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la difesa del paesaggio e la speculazione edilizia



da repubblica.it mercoledi 4 luglio 2007
 
 
QUESTA ITALIA DI CEMENTO
la difesa del paesaggio e la speculazione edilizia

Negli ultimi dieci anni si è costruito in ragione di ben 53 metri cubi per ogni cittadino: uno sproposito favorito da tutti i partiti e ora contrastato da una miriade di comitati
L´esempio del "corridoio tirrenico" dove un´autostrada affiancherebbe l´Aurelia
Dal Val di Noto alla Val d´Orcia la protesta è ormai ben precisa e non solo elitaria
ALBERTO ASOR ROSA

Dunque siamo tutti d´accordo. Ad un recente, e utile, Convegno di Legambiente sul paesaggio italiano (di cui ha dato notizia su queste colonne Francesco Erbani), Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, ha illustrato, con dovizia di cifre e di grafici, lo stupefacente incremento edilizio in Italia nello scorso decennio (53 metri cubi per ogni cittadino di questa Repubblica!). Nessuno ha opposto le «immarcescibili e irrinunciabili ragioni dello sviluppo» (con le quali politici e amministratori ci hanno sfondato le orecchie anche in un recente passato) a questo quadro impietoso. Anzi. A parte, ovviamente, gli organizzatori del Convegno, che proprio questo risultato, penso, si proponevano di ottenere, e Salvatore Settis, che ha presieduto nei mesi scorsi la Commissione ministeriale incaricata di stendere il nuovo Codice del paesaggio (dal quale molto ci aspettiamo) ed ha avuto parole durissime contro inadempienze, furbizie e falsità degli amministratori, sia periferici sia centrali, tutti gli altri, - sindaci, assessori, uomini di governo, - si sono puntualmente allineati. Parole dure sono venute anche dal Ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, il quale ha la battuta buona e ha coniato per il decennio passato l´eloquente definizione di «alluvione cementizia».
Bene, anzi, benissimo. Non avremmo mai creduto di riuscire a passare così facilmente, dopo le durezze dei mesi passati, dalla «fase uno», - quella della discussione, - alla «fase due», - quella dei fatti. Qualche dubbio retrospettivo tuttavia ci ha assalito, ascoltando tali criticissime diagnosi e considerazioni. Nel decennio passato abbiamo avuto governi di centrosinistra e governi di centrodestra, e amministrazioni locali di centrodestra e di centrosinistra. Abbiamo cercato di capire se nelle fasi del governo di centrosinistra la poderosa curva ascensionale dello sviluppo edilizio si fosse arrestata o almeno attenuata e se nei territori localmente governati dal centrosinistra tale sviluppo fosse stato meno intenso che altrove. Siamo arrivati alla conclusione che, almeno da questo punto di vista, le differenze nel colore degli schieramenti politici hanno contato quasi nulla (vero è che su altri punti del programma di governo si potrebbe dire la stessa cosa, ma intanto concentriamoci su questo).
Insomma: non c´è nulla che sia stato bipartisan in Italia quanto l´ «alluvione cementizia». Venute meno le grandi distinzioni ideologiche, come da più parti si lamenta soprattutto da coloro che più hanno contribuito a cancellarle, il ceto politico italiano, centrale o locale, ha ritrovato una sua inedita unità identitaria e d´intenti, abbracciando un´unica, corposa ideologia di nuovo stampo: quella del mattone.
Se dunque, da parte di un nucleo consistente e significativo del ceto politico di centrosinistra, ci si spiega ora che si vuole abbandonare l´ideologia del mattone, che si vuole uscire dalla pratica bipartisan dell´«alluvione cementizia», vorremmo vedere più chiaramente come questo possa accadere e con quali strumenti. Farò, il più possibile schematicamente, tre riflessioni.
1. Esiste un pregresso, gigantesco, che teoricamente dovrebbe rappresentare la coda estrema (e ultima nelle parole dei neoconvertiti), della fase precedente, quella dell´«alluvione cementizia». Cosa ne facciamo? Comincia a esser noto che in Toscana, ad esempio, una miriade di comitati per la difesa del territorio si sono federati per dare maggiore rilievo a ciascuna delle loro richieste e un diverso e più ampio orizzonte politico e culturale all´insieme di esse. Le decine e decine di decisioni abnormi e sbagliate di amministrazioni comunali e provinciali, e della stessa amministrazione regionale, che essi denunciano, - dovranno rimanere in atto come la pesante e irragionevole eredità del passato, destinata a sporcare e distruggere almeno per ancora un decennio il territorio di questa Regione?
Faccio un solo esempio, ma particolarmente clamoroso: il cosiddetto «corridoio tirrenico», - ovvero sia l´affiancamento ad una via nazionale a quattro corsie, l´Aurelia, emendabile e migliorabile, di una vera e propria autostrada, il cui effetto sarà lo sventramento di tutta la costa fra Civitavecchia e Livorno, rappresenta un perdurante e contraddittorio oltraggio al paesaggio, un vero e proprio insulto al buonsenso e insieme l´accondiscendente e politicistico ossequio a quegli interessi (sovente poco chiari) che stanno dietro avventure di questo genere. Se il governo regionale e, ancor più, quello nazionale non capiscono questo, vuol dire che siamo ancora, non ai fatti, ma alle chiacchiere. Bisogna che sia chiaro che la partita non è chiusa, checché qualcuno ne pensi.
Di esempi del genere in Toscana, - da Fiesole a Capalbio, dalla Versilia alla martoriata periferia senese alla Val d´Arbia alla Val d´Orcia, se ne possono fare a decine. Se si fa sul serio, bisogna accettare di ricontrattare anche gli «scempi» già decisi.
2. La novità è che a questo stato di cose la risposta è ormai molecolare: e cioè viene da mille parti e assume mille forme. Suggerirei ai politici ben intenzionati di prestare attenzione a questa fenomenologia. La crisi della politica non è, prevalentemente, il suo aspetto corruttivo e corruttibile (che, certo, conta). La crisi della politica è, fondamentalmente e strutturalmente, la perdita di fiducia dei cittadini nell´operato dei politici, nazionali, periferici, locali e localissimi.
La nascita di una miriade di comitati per la difesa del territorio e dell´ambiente fa parte di questa fenomenologia. Non prevede il rifiuto del sistema democratico-rappresentativo, che, anzi, cerchiamo nei limiti delle nostre forze di proteggere dai danni prodotti dal ceto politico più strettamente professionistico, che abitualmente lo frequenta e innerva. Prevede bensì il ritiro della delega, che invece politici e amministratori vorrebbero esercitare illimitatamente e arrogantemente.
Ecco perché «il fai da te», il non aspettare un deus ex machina qualsiasi, persino il guardare all´inizio solo dentro il proprio ristretto orizzonte, fanno parte geneticamente di questo nuovo tipo d´esperienza democratica. C´è anche, secondo me e l´ho già detto, un che di sanamente «privatistico» in questo modo di ragionare e di agire: se il pubblico non funziona e qualche volta fa schifo, mi batto io per i miei beni, per vivere meglio, per avere una visuale più bella, per dare ai miei figli l´orizzonte garantito di una vivibilità condivisa.
3. Se però i «fai da te», la difesa dell´«angolo sotto casa», la protezione della città e del territorio in cui si è vissuti fin da bambini o in cui si è scelto di vivere a preferenza di cento altri possibili, si accostano, si associano e si riconoscono simili, allora qualcosa di nuovo può forse ancora accadere.
L´«alluvione cementizia» ha invaso la penisola intera. A qualcuno viene in mente di trivellare in Val di Noto; a qualcun altro di costruire un orribile villaggio turistico in Val d´Orcia. Però a qualcuno viene in mente di organizzare la risposta popolare in Val di Noto; a qualcun altro viene in mente di farlo in Val d´Orcia. Il fenomeno non può più essere considerato o residuale (secondo alcuni) o intellettualoide-elitario (secondo altri). I nomi coinvolti - Zanzotto, l´appena scomparso Meneghello, Camilleri e, perché no, Clooney, - dovrebbero sconsigliare chiunque di resistere alla tentazione di sbarazzarsene, facendo spallucce.
Invece di enfatizzare la portata organizzativa e potenziamento elettoralistico di un tale schieramento, - errore commesso tante volte in passato, - bisogna valorizzarne il senso culturale e ideale, la forza di persuasione contenuta in quelle tante battaglie. Insomma: molto semplicemente: ci sono italiani, per i quali alcuni beni comuni fondamentali (la «forma del paese», le sue eredità culturali, la sua, diciamolo pure - tradizione identitaria), non sono né contrattabili né commerciabili.
Se questi italiani sono molti, se diventano ancora di più, il fenomeno da regionale diviene nazionale. Questo è, mi pare, il punto in cui siamo.