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Re: Re:la distribuzione del reddito in italia una ricchezza sbagliata



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Sent: Wednesday, October 31, 2007 1:11 PM
Subject: Re:la distribuzione del reddito in italia una ricchezza sbagliata



Potrebbe per cortesia cancellarmi dalla mailng list?
Grazie
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Date      : Wed, 31 Oct 2007 06:43:02 +0100
Subject : la distribuzione del reddito in italia una ricchezza sbagliata








Una ricchezza sbagliata
Data di pubblicazione: 26.10.2007

Autore: Cacace, Nicola

L´agghiacciante realtà delle modifiche nella distribuzione del reddito nell´Italia neoliberista nell´analisi di un economista serio. Da l´Unità del 25 ottobre 2007

La forte e crescente ondata di malessere del Paese viene dalle condizioni di invivibilità da bassi salari e stipendi che affligge gran parte della popolazione dopo venti anni di brutale redistribuzione della ricchezza. Anche le proteste che naturalmente si rivolgono anzitutto contro le forze di governo originano da questo malessere e approfondendo i dati ci si meraviglia semmai per la debolezza collettiva delle proteste. Per capire le origini del malessere basta guardare i dati sulla distribuzione della ricchezza e quelli su salari e stipendi. L´ultima indagine «il mestiere di sopravvivere» (Venerdì di Repubblica del 19 ottobre) è sconvolgente: si va dai 1300 euro/mese dell´infermiere con 20 anni di anzianità ai 1680 euro della direttrice di Galleria dell´Accademia con 27 anni di anzianità agli 820 euro di una operatrice di call center che lavora cinque ore al giorno alla Vodafone da dieci anni, senza parlare dei tre milioni che lavorano in nero. Trattasi di guadagni di fa!
me, tra i più bassi d´Europa e lesivi della dignità personale.

A tale proposito è allarmante il dato rilevato da una recente ricerca della Banca d´Italia dal titolo: «Il divario generazionale: un´analisi dei salari relativi dei lavoratori giovani e vecchi in Italia» di Alfonso Rosolia e Roberto Torrini. Analizzando i dati Istat e della banca centrale, i due economisti rilevano che: «Alla fine degli anni `80 le retribuzioni nette mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% più basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza è quasi raddoppiata in termini relativi salendo al 35%». Non solo, ma «nel decennio 1992-2002 il salario mensile iniziale è diminuito di oltre l´11% per i giovani entrati sul mercato del lavoro tra i 21 e i 22 anni presumibilmente diplomati (da 1200 euro mensili a meno di 1100 euro) e dell´8% per i lavoratori tra i 25 e i 26 anni, potenzialmente laureati (da 1300 a 1200 euro mensili). Per entrambe le classi di età i salari di ingresso sono tornati nel 2002 ai livelli di 20 anni !
prima».

La diffusione del precariato si intreccia coi bassi salari ma non è il principale colpevole. Il precariato, che riguarda sopratutto i giovani, ha altre colpe oltre i bassi salari come l´incertezza che impedisce ogni progetto di vita decente, ma il problema salariale riguarda ormai una maggioranza crescente di cittadini.

Per capire la ratio di questi salari da fame basta dare uno sguardo alle cifre sulla redistribuzione della ricchezza che è stata brutale e profonda soprattutto a partire dagli anni novanta. A farne le spese sono stati i lavoratori dipendenti, gli artigiani, i piccoli autonomi e la classe media: secondo dati della Banca d´Italia in dieci anni la ricchezza (case, titoli e moneta) del 10% delle famiglie più ricche è passata dal 41% al 48% della ricchezza nazionale, quella del 40% delle famiglie di mezzo è passata dal 34% al 29% mentre quella del 50% delle famiglie più povere è passata dal 25% al 23%. La redistribuzione della ricchezza, che è stata una costante del neoliberismo vittorioso nel mondo a partire dagli anni ottanta di Reagan e della Thatcher, è oggi il male profondo che le forze riformiste devono denunciare e combattere se vogliono tener fede alla loro missione politica.

C´è un pericolo oggi: il pensiero liberista dominante, di cui l´ultima opera di Alesina e Gavazzi sul «liberismo di sinistra» è l´inno più recente. In buona sostanza, si tende ad affermare l´idea che la crescita economica risolva tutti i problemi, che mercato e concorrenza, lasciati liberi di esprimersi, daranno risposte a tutti i bisogni del Paese, anche quelli sociali. La realtà è diversa: certo che la crescita è condizione necessaria per una redistribuzione, ma essa non sarà sufficiente come non lo è stata dalla fine degli anni Ottanta al 2000 quando la nostra crescita economica non è stata malvagia e quando i frutti di quella crescita - ecco il punto - sono andati ad arricchire una minima parte della popolazione e ad impoverire le grandi masse.

Se oggi l´Italia è un´azienda indebitata e sottocapitalizzata, come dice Padoa Schioppa, se essa è patria dei più bassi salari d´Europa, va ricordato che, come dicono sempre i dati Bankitalia, essa è anche patria dei cittadini più ricchi d´Europa: la ricchezza in case, titoli e moneta degli italiani è pari a nove volte il Pil, più di 21mila miliardi di euro su 1.540 miliardi di Pil. Per capire come la redistribuzione della ricchezza dell´ultimo ventennio abbia arricchito una minoranza di italiani a spese delle masse, basta guardare alla ricchezza posseduta dai cittadini di altri Paesi europei che non supera mai cinque volte il loro Pil. Sotto quest´aspetto l´Italia assomiglia più agli Stati Uniti che a Francia e Germania, essendo come noto il gigante d´oltre Atlantico il Paese socialmente più diseguale al mondo.

Mentre l´Italia è il Paese più indebitato (105% del Pil) e più povero d´Europa (in 10 anni il Pil unitario è passato da +10% a -5% rispetta alla media europea) gli italiani sono il popolo "mediamente" più ricco d´Europa.

Di fronte a dati di questo genere, in un Paese non complessato dal peso di vecchie ideologie e culturalmente vivo, si svilupperebbe un dibattito serio su una qualche forma di «imposta sui patrimoni, almeno su quelli finanziari» che possa ridurre la condanna certa a 100 anni di sottosviluppo che aleggia sulle teste dei nostri figli e nipoti, che dovranno sobbarcarsi a decine d´anni di sottosviluppo per pagare ogni anno 70 miliardi interessi sul debito pari a tre finanziarie, senza alcun vantaggio per il Paese. Absit iniuria verbis! Come non detto. Da noi gli economisti ed i politici si sbracciano su declino italiano e crescita sotto le medie. Ma quale azienda, con un debito superiore ai suoi ricavi annui riesce a crescere sulle medie? Perché dovrebbe riuscirci un´azienda indebitata e sottocapitalizzata come l´azienda Italia?

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