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porto di genova cinque domande facili



dal secoloxix

 Cinque domande facili
Genova e il suo porto


DA BEETHOVEN a Bach, da Haendel a Mozart, tutti i grandi compositori si sono esercitati in "pezzi facili" che costituiscono un passaggio obbligato per chi voglia imparare a suonare il pianoforte. Nel 1970, Bob Rafelson intitolò "Cinque pezzi facili" un film con un mitico Jack Nicholson, promettente pianista persosi per strada, in una zona d'ombra dove si confonde il senso delle scelte fatte.
Cinque domande facili emergono dalla discussione cominciata con la conferenza strategica convocata la settimana scorsa dal sindaco Marta Vincenzi, e continuata sulle colonne di questo giornale attraverso le interviste agli attori politici e istituzionali che hanno una parte nelle decisioni da prendere. Nessuno, finora, ha dato le risposte. È invece urgente che arrivino. E che siano chiare.
Altrimenti, come troppo spesso accade in questo Paese e in questa città, tutto rischia di rimanere avvolto nelle brume del non detto, nella terra di nessuno dell'equivoco, nelle comode (proprio perché indistinte) pieghe dell'irresponsabilità garantita da posizioni fumose, dunque modellabili secondo convenienza.
Prima domanda. Che porto vuole, Genova? Di quali dimensioni? Tre milioni di container? Cinque? Otto?
L'obiettivo più modesto si può raggiungere ottimizzando Voltri, Sesto modulo compreso (per un totale di 2,2 milioni), e aggiungendo gli 800 mila teu del porto storico. In teoria. Perché nella realtà, se dovesse quasi raddoppiare i suoi traffici di oggi, Genova sarebbe alla paralisi: i Tir non si muoverebbero più. Per evitarla, bisognerebbe avere il nodo ferroviario: i lavori partiranno, forse, nel 2009 e dovrebbero durare, nella migliore delle ipotesi, fino al 2015. Poi, è necessario adeguare le infrastrutture autostradali. Che sono due: il nodo di san Benigno e la Gronda, per le quali il predecessore di Vincenzi, Beppe Pericu, aveva dato l'assenso. L'attuale sindaco, però, non si è ancora pronunciata. Dovrebbe farlo la settimana prossima, nella conferenza plenaria delle istituzioni genovesi davanti al ministro delle Infrastrutture Antonio di Pietro. Se si dirà d'accordo, finiremo per averle, anche lì, dopo il 2015. Se no, si riaprirà una discussione infinita: per vederne la conclusione, bisogna puntare sull'immortalità.
L'obiettivo medio è quello previsto dal piano regolatore portuale di Giuliano Gallanti. Ma, per raggiungerlo, contava sui tombamenti a Voltri. Sono stati affondati da Pericu e dall'ex presidente della Regione, Sandro Biasotti, per ragioni di opportunità politica. E allora, come si fa? Anche ammesso che i lavori per Calata Bettolo possano prima o poi cominciare, quest'ampliamento del porto storico garantisce un milione di container. Fanno quattro. L'altro dove si recupera? Riaffrontando i comitati di Voltri? Facendo una piattaforma al di là della diga foranea? O in qualche altro modo?
L'obiettivo più ambizioso (e non si parla neanche della provocazione dei 10 milioni di teu) è irraggiungibile senza la fusione fra le autorità portuali di Genova e Savona, che distano una cinquantina di km, tanti quanto separano due terminal a Rotterdam. Il presidente della Regione, Claudio Burlando, si è detto favorevole all'ipotesi. Che ne pensa Vincenzi? E che ne pensano gli altri attori?
Seconda domanda. Che cosa esattamente è l'Affresco di Renzo Piano, la cui ombra lunga incombe su ogni discussione attorno al futuro del porto?
Al momento non rientra in nessun documento di programmazione urbanistica. Non nel Piano della costa regionale. Non nel Piano territoriale di coordinamento provinciale. Non nel Piano urbanistico comunale. L'Autorità portuale ha un suo Piano regolatore approvato, ma nessun atto vincolante lo ha integrato come variante al medesimo. Dunque, sul piano formale, non è niente più di un disegno, di un abbozzo, di un'idea. Un Affresco, appunto, e qualcosa che non esiste come strumento urbanistico di programmazione.
Che si fa? Lo si lascia lì? Lo si assume come nuovo orizzonte strategico? Chi si offre volontario?
Terza domanda. Ammesso che partano, i lavori della Gronda produrranno 10 milioni di metri cubi di smarino. Dove li mettiamo? E per farne cosa?
Un'ipotesi è scaricarli all'interno della diga foranea. In questo caso, servano a riempire il canale di calma per allargare l'aeroporto Cristoforo Colombo. Un'altra è rovesciarli all'esterno della diga e usarli per una piattaforma che poi potrebbe servire per l'aeroporto a mare (previsto anche dal Piano regolatore di Gallanti, vedere alle pagine 120-121) o per un nuovo terminal marittimo.
Comunque sia, che cosa si immagina Burlando? Cosa pensa Vincenzi? Che hanno in mente gli altri?
Quarta domanda. Come si deve cambiare l'Autorità portuale, la cui composizione attuale è orrendamente corporativa, un posto in cui i controllati controllano se stessi?
Ieri a Roma, alla conferenza di Assoporti, il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi ha detto che la sua intenzione, nell'eventuale riforma dell'84/94, si limita a una "plastica facciale" e non ha mai inteso una riforma radicale. Se è così, sfuma il sogno burlandiano del modello anseatico ma va in frantumi anche la prospettiva più realistica di un'Autorità Spa, con l'autonomia finanziaria per provvedere al proprio futuro e non costretta, invece, a far passare il suo Piano regolatore (o eventuali varianti) al vaglio di ministero delle Infrastrutture, ministero dell'Ambiente e Consiglio superiore dei lavori pubblici, un iter che prende almeno quattro anni.
Quinta domanda. Si vuole aprire il porto ai grandi operatori internazionali?
Per aumentare i traffici è la sola strada. Ma per riuscirci è necessario ridare immagine e credibilità al porto di Genova. Finora, come insegna la vicenda del Multipurpose, è stato fatto il possibile per allontanarli. Vengono, a condizione che ci si dia quella politica strategica e infrastrutturale che oggi latita. Chi se ne fa carico?
Le risposte sono benvenute.

Lanfranco Vaccari