[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

[tradenews] Lamy non si arrende: nuove bozze di accordo per agricoltura e prodotti industriali



Lamy non si arrende: nuove bozze di accordo per agricoltura e prodotti
industriali

Dopo un mese dal mancato accordo di Potsdam, dove Unione Europea, USA,
Brasile ed India fallirono per l'ennesima volta l'obiettivo di trovare
un compromesso accettabile per chiudere in estremis il negoziato che
va sotto la sigla di Doha Round, l'Organizzazione Mondiale del
Commercio torna a far parlare di se.
Martedì (17 luglio) sono state diffuse due bozze di accordo su due dei
tre pilastri su cui poggiano i negoziati, ed il WTO stesso:
agricoltura e prodotti industriali (in sigla NAMA).
Nessuno si aspetta che l'accordo sia nuovamente a portata di mano, ma
il direttore generale del WTO, Pascal Lamy, sta tentando di far
proseguire un negoziato che appare ormai senza speranze per diversi
motivi, primo fra tutti, il mancato rinnovo della Trade Promotion
Autority Act (scaduta il 30 giugno), la speciale concessione che il
Congresso può concedere al presidente conferendogli il potere di
negoziare in autonomia accordi commerciali. Si tratta di una
condizione considerata essenziale sui tavoli negoziali poiché
conferisce autorevolezza al capo negoziatore statunitense garantendo
che non ci siano successivi emendamenti da parte del Congresso
Americano.

Cosa c'è di nuovo nei due documenti pubblicati?
Iniziamo dall'agricoltura, premettendo che una analisi approfondita
richiederebbe del tempo, per cui ci limiteremo alle evidenze piu'
immediate.
A Potsdam, gli USA si erano detti disposti ad accettare, pur con
qualche difficioltà, l'impegno a ridurre i propri ussidi agricoli al
valore annuo di 17 miliardi di dollari (la loro offerta ufficiale
rimane ancorata a 22,5), il nuovo testo propone loro un range compreso
fra i 13 e i 16,4 miliardi di dollari, corrispondente a un taglio del
73-66%, per contro l'UE dovrebbe applicare una percentuale del 75-85%
(sinora si era espressa sino al valore del 75%); per tutti i paesi con
spesa totale inferiore ai 10 miliarid di dollari, la percentuale
scende a 50-60%.
Pertanto la proposta tenta una mediazione fra la richiesta del Brasile
(12 miliardi di limite USA) e l'offerta USA ferma a 17 miliardi.
Nel dettaglio, i sussidi distorsivi (classificati nell'amber box)
dovrebbero essere ridotti del 70% (l'UE), 60% (Usa e Giappone), 45%
(tutti gli altri paesi), in sostanza si tratta della propopsta  UE del
28 ottobre 2005, vicina a quella poi formulata dal G20 (80-70-60%).
I de minimis (altra forma di sussidio ammessa), verrebbero tagliati
del 50-60%, il che coincide con la proposta americana, l'UE era
addirittura schierata per un taglio dell'80% anche perche' Š non li
utilizza.
Per la scatola blu (sussidi distorsivi ma non troppo, dunque sinora
tollerati), si propone l'accettazione dell'ampliamento a suo tempo
strappato da Robert Zoellick a Hong Kong, stabilendo un limite pari a
una cifra equivalente al 2,5% del valore della produzione agricola
annuale.
Infine per la scatola verde (sussidi considerati non distorsivi e
pertanto senza limiti) è presente una proposta di emendamento
dell'accordo agricolo per definire meglio la loro natura (e andare
incontro alle richieste del G20), non si parla di limitazioni.
Relativamente ai tagli da applicare ai dazi, la formula proposta sposa
quella avanzata dal G20, dunque non così aggressiva come quella
statunitense ma superiore a quella di tutti gli altri membri WTO,
compresi UE e raggruppamenti di paesi in via di sviluppo (es. gli
ACP).
Molti altri punti non sono pero' così dettagliati e si tratta di temi
molto importanti per i PVS, ad esempio i prodotti speciali (da
esentare dagli impegni di taglio dei dazi), la liberalizzazione dei
prodotti tropicali, tasse all'esportazione per favorire la regolazione
dei prezzi di alcuni prodotti.
Per il cotone invece compare nel testo la proposta dei paesi africani.

Sul fronte dei prodotti industriali l'ostacolo maggiore era
rappresentato dalla definizione dei coefficienti da applicare alla
formula stabilita per tagliare i dazi. Nella bozza di accordo per i
paesi industrializzati è presente il range 8-9, per tutti gli altri
19-23.
Sino ad ora il problema era il parametro per i paesi non
industrializzati; Celso Amorim, ministro degli esteri brasiliano,
aveva lasciato Potsdam un mese fa, lamentando proprio il fatto che in
cambio dei tagli alla spesa agricola, USA ed UE chiedevano loro un
taglio nei dazi sui prodotti industriali assolutamente sproporzionato.
Il coefficiente richiesto, pari a 18, tradotto in termini percentuali
significherebbe obbligare il Brasile a un taglio medio del 63% (del
66% per l'India). Per contro il parametro 10 che USA ed UE erano
disposte ad accettare si tradurrebbe in una riduzione del 28 e del
24%, rispettivamente. Va detto che i due range proposti corrispondono
a una proposta fatta il 26 giugno da un piccolo gruppo di paesi (Cile,
Colombia, Costa Rica, Hong Kong, Messico, Perù, Singapore e
Tailandia).

In sostanza la prima impressione è che i due responsabili dei
negoziati (il neozelandese Crawford Falconer e il canadese Don
Stephenson), abbiano fatto un discreto lavoro di mediazione tentando
di concedere qualcosa a tutti (diverse flessibilità risultano inserite
a favore dei paesi meno avanzati e di quelli che hanno aderio al WTO
di recente). L'impianto però risulta immutato e non corriponde agli
obiettivi, che abbiamo ripetuto alla noia, di riequilibrare le regole
del commercio internazionale per eliminare le distorsioni che
favoriscono i paesi economicamente avanzati, lasciando incagliati
quelli più poveri.
Celso Amorim ha giustamente commentato le due bozze dicendo: "Penso
che siano molto più ambiziose sul tema dei prodotti industriali
rispetto all'agricoltura", eppure il maggior ostacolo al
raggiungimento di un eventuale accordo rimangono gli Stati Uniti
d'America. Appare remota la possibilità che il Congresso Americano
avvalli una riduzione dei sussidi come quella contenuta nella bozza,
non solo, le lobby interne già hanno commentato duramente le norme
sulla riduzione dei sussidi interni relativi alla produzione del
cotone. Il Cotton Council si è spinto a scrivere che risulta ridicolo
che il WTO sia ostaggio di un piccolo gruppo di interessi (Ciad, Mali,
Burkina Faso e Benin !?!), affermando che se il testo agricolo fosse
accettato, significherebbe accettare che la politica agricola
americana venga stabilita a Ginevra e non a Washington.
L'affermazione fa sorridere ma è l'ennesima dimostrazione
dell'incompatibilità fra WTO e agricoltura.


Roberto Meregalli (roberto at beati.org)
(Beati i costruttori di pace - Tradewatch)