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biocarburanti di seconda generazione. Ipotesi sostenibile?



dal secvolo xix
DOMENICA
19 AGOSTO
2007
 
 

STUDIOINGLESE
«Biocarburanti, l’Ue sbaglia
Gli scienziati: assurdo puntare sulle coltivazioni intensive.

CAMBIO DI ROTTA.
 
A quanto
pare,i biocarburanti non sono poi così
vantaggiosi (per ridurre l’effetto
serra). Tuttavia ora una nuova alternativa sembra esserci:
i cosiddetti biocarburanti
di “seconda generazione”.
Se l’UnioneEuropea si è impegnata
a garantire, entro il 2020, almeno un
10% dei carburanti ricavato da prodotti vegetali,
adesso invece diversi ricercatori
dichiarano che l’utilizzo dei
biocombustibili potrebbe non essere
realmente efficace per frenare le
emissioni di anidride carbonica, responsabile dell’effetto serra.
In questi
ultimi anni si è puntato sui biocarburanti
soprattutto per rispondere
all’esaurimento delle fonti petrolifere,
al rincaro dei prezzi del greggio e
al problema del surriscaldamento del
pianeta. I principali biocombustibili,
ottenuti dalla lavorazione di materiali
vegetali come canna da zucchero o
olio di colza, sono il biodiesel (sostituto
del gasolio) ed il bioetanolo (sostituto
della benzina). Attualmente il
Paese leader nel settore, con un totale
di 16miliardi di litri di bioetanolo prodotti
all’anno, è il Brasile.
Adesso però la corrente sembra
muoversi nel senso opposto: un team
di studiosi inglesi ha infatti suggerito
che i biocarburanti non sono l’ultima
frontiera in campo energetico. Non
rappresentano affatto una garanzia
per il rimboschimento e la salvaguardia
delle aree silvestri anzi
spesso i
terreni vengono disboscati e convertiti
a coltivazioni utili per i biocombustibili.
A mettere in pericolo l’integrità
dell’ambiente, dunque, contribuisce anche
la crescente domanda di
biocarburanti.
Sull’inestimabile importanza delle
foreste nonv’è alcun dubbio: le piante
si
sa sono
ingrado di assorbire anidride
carbonica fino a nove volte di
più rispetto ai potenziali vantaggi ottenuti
con i biocarburanti.
E allora suona quasi paradossale
pensare che «l’obiettivo primario
nell’incentivare l’utilizzo delle energie
rinnovabili, sia proprio quello di
combattere le emissioni di CO2» come ha dichiarato RentonRighelato,
uno dei ricercatori che hanno condotto
lo studio. Righelato, per di più,
ha definito un «errore» la politica
energetica dell’Ue, che non «si è mai
adoperata concretamente per promuovere
il rimboschimento».
Lo studio, pubblicato sulla rivista
“Science”,ha innanzitutto comparato
la quantità di anidride carbonica che
un’area boschiva può assorbire, con il
totale delle “emissioni evitate”
usando biocarburanti, al posto dei
tradizionali combustibili fossili. Poi i
ricercatori hanno esaminato una superficie
arabile sia
per crescere le
colture necessarie ai biocarburanti,
sia per essere coltivata ad alberi.
Quindi è stata valutata la quantità di
biocarburanti producibile per ettaro.
Il risultato è chiaro: i biocarburanti
riducono sì le esalazioni inquinanti,
ma i benefici in parte si perdono poiché,
durante la produzione, si riscontrano
ugualmente emissioni tossiche.
E in ogni caso, non c’è confronto:
la capacità di una foresta di assorbire
anidride carbonica, anche in un periodo
di soli trent’anni, è nettamente
superiore rispetto alla possibilità di
ridurre emissioni nocive utilizzando
i biocarburanti. Una posizione che si
allinea a quella di altri oppositori, coloro
che da sempre contestano laproduzionedi
vegetali abeneficiodei trasporti,
sostenendo che in questo
modo si sottraggono terra e risorse a
produzioni alimentari.
Ma esiste un altro modo per produrre
biocarburanti, ed è su questo
che secondo
i ricercatori si
può e si
deve puntare in futuro.Equi entrano
in gioco i biocarburanti di “seconda
generazione”, ossia i combustibili ottenuti
tramite la lavorazione di materiale
lignocellulosico,
anziché gli attuali
prodotti derivati da olii e cereali.
«Questa deve essere la strada da
percorrere», dice ancora Righelato.
Ecco il punto: se si procederà ad
estrarre il materiale lignocellulosico
dagli alberi senza danneggiare il suolo
e le radici, si potranno mantenere realmente intatte le foreste e si potrà garantire
lo sviluppo sostenibile delle
fonti energetiche rinnovabili.
Alcuni paesi, come Germania
RegnoUnito e StatiUniti, stanno sperimentando
questi biocarburanti di
seconda generazione.Tuttavia l’ostacolo
maggiore sono le ingenti spese
per costruire “bioraffinerie” adeguate.
MarkWright e Robert Brown,
due docenti dell’Università dell’Iowa,
sostengono che una raffineria per i
nuovi biocombustibili costi almeno
quattro o cinque volte tanto una centrale per la produzione del bioetanolo.
Certo è che questi carburanti di seconda
generazione probabilmente
metterebbero d’accordo tutti,persino
ambientalisti e consorzi consumatori
che non considerano sostenibili gli
ormai “sorpassati” primi biocarburanti.
ELISA TEJA