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rigenerazione delle terre aride



La rigenerazione delle terre e dei mezzi di sostentamento
Data di pubblicazione: 31.01.2007

Autore: Ravindra, A.

Come l'introduzione sistematica di politiche di sviluppo agricolo "globalizzate" sta devastando a scala subcontinentale ambiente e società. Harvard International Review, gennaio 2007 (f.b.)

Titolo originale: Regenerating Lands and Livelihoods – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le terre aride, presenti in oltre cento paesi, coprono un quarto della superficie del pianeta. Degrado e desertificazione di queste terre minacciano il mezzo di sostentamento di quasi un sesto della popolazione mondiale. Il continuo trascurare le superfici aride fragili mette a rischio le popolazioni che dipendono da queste terre. Il loro degrado deve diventare oggetto di attenzione in tutto il mondo.
In India, il problema del degrado delle terre è particolarmente acuto. Non si tratta semplicemente si un processo fisico, ma anche nella stessa misura di un prodotto della scarsa cura e di politiche mal orientate. Finché non modificheremo il sistema di politiche che hanno esasperato il degrado delle terre, gli sforzi materiali per arrestare il processo saranno futili. Ma è importante capire che se col degrado delle terre si distruggono i mezzi di sostentamento di alcuni, la vita di altri dipende proprio dai processi che le degradano.
Circa un terzo dell’area geografica dell’India è interessata da varie forme di degrado. Le stime sul totale variano, dai 75,5 ai 107,43 milioni di ettari, gran parte dei quali localizzati nelle zone aride e semi-aride del paese che dipendono dalle precipitazioni stagionali. In queste regioni aride e semi-aride, il degrado è spesso il risultato di carenze nel processo di sviluppo. Ma nelle zone ben fornite di sistemi di irrigazione e altre infrastrutture, è l’esaurimento delle sostanze nutritive del terreno la causa principale. Il bilancio negativo dei nutrienti in queste zone è di circa 8-10 milioni di tonnellate, con una perdita annuale stimata di 5,8 milioni di tonnellate. Ci sono grandi porzioni di terreni diventate saline e troppo sature d’acqua a causa di progetti di irrigazione. Il degrado indotto dall’infrastrutturazione è una grande minaccia alla sostenibilità dell’agricoltura indiana che si basa sulle risorse naturali.
Il degrado delle terre aride dell’India è il risultato del costante ignorare i loro bisogni e quelli vitali dei loro abitanti. La politica di sviluppo agricolo del paese è trincerata nel paradigma della “Rivoluzione Verde”, che comporta alcuni caratteri ben precisi: forte orientamento verso grano e riso a fertilizzazione chimica intensiva, moltissime risorse investite in impianti chimico-industriali, forte focalizzazione sulle colture intensive in zone irrigate, reti di ricerca e sostegno dei prezzi pensati esclusivamente a promuovere alcune ben precise colture irrigate. Questo paradigma non riconosce i bisogni di investimento di aree naturalmente meno dotate, ignorando così le popolazioni che vivono su queste terre meno fertili. Sono state realizzate infrastrutture per l’irrigazione di enormi proporzioni soltanto per costruire piccole sacche di ricchezza considerate i granai dell’India.

Anche se la sicurezza alimentare nazionale è migliorata col tempo, la pratica di concentrare eccessivamente gli investimenti pubblici in poche regioni si è tradotta nell’abbandono di altre grandi aree della zona semi-arida e sub-umida. Non a caso, queste regioni trascurate sono quelle con maggiori problemi di povertà e insicurezza alimentare locale. La disponibilità di vari input come sussidi, sostegno ai prezzi, ricerca orientate, ha creato un incredibile sbilanciamento a favore del riso e altre colture irrigue. I sistemi di distribuzione pubblica create a sostegno del prezzo di grano e riso hanno anche incoraggiato un allontanamento da altri cereali a basso consumo d’acqua, a favore della produzione di riso, ad alto consumo. Uno spostamento che ha a sua volta prodotto una trasformazione nei consumi, che si basano molto meno sul miglio indiano anche in aree dove tradizionalmente si produce. Gli impatti di questo cambiamento sono squilibri nutrizionali fra gli abitanti locali, e una maggiore vulnerabilità rispetto alla variabilità delle precipitazioni.
Altro risultato di questo cambiamento di colture è una crescente tendenza allo scavo di pozzi profondi per il prelievo dell’acqua. Una sempre maggior dipendenza dai pozzi profondi si è tradotta in una crisi, con un aumento dei suicidi fra i coltivatori che non riescono a scavare questi pozzi, perdono investimenti e fanno bancarotta. Nonostante questa tendenza, l’irrigazione da pozzi profondi cresce molto più rapidamente di quella di superficie.
A causa della diminuzione dell’investimento pubblico, i tipi di colture che si alimentano con le precipitazioni piovose hanno perso attrattiva. Il riso viene reso disponibile attraverso i sistemi di distribuzione pubblica, e così i coltivatori delle aree asciutte alimentate dalla pioggia hanno cambiato strategie, spostandosi verso grandi monocolture che rendono di più. Le pratiche tradizionali che restituivano fertilità ai suoli – attraverso rotazione delle colture, compresenza, coltivazione di legumi – vengono abbandonate. Attenzione e investimenti dei coltivatori si concentrano sulle aree irrigate, e si abbandonano quelle alimentate dalla pioggia. Ce ne sono moltissimi esempi. Ad esempio, dato che i coltivatori ora spargono pochissime quantità di letame sui terreni bagnati dalle piogge, questi non vedono rinnovate le sostanze nutrienti. L’aumento delle paghe dei lavoratori, insieme ai crescenti costi della coltivazione e ai prezzi stagnanti, hanno reso non economiche molte pratiche di agricoltura sostenibile. Di conseguenza, tecniche come la greenmanure sono cadute in disuso.

La monocoltura nei terreni bagnati dalle piogge ha aumentato il livello di infestazione dei parassiti, il che ha portato ad un più elevato uso dei pesticidi chimici. Questo disturba l’equilibrio naturale fra predatori e parassiti. Questi ultimi diventano resistenti ai pesticidi, e occorre investire di più. I debiti – spesso generati dalla spesa superiore per i pesticidi – aumentano a causa delle variazioni nelle precipitazioni piovose e delle siccità.
Anche l’allevamento contribuisce al degrado dei terreni su vasta scala. Il bestiame tradizionale è molto colpito quando cambia il sistema delle colture, perché dipende fortemente per l’alimentazione dai residui delle coltivazioni. L’appropriazione dei pascoli comuni a uso agricolo, la domanda concorrente per il lavoro, la crescita della meccanizzazione, hanno ridotto la quantità di animali. Esistono sistemi di sostegno pubblico all’allevamento solo per la produzione intensiva di latte, e in genere non sono disponibili per il bestiame tenuto in modo tradizionale nelle aree irrigate a pioggia. Ma esso rimane essenziale in queste zone, per la riproduzione e il letame. In pratica non esistono strutture sanitarie per gli animali, al di fuori del ciclo del latte. Anche il riciclaggio delle sostanze nutrienti è diventato un grosso problema. Lo spostamento verso una produzione di latte e latticini intensiva ha creato una domanda di ri-collocamento delle terre e dell’acqua a questi usi. La riduzione del bestiame nei sistemi agricoli dipendenti dalle piogge rende meno diversificata è più esposta alle crisi l’economia agricola.
Tali tendenze, insieme al cambiamento climatico che incrementa la vulnerabilità delle zone dipendenti dalla pioggia, hanno in generale creato una indifferenza dei coltivatori nei confronti delle aree alimentate a pioggia. Questa mancanza di interesse a sostenere la qualità delle aree, del bestiame, delle biomasse, rappresenta una grande causa di degrado. Gli investimenti pubblici in queste aree sono scarsi, e focalizzati principalmente sulla conservazione dei suoli e dell’acqua. Il miglioramento della fertilità non è fra gli obiettivi degli investimenti del governo nello sviluppo dei bacini agricoli. In pratica, i piani di recupero della fertilità del suolo significano semplicemente sussidi per acquistare e sviluppare i fertilizzanti.

Le superfici comuni ne hanno sofferto a causa della crisi dei sistemi di regolazione collettiva. In molti casi, le superfici a pascolo sono state redistribuite a chi non possedeva terra; anche se si tratta di un gesto ben intenzionato, ha semplicemente aumentato la pressione sulle poche superfici collettive rimaste. Le aree boscose che rimangono nelle terre aride sono controllate dal Dipartimento Forestale indiano. Nonostante il diritto del dipartimento su queste superfici venga fortemente rivendicato, non è stato fatto alcuno sforzo degno di rilievo per conservarle o rigenerarle.
Il degrado delle terre a causa degli investimenti per lo sviluppo, d’altra parte, deriva dal loro uso inadeguato. Progetti come canali di irrigazione nelle zone deserte devastano l’ecologia locale aumentando salinità e impregnamento. L’allevamento dei gamberetti nella aree costiere dell’Andhra Pradesh ha determinato la contaminazione delle falde d’acqua dolce con acque salate, con gravi problemi per la disponibilità di acqua da bere. L’eccessivo prelievo di acque sotterranee ha avuto il medesimo effetto di ingresso di acque salate nel distretto di Gujarat.
Stanno creando problemi anche una crescita economica deviata e la globalizzazione. I proventi della crescita in India non hanno in gran parte la popolazione. Col tempo, c’è una percentuale sempre più piccola di persone che si divide una quota sempre più ampia del reddito nazionale. La quantità di persone che dipendono dall’agricoltura è scesa marginalmente da circa il 70% al 60% del totale della popolazione, ma la loro quota del reddito nazionale è drasticamente caduta a poco più del 20%.

Il marchio di fabbrica della globalizzazione dell’economia indiana, è una crescita senza la creazione di posti di lavoro. Il settore industriale e dei servizi, in rapido sviluppo, non assorbe molte persone, e gran parte della popolazione dipende ancora da quello agricolo, che ora deve competere sul mercato globale. Prezzi sempre più instabili e una lenta penetrazione dei prodotti industriali nelle aree rurali, hanno prodotto una devastazione in molte comunità. Artigiani come i canestrai, vasai, fabbri, sono stati colpiti in modo particolarmente pesante. Sistemi produttivi tutti orientati all’esportazione e che usano macchinari pesanti, insieme allo scavo di pozzi sempre più profondi, stanno solo accelerando il degrado delle risorse naturali.
Sta avvenendo una concentrazione nella proprietà della terra, anche se in modo lento; il suo impatto in termini di degrado deve ancora emergere. Esiste una miriade di fattori – la vitalità dei modi di sostentamento tradizionali, i sistemi produttivi, metodi sbagliati di distribuzione dei sussidi, mutamento negli scenari dei mercati globali - che hanno impatti sul degrado delle terre. Il problema è molto più grave e profondo che non la semplice erosione dei suoli. La soluzione deve concentrarsi sul ripristino della fertilità e produttività delle terre, verso incentivi a prendersi cura delle superfici entro i sistemi produttivi alimentati dalle precipitazioni piovose. Ma per essere veramente efficace la soluzione deve andare oltre le pratiche di coltura. Occorre riallocare gli investimenti pubblici, rivalutare l’uso delle risorse naturali nelle economie locali. Soprattutto, il governo si deve concentrare sulle dimensioni umane del problema - l’esistenza precaria dei poveri che abitano le regioni dipendenti dalle piogge – nella lotta al degrado dei suoli.

Nota: A. Ravindra è Direttore del Watershed Support Services and Activities Network ( http://www.wassan.org/ ), gruppo di ricerca sulla gestione delle risorse naturali e la sostenibilità in India