stato presentato agli addetti ai lavori
il «Manuale per le indagini ambientali
nei siti contaminati». Una
sorta di vademecumutile agli operatori
impegnati nelle attività di
bonifica con illustrazioni, diagrammi,
tabelle e fotografie, da
consultare per affrontare gli
aspetti teorici e pratici nella gestione
dei siti contaminati.
«Spesso, erroneamente, si ritiene
che le attività descritte nel manuale
siano semplicemente introduttive
alla bonifica di un sito ha
spiegato Leonello Serva, direttore
del dipartimento Difesa del suolo
dell’Apat mentre
in realtà costituiscono
il primo e basilare tassello
per lo sviluppo del modello concettuale
e dell’iter progettuale di
bonifica». Il volume propone un
approccio più pratico al delicato
tema dei siti contaminati attraverso
l’illustrazione delle metodologie
di indagine utilizzate per determinare
le caratteristiche delle
matrici ambientali, in particolare
riguardo per suolo, sottosuolo e
acque sotterranee.