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tutela del paesaggio oltre la legge galasso



da greenport.it
19/06/2007Urbanistica e Territorio

 Tutela del paesaggio, Zanchini: «Andare oltre la Legge Galasso»
Si è tenuto stamani a Roma il convegno nazionale dal titolo «Paesaggio: futuro italiano prossimo».

 
Il tema della tutela del paesaggio, e delle implicazioni che attorno ad esso si intrecciano, è uno di quelli su cui si è aperto un dibattito molto acceso da un po’ di tempo a questa parte. Legambiente questa mattina a Roma in un convegno nazionale dal titolo “Paesaggio: futuro italiano prossimo” ha provato a riassumerlo con una parola chiave: qualità.

E’ questa la parola d’ordine, il punto di partenza per un radicale cambio di direzione nelle politiche del territorio, la chiave imprescindibile quando si parla di turismo, infrastrutture, città, investimenti nell’innovazione secondo l’associazione ambientalista, che ha chiamato a discutere di questo il ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli, il presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati Ermete Realacci, i presidenti di Ance e Coldiretti e il presidente del Consiglio superiore Beni Culturali, appena rieletto preside della scuola superiore Sant’Anna di Pisa Salvatore Settis, oltre a importanti urbanisti e studiosi, a rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali.

Qualità perché, secondo Legambiente, la capacità di valorizzare le qualità del territorio italiano è una chiave imprescindibile per rispondere alle sfide della globalizzazione.
«Il paesaggio italiano rischia di essere completamente stravolto da un processo di diffusione insediativa e di occupazione di suoli senza paragoni nella storia. E il patrimonio di bellezza, fatto di natura e arte, di genio urbanistico e architettonico, rischia di rimanere isolato in un mare di case, capannoni, infrastrutture senza nessun criterio basati su un’idea vecchia e sbagliata di sviluppo. Un’idea che, per promuovere la competitività economica, riteneva necessario garantire la massima libertà di localizzazione e incentivi alle imprese, anche in barba alla legalità – ha dichiarato durante il convegno Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente -. Basti pensare al record mondiale di tre condoni edilizi in vent’anni. Occorre una svolta decisa, che rilanci il nostro Paese a partire dalla tutela e dalla valorizzazione del territorio, unico e irriproducibile fattore di competitività rispetto alle sfide sociali ed economiche della globalizzazione».

Nel convegno Legambiente ha presentato un piano di azione, accompagnato dai numeri del contesto che caratterizza i processi in corso: oltre 3.231.000 nuovi appartamenti costruiti nell’ultimo decennio, 331mila unità abitative, di cui 30mila abusive nel solo 2006 e 7.044 capannoni nel corso del 2005. Un ciclo del cemento che si accompagna a effetti devastanti nei confronti del paesaggio, con oltre 6.000 cave attive e circa 10.000 abbandonate lungo tutta la penisola. Uno dei fenomeni di trasformazione del paesaggio italiano, regolato ancora da una Legge nazionale del 1927, con molte Regioni ancora senza piani, norme o censimenti, che produce guadagni considerevoli e che spesso è gestito dalle ecomafie. E dato che sono i Comuni a poter scegliere se dare autorizzazioni alle attività estrattive senza alcun riferimento paesaggistico o normativo, con il fatto che per molti di essi il bilancio si regge ancora sui proventi dati dagli oneri di urbanizzazione o dalle attività di estrazione, non è difficile - secondo Legambiente - capire come abbiano agito.

Edoardo Zanchini, responsabile nazionale per il Territorio di Legambiente ha dichiarato che «occorre andare oltre la Legge Galasso, perché l’attuale assetto dei poteri in materia non sta funzionando bene. L’assenza in molte Regioni di piani paesaggistici e la totale indeterminatezza degli stessi ha lasciato una assoluta discrezionalità a chi dovrebbe valutare la compatibilità dei progetti. La vicenda di Monticchiello ha reso eclatante il problema di tanti comuni a cui le regioni hanno trasferito il potere di autorizzazione in materia paesaggistica, per cui decidono sia della compatibilità urbanistica che di quella paesaggistica, ma senza riferimenti».

Il piano di azione proposto da Legambiente identifica allora delle priorità. Che riguardano la revisione del Codice dei beni culturali nella parte che riguarda le autorizzazioni paesaggistiche e le deleghe ai Comuni. Non per tornare a una centralizzazione delle competenze in materia di tutela del paesaggio, ma per lavorare su accordi e percorsi condivisi che si basino su riferimenti certi e piani concordati tra Ministero dei Beni Culturali e Regioni. La seconda priorità riguarda l’avvio dei piani paesaggistici regionali (ad oggi solo la Sardegna ha approvato un piano secondo le indicazioni della direttiva europea) come richiesto dalla Convenzione europea del Paesaggio. Per andare oltre i limiti della Legge Galasso e per elaborare piani che comprendano tutto il territorio, non solo le aree di qualità.

Il terzo punto prevede di fissare un vincolo di inedificabilità delle aree costiere, valido per tutte le zone rimaste libere concentrando l’attenzione sulla risistemazione dei tessuti edilizi, dei centri e delle aree portuali.
Naturalmente l’intervento contro l’abusivismo edilizio, che preveda piani di demolizione degli ecomostri che costellano i litorali del nostro Paese
C’è poi il tema delle città come priorità nelle politiche nazionali, che devono essere volte alla riqualificazione e integrazione delle periferie, dei tessuti più compromessi e a sciogliere il nodo della mobilità.

Gli ultimi punti del piano di azione di Legambiente riguardano le linee guida per i progetti di impianti di energia rinnovabile e per le infrastrutture utili e integrate nel paesaggio. E su questi aspetti si scontano clamorosi ritardi anche per l’assenza totale di regole per l’approvazione dei progetti con la conseguenza che in alcune Regioni vigono limiti prossimi al divieto per realizzare impianti eolici e fotovoltaici, in altre si decide in maniera del tutto discrezionale o con complicazioni assurde. Mentre sul lato infrastrutture le differenze con il resto d’Europa sono macroscopiche: «all’estero la capacità di un’opera pubblica di integrarsi con il territorio è una condizione basilare - aggiunge Zanchini - Basta guardare alla vicina Francia, dove è stato introdotto il “debat public” per le grandi infrastrutture e una percentuale fissa di spesa per integrare le opere nel paesaggio, e dove per le nuove linee TGV vengono spesi 10 milioni di euro a km a fronte dei 32 milioni “necessari” in Italia».