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flessibili e precarizzati una analisi



  da ilsecoloxix.it 5 giugno 2007

 Flessibilizzati e precarizzati: l'errore del governoè considerarli soltanto "figure di passaggio"

SERGIO BOLOGNA
Scrive Anna Kamenetz nel suo recente libro Generation Debt - sottotitolo "Perché oggi è terribile essere giovani" - che la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo
(contratti per pagarsi l'apprendimento) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro. Anche in Europa c'è un gonfiamento abnorme della cosiddetta "offerta formativa"; centinaia di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a fare marketing, come sta già avvenendo in alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili. Il "lifelong learning"è quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia.
Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione.Per anni il problema del precariato è stato ridotto, anche dall'intellighentzia della sinistra, a problema fisiologico. Un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del "flusso"), per passare poi al periodo dell'occupazione stabile (il periodo dello "stock") e sicura per tutta la vita. Il precariato come malattia infantile, come il morbillo. Per il governo Prodi l'unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l'atipico, il non standard sono "figure di passaggio", fanno parte dell'effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti.
Di fronte al rifiuto di percorrere strade nuove per fenomeni nuovi la vituperata "legge 30" rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell'esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. In maniera maldestra ha legittimato per la prima volta il precariato come fenomeno strutturale, non come fenomeno passeggero (un "flusso"), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di governo. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla.
Il "pacchetto Treu" dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro! Facciamo i conti con qualche numero. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico).
Quindi il mercato del lavoro italiano - se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico - ha già un elevato grado di flessibilità nell'ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.Fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori "schifosi",questo precariato è un fenomeno di middle class. Interessa cittadini di società opulente.
Come emerge da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007, i precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell'occupazione totale, "mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione i precari sono il 36,3%". Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. A questo computo mancano due tipologie diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l'obbligatorietà), che di fatto rientra nel "lavoro nero", e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama. Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l'Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari.
Qualcuno dice che la "middle class" non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece a New York un'avvocatessa ha messo in piedi un'organizzazione "Lavorare oggi" con un sito (www.workingtoday.org). Si rivolge al precariato dei freelance, alla web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante ,misure contro i committenti che non pagano.
Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela.Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto "postfordisti", soprattutto col web.La' dove il tasso di sindacalizzazione nell'industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica?
Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva "gli indizi di subordinazione", ci rompiamo la testa per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell'indagine deve rispondere a 6 domande, 5 delle quali sono formulate "in base all'analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino" come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info.
Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo "vero", non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%?
Sergio Bologna è economista e docente universitario, esperto di logistica e trasporti